Quando è iniziata a girare la voce che Enzo Iacchetti ha sbroccato in diretta TV mentre difendeva la causa palestinese, mi è venuto spontaneo farmi alcune domande. Per cominciare, ma davvero parliamo di quell’Enzo Iacchetti? Neanche il tempo di rispondermi che la faccenda era già diventata un meme. Così, incuriosito dalla vicenda, decido di guardare il video integrale: il livello di surrealismo era tale che quando mi compare su YouTube la Poop della registrazione dal canale di un redivivo Nocoldiz, non riesco a trovarci nulla da ridere. È che ormai la realtà memizza se stessa a tal punto che farne una parodia non ha più alcun senso.
In realtà nell’affaire Iacchetti possiamo trovarci talmente tanti elementi che rischia, ahimè, di diventare addirittura un gancio utile per riflettere su come si stia parlando di Gaza, di Israele, della Palestina. Iacchetti quella sera era il rappresentante del sentire comune, mentre parlava di un tema sul quale essere divisi è difficile se si è di buon senso: la guerra a Gaza è talmente asimmetrica che è diventata incomprensibile, atroce, inspiegabile. Di fronte aveva un personaggio, un villain che pareva disegnato appositamente per quella serata, il quale ben incarnava quell’incomunicabilità che si è creata con (una parte di) Israele: freddo, distaccato, che con due parole è riuscito a inimicarsi qualsiasi ascoltatore distratto si trovasse su Rete 4 in quell’istante. Se però si ascolta lo spezzone per intero, prima dell’a dir poco inopportuno “definisci bambino”, il dialogo (sic) che si stava svolgendo mostrava egregiamente tutti i limiti con cui stiamo affrontando Le Guerre e tutti gli altri problemi a cui non si trova una soluzione da almeno tre anni a questa parte.
Infatti Iacchetti, che prima di vincere la contesa dialettica (per vittoria a tavolino, s’intende) si abbandona a sfoghi e turpiloqui sconnessi, ci lascia interdetti per la carica di inadeguatezza che l’accompagna – e da sempre l’ha accompagnato, abituati come siamo a sentire al termine di ogni sua frase il suono delle finte risate registrate. E invece nel disperato bisogno di eroismo che abbiamo in quest’epoca sventurata, anche Iacchetti assume le sembianze di un gigante, di paladino della causa palestinese, così come accade a tanti personaggi che ballano sull’ambiguità delle loro idee buone per tutte le stagioni. Ed è proprio qui che si apre la prima crepa, su tutto il dibattito: il “problema” è che il tema è così visibile che chiunque, sui grandi palcoscenici, schierandosi dalla parte giusta della storia, diventa legittimato a parlarne. Eppure non è così, o meglio, non dovrebbe essere così; perché sennò, ormai, basta prendere una posizione, sperando che sia quella giusta, a prescindere dallo sforzo intellettuale con cui lo si fa.
C’è anche un altro elemento. È vero che la Palestina, soprattutto nel nostro Paese, è stato da sempre un tema particolarmente sentito. Ed era inevitabile che questo sentimento di solidarietà si acuisse dopo una guerra che appare perpetua e senza scopo strategico, se non quello di infliggere sofferenza. Eppure il trasporto con cui si difende la causa sembra portare con sé una carica particolarmente rabbiosa, in grado di suscitare reazioni talmente inusitate come se Gaza fosse La Madre di tutte le Cause, l’unica per cui valga davvero combattere. È quello che ha portato allo sciopero di oggi, o alla Global Sumud Flottilla: una volontà di voler fare qualcosa, qualsiasi cosa, pur di non voler essere spettatori passivi dell’inazione del nostro governo – ma non solo il nostro – omertoso e complice. E a giudicare dalle opinioni che circolano, sembra ci sia una convinzione sfrenata che queste azioni porteranno (o quantomeno debbano portare) a degli effetti concreti: al riconoscimento della Palestina, al blocco delle esportazioni di armamenti, alle sanzioni a Israele e, auspicabilmente, alla fine della guerra. Tuttavia sembra esserci una sorta di naïveté di fondo che non si capisce se sia consapevole – perché del resto è giusto che se si fanno delle rivendicazioni non ha senso avere il braccino corto – o se vissuta proprio con autentica superficialità.
E poi c’è un’altra questione, di carattere metodologico. È lecito alzare più di un sopracciglio se si fanno le radiografie ai modi quando sono le intenzioni a contare. Però ci sono alcuni elementi su cui vale la pena fare delle riflessioni, per quanto provocatorie possano sembrare: per dirne una, proprio a ridosso della manifestazione, a Marcianise hanno perso la vita alcuni operai mentre erano a lavoro – che purtroppo non erano i primi, ma si spera almeno che saranno gli ultimi di questo sciagurato anno. Pur non dubitando che l’episodio sia stato e continui ad essere monitorato dai sindacati, il colpo d’occhio è evidente: perché usare lo sciopero, strumento proprio dei lavoratori per ottenere le migliori tutele possibili, per Gaza? Ed era opportuno farlo in un momento storico in cui ci siamo talmente assuefatti allo sciopero – soprattutto del personale dei trasporti – che ormai ci siamo abituati alla loro eventualità senza capirne più le rivendicazioni? Se diventa solo un disagio una tantum tra i tanti, che purtroppo genera più malumori che comprensione, e non a oltranza, dov’è l’incisività? E poi c’è la questione scomoda dei parallelismi, per quanto tacciabili di benaltrismo: perché non c’è stato un movimento altrettanto motivato e sentito per la pace in Ucraina? Perché il supporto all’Ucraina, visto che inevitabilmente passa anche per via militare, è intollerabile, mentre ci si illude che la guerra a Gaza possa finire soltanto riconoscendo la Palestina e sanzionando Israele?
C’è da precisare una cosa, però. La risposta a queste domande non è che richieda necessariamente un supposto percorso logico coerente, come se per combattere le battaglie giuste ci sia bisogno di avere prima i giusti prerequisiti. Per intenderci, non esiste necessariamente un “e allora“: e allora l’Ucraina, e allora i lavoratori, e allora Hamas, e così via, come a voler malignamente puntare il dito contro una presunta ipocrisia o incoerenza di movimenti che spesso sono trasversali per natura. Esiste però un “eppure“. Ammesso che la diagnosi non sia troppo forzata (e quelle di questo blog di solito lo sono), sembra che tutto quello che sta succedendo, da Iacchetti allo sciopero, mascheri una fame autentica che, per riassumerla grossolanamente, è una fame di Sinistra. Mentre sembra sgretolarsi sotto ai piedi quell’idea di patto sociale che consideravamo perenne fino a mezza generazione fa – casa, famiglia, lavoro, pace -, questa voglia genericamente diffusa di equità, giustizia e lotta sociale, riesce a formare una massa critica solo affrontando la questione di ciò che succede a Gaza, crocevia di tutte le linee di faglia del novecento che oggi si sommano a un malessere esistenziale ormai sistemico in tutto l’Occidente. Questa tempesta perfetta forse spiega tutta la veemenza, a volte anche incondizionata, che catalizza un consenso tale da attivare una mobilitazione come quella del 22 settembre, che potrebbe essere solo la prima di una lunga serie. Eppure c’è un problema: questa commistione di strumenti spuntati, inadeguati o obsoleti – si vedano il mix sciopero-manifestazione, i sindacati o i talk show – che si reinventano per scopi nuovi, non aiuta la confusione ideologica di un mondo che ha voglia di lottare ma non sa più come farlo. Così, per fare un parallelismo pigro, se una volta gli operai della FIAT scioperavano, gli operai della FIAT e magari la classe operaia tutta ottenevano qualcosa: c’era una rivendicazione chiara, una specifica categoria coinvolta, una piattaforma stabile che la mobilitava. Oggi è la società civile a scioperare: per Gaza, contro Israele, contro il governo. Quali effetti possa avere questo tipo di attivismo, che blocca un Paese per cambiare il destino di un altro, è invece un terreno inesplorato. Eppure tutta questa energia ha bisogno di essere canalizzata, sennò è alto il rischio di una, ennesima, dispersione che si ripercuoterà su questa e tutte le altre lotte che verranno.
Se guardo più lontano della contingenza, tocca chiedersi, che cosa vedo all’orizzonte?
Infatti, di tutta questa lunga storia che è ora di concludere, possiamo, e dobbiamo, ricavare una lezione, o meglio, una promessa con noi stessi. E non è la solita stanca questione del si poteva fare meglio o non si doveva fare affatto; l’obiettivo, e questa volta è davvero urgente, è quello di darsi una prospettiva. Servono spazi di dialogo – e questo dovrà dipendere dalla disponibilità di tutti, anche a rischio di coabitare con la diversità di vedute – e servono delle piattaforme per riuscire a farlo concretamente. Serve una programmazione reale che sia in grado di canalizzare lo slancio dell’emotività verso una direzione chiara, realistica, di ampio respiro, disposta alla sintesi e non esclusivamente finalizzata a una purezza morale a cerchi concentrici che sarà sempre più esclusiva ed escludente. Serve una presenza concreta e riconoscibile, che non può dipendere esclusivamente dall’estemporaneità di una piazza.
Serve una Sinistra, ma questa volta sul serio.
