Enzo Iacchetti, lo sciopero, la Palestina

Quando è iniziata a girare la voce che Enzo Iacchetti ha sbroccato in diretta TV mentre difendeva la causa palestinese, mi è venuto spontaneo farmi alcune domande. Per cominciare, ma davvero parliamo di quell’Enzo Iacchetti? Neanche il tempo di rispondermi che la faccenda era già diventata un meme. Così, incuriosito dalla vicenda, decido di guardare il video integrale: il livello di surrealismo era tale che quando mi compare su YouTube la Poop della registrazione dal canale di un redivivo Nocoldiz, non riesco a trovarci nulla da ridere. È che ormai la realtà memizza se stessa a tal punto che farne una parodia non ha più alcun senso.

In realtà nell’affaire Iacchetti possiamo trovarci talmente tanti elementi che rischia, ahimè, di diventare addirittura un gancio utile per riflettere su come si stia parlando di Gaza, di Israele, della Palestina. Iacchetti quella sera era il rappresentante del sentire comune, mentre parlava di un tema sul quale essere divisi è difficile se si è di buon senso: la guerra a Gaza è talmente asimmetrica che è diventata incomprensibile, atroce, inspiegabile. Di fronte aveva un personaggio, un villain che pareva disegnato appositamente per quella serata, il quale ben incarnava quell’incomunicabilità che si è creata con (una parte di) Israele: freddo, distaccato, che con due parole è riuscito a inimicarsi qualsiasi ascoltatore distratto si trovasse su Rete 4 in quell’istante. Se però si ascolta lo spezzone per intero, prima dell’a dir poco inopportuno “definisci bambino”, il dialogo (sic) che si stava svolgendo mostrava egregiamente tutti i limiti con cui stiamo affrontando Le Guerre e tutti gli altri problemi a cui non si trova una soluzione da almeno tre anni a questa parte.

Infatti Iacchetti, che prima di vincere la contesa dialettica (per vittoria a tavolino, s’intende) si abbandona a sfoghi e turpiloqui sconnessi, ci lascia interdetti per la carica di inadeguatezza che l’accompagna – e da sempre l’ha accompagnato, abituati come siamo a sentire al termine di ogni sua frase il suono delle finte risate registrate. E invece nel disperato bisogno di eroismo che abbiamo in quest’epoca sventurata, anche Iacchetti assume le sembianze di un gigante, di paladino della causa palestinese, così come accade a tanti personaggi che ballano sull’ambiguità delle loro idee buone per tutte le stagioni. Ed è proprio qui che si apre la prima crepa, su tutto il dibattito: il “problema” è che il tema è così visibile che chiunque, sui grandi palcoscenici, schierandosi dalla parte giusta della storia, diventa legittimato a parlarne. Eppure non è così, o meglio, non dovrebbe essere così; perché sennò, ormai, basta prendere una posizione, sperando che sia quella giusta, a prescindere dallo sforzo intellettuale con cui lo si fa.

C’è anche un altro elemento. È vero che la Palestina, soprattutto nel nostro Paese, è stato da sempre un tema particolarmente sentito. Ed era inevitabile che questo sentimento di solidarietà si acuisse dopo una guerra che appare perpetua e senza scopo strategico, se non quello di infliggere sofferenza. Eppure il trasporto con cui si difende la causa sembra portare con sé una carica particolarmente rabbiosa, in grado di suscitare reazioni talmente inusitate come se Gaza fosse La Madre di tutte le Cause, l’unica per cui valga davvero combattere. È quello che ha portato allo sciopero di oggi, o alla Global Sumud Flottilla: una volontà di voler fare qualcosa, qualsiasi cosa, pur di non voler essere spettatori passivi dell’inazione del nostro governo – ma non solo il nostro – omertoso e complice. E a giudicare dalle opinioni che circolano, sembra ci sia una convinzione sfrenata che queste azioni porteranno (o quantomeno debbano portare) a degli effetti concreti: al riconoscimento della Palestina, al blocco delle esportazioni di armamenti, alle sanzioni a Israele e, auspicabilmente, alla fine della guerra. Tuttavia sembra esserci una sorta di naïveté di fondo che non si capisce se sia consapevole – perché del resto è giusto che se si fanno delle rivendicazioni non ha senso avere il braccino corto – o se vissuta proprio con autentica superficialità.

E poi c’è un’altra questione, di carattere metodologico. È lecito alzare più di un sopracciglio se si fanno le radiografie ai modi quando sono le intenzioni a contare. Però ci sono alcuni elementi su cui vale la pena fare delle riflessioni, per quanto provocatorie possano sembrare: per dirne una, proprio a ridosso della manifestazione, a Marcianise hanno perso la vita alcuni operai mentre erano a lavoro – che purtroppo non erano i primi, ma si spera almeno che saranno gli ultimi di questo sciagurato anno. Pur non dubitando che l’episodio sia stato e continui ad essere monitorato dai sindacati, il colpo d’occhio è evidente: perché usare lo sciopero, strumento proprio dei lavoratori per ottenere le migliori tutele possibili, per Gaza? Ed era opportuno farlo in un momento storico in cui ci siamo talmente assuefatti allo sciopero – soprattutto del personale dei trasporti – che ormai ci siamo abituati alla loro eventualità senza capirne più le rivendicazioni? Se diventa solo un disagio una tantum tra i tanti, che purtroppo genera più malumori che comprensione, e non a oltranza, dov’è l’incisività? E poi c’è la questione scomoda dei parallelismi, per quanto tacciabili di benaltrismo: perché non c’è stato un movimento altrettanto motivato e sentito per la pace in Ucraina? Perché il supporto all’Ucraina, visto che inevitabilmente passa anche per via militare, è intollerabile, mentre ci si illude che la guerra a Gaza possa finire soltanto riconoscendo la Palestina e sanzionando Israele?

C’è da precisare una cosa, però. La risposta a queste domande non è che richieda necessariamente un supposto percorso logico coerente, come se per combattere le battaglie giuste ci sia bisogno di avere prima i giusti prerequisiti. Per intenderci, non esiste necessariamente un “e allora“: e allora l’Ucraina, e allora i lavoratori, e allora Hamas, e così via, come a voler malignamente puntare il dito contro una presunta ipocrisia o incoerenza di movimenti che spesso sono trasversali per natura. Esiste però un “eppure“. Ammesso che la diagnosi non sia troppo forzata (e quelle di questo blog di solito lo sono), sembra che tutto quello che sta succedendo, da Iacchetti allo sciopero, mascheri una fame autentica che, per riassumerla grossolanamente, è una fame di Sinistra. Mentre sembra sgretolarsi sotto ai piedi quell’idea di patto sociale che consideravamo perenne fino a mezza generazione fa – casa, famiglia, lavoro, pace -, questa voglia genericamente diffusa di equità, giustizia e lotta sociale, riesce a formare una massa critica solo affrontando la questione di ciò che succede a Gaza, crocevia di tutte le linee di faglia del novecento che oggi si sommano a un malessere esistenziale ormai sistemico in tutto l’Occidente. Questa tempesta perfetta forse spiega tutta la veemenza, a volte anche incondizionata, che catalizza un consenso tale da attivare una mobilitazione come quella del 22 settembre, che potrebbe essere solo la prima di una lunga serie. Eppure c’è un problema: questa commistione di strumenti spuntati, inadeguati o obsoleti – si vedano il mix sciopero-manifestazione, i sindacati o i talk show – che si reinventano per scopi nuovi, non aiuta la confusione ideologica di un mondo che ha voglia di lottare ma non sa più come farlo. Così, per fare un parallelismo pigro, se una volta gli operai della FIAT scioperavano, gli operai della FIAT e magari la classe operaia tutta ottenevano qualcosa: c’era una rivendicazione chiara, una specifica categoria coinvolta, una piattaforma stabile che la mobilitava. Oggi è la società civile a scioperare: per Gaza, contro Israele, contro il governo. Quali effetti possa avere questo tipo di attivismo, che blocca un Paese per cambiare il destino di un altro, è invece un terreno inesplorato. Eppure tutta questa energia ha bisogno di essere canalizzata, sennò è alto il rischio di una, ennesima, dispersione che si ripercuoterà su questa e tutte le altre lotte che verranno.

Se guardo più lontano della contingenza, tocca chiedersi, che cosa vedo all’orizzonte?

Infatti, di tutta questa lunga storia che è ora di concludere, possiamo, e dobbiamo, ricavare una lezione, o meglio, una promessa con noi stessi. E non è la solita stanca questione del si poteva fare meglio o non si doveva fare affatto; l’obiettivo, e questa volta è davvero urgente, è quello di darsi una prospettiva. Servono spazi di dialogo – e questo dovrà dipendere dalla disponibilità di tutti, anche a rischio di coabitare con la diversità di vedute – e servono delle piattaforme per riuscire a farlo concretamente. Serve una programmazione reale che sia in grado di canalizzare lo slancio dell’emotività verso una direzione chiara, realistica, di ampio respiro, disposta alla sintesi e non esclusivamente finalizzata a una purezza morale a cerchi concentrici che sarà sempre più esclusiva ed escludente. Serve una presenza concreta e riconoscibile, che non può dipendere esclusivamente dall’estemporaneità di una piazza.

Serve una Sinistra, ma questa volta sul serio.

Questa Sinistra è la miglior cosa che sia capitata alla Destra

È capitato più volte, direi quasi ad ogni occasione utile, che in questo blog si parlasse di votazioni e/o campagne elettorali facendo riferimento ad una certa Nausea di sartriana memoria. Ecco, l’esito (e le premesse) del referendum di questa settimana non fa eccezione ma anzi, rischia di rappresentare un’evoluzione ancora più drammatica della già bistrattata politica italiana, se non della Politica in sé.

Poche settimane fa in Parlamento è successa una cosa; un dibattito tra i tanti passato in sordina ma che merita di essere guardato con attenzione. In due parole: il governo, il più a destra della storia repubblicana, ha promosso una riforma sulla cittadinanza che l’opposizione, il PD con la segreteria più a sinistra dalla sua fondazione, ha contestato, difendendo la precedente normativa che fu voluta da un Ministro (il cui nipote ora siede tra gli scranni della Camera) che in gioventù prese parte alla Repubblica di Salò. Il colmo è che, una volta tanto, la misura sarebbe pure sensata: sebbene limiti la concessione di un diritto, lo scopo è quello di combatterne gli abusi, la cui condanna è stata sempre pressoché bipartisan. Che poi certo, che la riforma sia stata fatta bene sarà una cosa tutta da vedere.

Se è vero che per far opposizione basta non essere d’accordo con tutto quello che fa il governo, il grosso pericolo è che a farlo col pilota automatico rischia di tornare indietro come un boomerang. Al referendum ci si è sorpresi che il quesito sulla cittadinanza – quello più identificabile e “identitario” rispetto agli altri, che ci si aspettava facesse da traino per andare alle urne – abbia preso una rilevante percentuale di “No”; cosa che fa riflettere, visto che a quanto pare c’è chi ha preferito alzarsi dal divano e rischiare di far raggiungere il quorum pur di esprimersi con forza contro qualcosa che proprio non voleva. Insomma, si è scommesso sul fatto che l’essere di sinistra equivaleva ad accettare il pacchetto completo e anche nei commenti post-voto si sono sprecati i goffi tentativi di appropriazione della parte di elettorato che è andato a votare, il quale in realtà è sembrato molto più sfaccettato del previsto: così a spanne, verrebbe da dire che qualcuno di sinistra ritiene prioritaria la lotta sul lavoro rispetto allo snellimento delle procedure sulla naturalizzazione degli stranieri.

Queste scelte di campo in cui tocca sentirsi di sinistra vengono strumentalizzate per spingere l’elettorato al voto come se fosse una sorta di ricatto, perché a volte ci dimentichiamo che oltre alla storia della sinistra sempre pronta a dividersi c’è anche quella di chi si tura il naso e vota comunque, pure quando viene messo davanti a scelte logicamente poco coerenti. Infatti, e a questo punto la storia di prima ci torna utile, in che modo si concilia la battaglia fatta in aula per il riconoscimento della cittadinanza degli italiani di n generazioni fa con quella di chi in Italia effettivamente ci vive e lega il suo destino? Perché si passa dal difendere in aula le leggi fatte da un fascista scampato alla Storia al tacciare chi ha votato “No” al referendum come un razzista senza scrupoli?* Ma poi riavvolgiamo il nastro ancora più indietro: qual è il valore della cittadinanza oggi, se non quello di retaggio del romanticismo ottocentesco utile a quella narrazione in cui confini, lingua ed etnia devono per forza stare nello stesso artificiale insieme? Da quando il tema è diventato qualcosa da sinistra o muerte?

Senza voler sminuire il merito delle tematiche oggetto del referendum, c’è però da tenere a mente che ogni consultazione è un appello alla fiducia dell’elettore, che se non va a votare non è solo per una questione di disinteresse – altro tema che ha suscitato una sterile e miope indignazione – ma anche perché pretende legittimamente che la credibilità di chi chiede il voto venga guadagnata. Tanto per dire, una delle premesse con cui i sostenitori dei referendum hanno invitato la cittadinanza a votare era quella di riuscire a prendere più voti di quanto ne avesse ottenuti il centrodestra alle ultime elezioni. Esultare per questo risultato, quando la posta in palio era il quorum e la vittoria dei “Sì”, equivale a gioire quando la squadra che si tifa perde 5 a 1 invece che 5 a 0, solo perché ci si era giocati sulla schedina il risultato esatto: insomma quello che fa comodo a qualcuno non può essere spacciato come la vittoria di tutti, soprattutto al prezzo di considerare le battaglie proposte come mere scuse per portare la gente al seggio.

Così spesso ci si trova messi all’angolo, visto che quando si criticano strategie che poi si rivelano miopi e fallimentari, si subisce il ricatto morale di essere quelli che vogliono mettere i bastoni tra le ruote dei diritti altrui. E invece è frustrante e dannoso vedere, nell’epoca del populismo marcito che si tramuta in fascismo, gli ultimi bastioni rimasti a difendere un’idea di mondo in estinzione scivolare così maldestramente su bucce di banana – tra l’altro lasciate cadere da loro stessi – che manco i looney tunes. Davvero sembra che mentre a Destra si cammini (al passo dell’oca) al ralenti, senza alcuna direzione e nel silenzio di chi non ha nessuna idea, a Sinistra ci si muova come Taz-Tazmania, roteando su se stessi alzando un gran polverone salvo poi puntualmente prendere in testa le incudini ACME che cadevano dal cielo addosso a Willy il Coyote.

*A onor del vero, il quesito sulla cittadinanza è stato promosso da “+Europa, Possibile, Partito Socialista Italiano, Radicali Italiani, Rifondazione Comunista e numerose associazioni della società civile“, il PD ha appoggiato il quesito una volta ritenuto ammissibile.

The Office è stato il miglior documentario mai andato in onda, Cap. I

Il grande paradosso del cinema, della televisione o, più in generale, della rappresentazione dell’intrattenimento, è che ci ha abituati a tal punto a vedere la realtà in un certo modo che poco di ciò che viene mostrato ormai ci sorprende o ci emoziona, almeno non quanto dovrebbe in proporzione alla potenza dei mezzi a nostra disposizione. Eppure basterebbe vedere l’ultima puntata di The Office, una serie TV che parla di persone che vendono carta, per provare tutta una serie di emozioni che le centinaia di caratteri battuti in questo articolo difficilmente riusciranno a replicare.

The Office è un prisma sul quale la luce della realtà sbatte dando luogo a tanti colori quante sono le vicissitudini dell’esistenza. E tutto origina parlando della cosa che più intacca la nostra vita, di quella grossa fetta di tempo alla quale ogni giorno abdichiamo, barattata in cambio della nostra sopravvivenza: il lavoro. A voler scomodare Hannah Arendt, The Office ci ricorda che l’uomo non è solo animal laborans – che lavora perché vive e vive perché lavora, nella drammatica lotta contro la sua stessa deperibilità – ma è un essere che ha bisogno di improntare la vita sull’agire, cosa che gli è resa necessaria dall’esistenza dell’altro e dalla conseguente relazione che instaura con esso.

Eppure quello che succede a Michael Scott e ai suoi sottoposti ha un duplice valore: c’è sia la resistenza a questo stato di cose per certi versi opprimente – il lavoro è una gabbia, soprattutto quando se ne percepisce l’insensatezza – ma anche una gioiosa, per quanto incerta e in fin dei conti forzosa, accettazione della propria condizione – l’archetipo dell’Ufficio e le dinamiche sociali che inevitabilmente si creano in esso. In realtà è faticoso voler rielaborare i concetti che vengono pronunciati proprio nelle ultime battute della serie, che ne riassumono completamente il senso: per tutto lo show infatti c’è una sorta di minimalismo riflessivo, agevolato dalla semplicità delle cose e delle vicende delle persone che popolano il set, che però è talmente efficace che ci si accorge di averlo afferrato grazie alla smorfia sorridente che ci troviamo stampata sul viso alla fine di ogni puntata.

Ma non c’è solo questo. Così come si notano meglio i colori più sgargianti quando vengono messi a contrasto, così succede con le tematiche di The Office, che vengono messe in risalto dall’esilarante surrealismo che la contraddistingue: la serie è permeata da un nonsense perenne, che viene esaltato dai personaggi più peculiari e che lascia quella sensazione di cringe in maniera così vivida che sembra davvero che l’imbarazzo degli attori non sia recitato, ma vissuto sul serio. E però quel modo che ha Michael Scott, persona che crede con tutto se stesso nel lavoro che fa al punto da non aver relazioni d’amicizia o d’amore all’infuori di esso, di vivere la sua assurda normalità, ci appare la cosa più sensata del mondo se messa a confronto con la vita dei suoi superiori, che quando il lavoro in effetti lo perdono, insieme ad esso smarriscono pure il lume della ragione. Per assurdo, le persone “normali” come l’aziendalissima Jan Levinson o l’impassibile direttore David Wallace, gente che proprio sembra nascerci coi nomi da CEO, non trovano un senso nella loro vita se non nel grigiore che comporta essere i migliori manager di un’azienda il cui core business è vendere carta.

Anche sulla correlazione tra presentabilità e capacità dei personaggi ci si potrebbe dilungare. Contro ogni aspettativa, la filiale di Scranton è l’unica della Dunder Mifflin che fa profitti, tanto che quando la compagnia se la passa male i grandi capoccia di New York convocano Michael per capire quale sia il suo segreto, per poi scoprire nel disagio generale che in realtà non ce n’è alcuno. Questo perché, e la sola idea mette un po’ in imbarazzo gli addetti ai lavori, alla fin fine tutte le tecniche pseudo-scientifiche di management aziendale non sono così diverse dai riti sciamanici: anche nel business le cose dipendono dalla buona sorte, checché ne dicano i guru del mindset. Che poi più volte nel corso della serie viene fuori che effettivamente Michael sia un ottimo venditore e, in fondo, pure un buon manager, per quanto inadatto alla (sua stessa) vita: questo perché alla fine ci si rende conto che le cose funzionano meglio quando non c’è nessuno a comandare – o quando chi comanda lo fa con discrezione.

E poi c’è la vita dei dipendenti. Nessuno, eccetto Dwight Schrute, ha il benché minimo interesse a trascorrere del tempo prezioso tra telefonate ed email, chiuso in quattro mura di compensato fastidiosamente illuminate dalla luce al neon. Per citarne alcuni, Jim passa il tempo in ufficio col minimo sforzo, impegnandosi solo quando si tratta di fare scherzi al suo vicino di scrivania; Stanley conta le ore che lo separano dal pensionamento; Creed usa il lavoro come copertura per i suoi loschi traffici. È interessante notare che nonostante The Office sia una serie americana non è niente di più lontano dall’idea che abbiamo del workaholism da corporation che immaginiamo si viva da quelle parti. E questo dimostra, insieme a pochi ma altrettanti validi altri esempi, che le volte in cui la cultura d’oltreoceano riesce a guardarsi allo specchio e vede la sua assurdità è davvero capace di comunicare qualcosa a tutti, a prescindere dagli effetti speciali che usa. Nessuno in The Office smania per “fare carriera” e quando qualcuno in apparenza ci riesce, in realtà il successo che ottiene è ciò che lo fa stare bene nella vita rinunciando a qualcosa del lavoro: l’unico esempio appena in controtendenza potrebbe essere Darryl, il capo magazziniere, eppure la timidezza e l’umiltà con cui riesce ad emanciparsi dal suo faticoso lavoro non lo rende un arrivista, ma una persona che vorrebbe semplicemente migliorare se stesso e vedere che effetto fa – perché se uno ha un cervello è giusto che gli venga consentito di usarlo, pure in un posto di lavoro.

Insomma, in The Office si parla di lavoro come non si è mai fatto nella storia della televisione, e la cosa che testimonia il grande successo della serie è che riesce a farci astrarre da una realtà così quotidiana – quella forza invisibile che ci fa alzare dal letto ogni mattina e ci costringe a recarci in un posto dove non vorremmo essere – che troppo spesso diamo per acquisita e immutabile. Eppure rimane un nodo da sciogliere, che la serie lascia inconsapevolmente in sospeso per farci prendere una posizione: ci vuole bravura nel rendere piacevole qualcosa che nasce sbagliata per natura o tocca essere fortunati nel trovare i giusti compagni di sventura?

Giampietro Manenti è stato l’araldo dell’insensatezza del nostro presente

Ci sono episodi della storia umana che se non fosse per l’occhio acuto di alcuni attenti spettatori passerebbero inosservati, cadendo nell’oblio. D’altronde, come vuole l’enigmatico adagio, non si sente il rumore che fa l’albero caduto nella foresta se non c’è nessuno ad ascoltarlo. Ecco, quello che accadde a Parma nel 2015, invece, di rumore ne fece parecchio, almeno tra quella fetta di persone direttamente coinvolte nella vicenda. Quella di Parma era una storia di sport, una storia di calcio. Anzi, era qualcosa di ancor meno interessante, sia tra chi lo sport lo segue che tantomeno tra chi di calcio non vuole neanche sentir parlare: era una questione societaria o meglio, di management dello sport.

Per farla breve, il Parma, all’epoca, si trovò sommerso da una montagna di debiti. Cosa che succede spesso nelle società di calcio. In questi casi, qualcuno interessato (a volte per affetto, più spesso per soldi) a rivitalizzare l’asset interviene, sonda il terreno, e se il gioco vale la candela salva – almeno fino a che gli conviene, di solito il tempo utile per rivendere – la società. Col Parma calcio si stava seguendo grosso modo questo canovaccio, eppure fin da subito iniziarono ad accadere cose fuori dall’ordinario, che divennero repentinamente grottesche. Infatti, la storia che davvero vale la pena raccontare riguarda i personaggi che apparvero a mo’ di sciacalli tra le macerie della società, che si presentarono ai tifosi e alla città nelle vesti di improbabili salvatori.

È possibile ricostruire così bene i fatti di dieci anni fa grazie al lavoro certosino del canale YouTube Mapi Channel, così chiamato in onore della società Mapi Group di Giampietro Manenti, protagonista indiscusso di tutta la faccenda. La prima cosa che colpisce è che Mapi Channel nasce nel 2021, quindi ben sei anni dopo le sfortunate vicende del Parma calcio dell’epoca: frutto dell’afflato poetico di un misterioso autore – si parlava degli spettatori attenti della storia -, forse chiuso in casa in una delle tante zone rosse intermittenti di pandemica memoria. La seconda cosa rilevante è che il canale ha avuto successo: non era così scontato, dopotutto la storia che racconta si svolge nell’arco di qualche settimana e io stesso che il calcio all’epoca lo seguivo più assiduamente faccio fatica ad avere memorie nitide di quei momenti in diretta. Eppure una volta che si entra nel loop di quei video non si riesce ad uscirne: le parole che vengono proferite dai diretti interessati, presidenti, giornalisti, opinionisti, sono così ripetitive e vacue che diventano rumore bianco; i video di Mapi Channel diventano puro ASMR, di cui fruire quando non si riesce prendere sonno o si sta pulendo casa. Si è creata una relativamente piccola ma affiatata community di utenti (il canale ha 20mila iscritti) che fa a gara a scovare i dettagli più astrusi di ogni intervista e che ti coinvolge in un modo che solo su YouTube, tocca rendergli merito, può capitare. Non solo. L’effetto ipnotico causato da tutto questo materiale deriva anche dal fatto che quei concetti, ripetuti così alla nausea, spalancano le porte della percezione, facendoci realizzare che il linguaggio, e il modo in cui definiamo la realtà attraverso di esso, sia un mero costrutto che traccia i labili confini in cui organizziamo il nostro vivere nel mondo; confini che possono essere messi in discussione in un batter d’occhio, perché non è chiaro se è la percezione a fare il mondo o viceversa.

C’è ancora qualcos’altro però, che va oltre all’esilarante nonsense e alla memizzazione a cui i fatti di Parma si prestano in maniera eccezionale. Quello che accadde a Manenti – o meglio, quello che Manenti fece accadere – fu la dimostrazione della porosità del nostro “sistema”, composto da meccanismi astratti e normalizzanti, a loro volta frutto di automatismi tali che prima di farci accorgere che sta succedendo qualcosa di sbagliato (o più correttamente: di dissonante) reagisce con estrema lentezza, per poi (se ci riesce) espellere l’intruso. Manenti compra il Parma calcio con un solo euro, che è probabilmente lo stesso valore della giacca che indossa durante la conferenza stampa in cui si presenta al mondo. Eppure, nonostante il personaggio abbia appesa in faccia una luce al neon che illumina la scritta “non fidatevi di me”, riesce a risultare passabile agli occhi delle istituzioni della Serie A, del manager che lo affianca, dei sopravvissuti vertici dirigenziali del Parma AC. Sembra difficile credere che tutta la filiera calcistica abbia avuto così tante sviste da così tanti soggetti tutti insieme, ma al di là dei risvolti poco trasparenti della vicenda – forse Manenti era un semplice prestanome di qualche interesse occulto, o magari era lui stesso ad avere intenzioni truffaldine, oppure a Parma la situazione era talmente disperata (e lo era) che faceva comodo avere un utile idiota a fare da parafulmine – non è stata mai smentita la possibilità che un unico uomo possa aver provocato tutto questo bailamme solo perché, alla fine, poteva vivere uno spettacolo da protagonista al prezzo di dieci goleador. D’altronde, in quel mese scarso di visibilità, Manenti ha visto partite allo stadio, entrava regolarmente negli spogliatoi della sua squadra, ha incontrato i vertici della Lega Serie A, il tutto mentre decine di giornalisti gli puntavano addosso un microfono in attesa che le sue parole acquisissero finalmente un senso. Insomma, Manenti ha portato Andy Warhol all’estremo. E proprio in virtù di ciò non sembrano tanto le ragioni di Manenti, oneste o meno che fossero, ad essere degne di analisi, quanto tutta l’impalcatura che venne costruita su di lui e che resse per settimane.

La prima conferenza stampa di Manenti è il momento topico di questa vicenda, non a caso il video più visto sul canale di Mapi Channel. Lo stesso contesto è improbabile: la conferenza stampa è un momento rituale e noioso, in cui i giornalisti fanno domande oziose o velleitarie ad interlocutori che rispondono con frasi fatte e fotocopiate. Quelle che passano alla storia sono quasi esclusivamente quelle in cui gli allenatori sbroccano, possibilmente italiani che allenano all’estero. Ma, di nuovo, non è tanto lo show di Manenti a lasciare perplessi: è l’atteggiamento velatamente accomodante (con qualche eccezione positiva) con cui viene trattato il personaggio, dalla stampa o dai controllori disattenti che citavamo, che stona ancor di più se consideriamo la roccambolesca uscita di scena di un altro protagonista di questa epopea. Pochi giorni prima di cedere la presidenza a Manenti infatti, c’era stato un personaggio all’apparenza più presentabile, l’avvocato Fabio Giordano, che si presentò febbricitante ai giornalisti contribuendo alla realizzazione della conferenza stampa più lisergica trovabile sul web. Quindi se una svista poteva capitare, con due diventa difficile essere indulgenti.

C’è un’ulteriore, ennesima, cosa però. La transizione tra il Parma AC nella sua fase storica rispettabile e la banter era manentiana è così sfumata e contigua che spalanca le porte a una riflessione (ancora) più ampia. La cosa affascinante del pallone ai livelli più alti è che a un certo momento strategia aziendale e risultato sportivo si fondono ad un punto tale che è difficile capire, tra le due cose, quanto l’una abbia portato all’altra. L’aleatorietà dei risultati nello sport rischia al tempo stesso sia di vanificare una gestione oculata di una squadra-azienda, quando sono negativi, sia di occultarne le mancanze, laddove una o più stagioni fortunate gonfino i meriti delle persone che siedono dietro le scrivanie. Ma la cosa ancora più affascinante è che le stesse dinamiche possono benissimo manifestarsi anche fuori dal calcio, in qualsiasi azienda, ed è per questo che la storia di Parma intriga e fa riflettere, come si dice quando si sta per arrivare a una morale. Alla fine Elon Musk non è un po’ un Giampietro Manenti che i soldi li ha davvero?

Ecco, è questa la piega che alla fine voleva prendere il nostro racconto, collegandosi con l’attualità. Manenti, volendo adeguatamente romanzare le cose, è stato apripista, fosse anche per una mera questione cronologica, di tutto il periodo storico di assurdità che iniziò proprio in quegli anni là e che perdura tuttora: della post-verità, dell’incompetenza assurta a virtù, del farsi talmente beffe della realtà al punto che conoscerla diventa superfluo. Guarda caso, dopo di lui venne Brexit, Trump, l’ascesa del populismo e il surrealismo della gestione della pandemia, fino ad arrivare al criptofascismo tecno-incompetente attuale. Questo perché, con la stessa pigrizia con cui si affrontò il personaggio, si sono affrontati avversari ben più pericolosi, con il fare da temporeggiatori di quelli che dicono “aspettiamo, tanto ad un certo punto si accorgerà pure lui di quant’è inadeguato”. Il fatto è che di Manenti, alla fin fine, ce ne sono pochi; però il problema è che di pigri ce ne sono sicuramente di più.

Giampietro Manenti venne arrestato il 18 marzo di quell’anno, dopo un mese e mezzo di presidenza, con l’accusa “di reimpiego di capitali illeciti, per aver provato a ottenere con l’aiuto di complici 4,5 milioni di euro da versare al club tramite l’utilizzo di carte di credito clonate”, il che farebbe inferire che tutto ciò che aveva fatto prima di comprare il club fosse stato in effetti nei limiti della legalità. Quindi quello che incastrò Manenti fu un reato commesso in veste di presidente del Parma, tra l’altro nell’atto di portare concretamente soldi nelle casse della società – cosa non banale, visto che chi lo precedette, e lo seguì, non ottenne poi risultati migliori. Esiste qualcosa di più poetico?

“Lei è un bluff?” “Probabilmente sì, probabilmente no”

Dinosaurs era una serie per bambini che avrebbero avuto paura del loro futuro

È esistita un’epoca, quella degli anni novanta, in cui il nostro rapporto con la televisione era molto diverso rispetto ad oggi. Mentre oggi la TV è mero strumento a disposizione della nostra bulimica ricerca di novità, sui cui contenuti vale la pena investire nei dettagli fino a un certo punto vista la compulsività con cui vengono consumati, c’era stato un tempo in cui gli show televisivi (prima che venissero chiamate serie TV) venivano fatti con una certa cura artigianale. Dinosaurs è stata anche questo: la famiglia di dinosauri protagonista della serie era animata da un mix di marionettisti e pupazzi meccanici che interagivano tra loro con una naturalezza tale da sembrare veri. Talmente veri che alla fine Dinosaurs era diventata la mezz’ora di televisione più costosa dell’epoca, tanto da dover essere cancellata nonostante fosse acclamata dalla critica e apprezzata dal pubblico.

Questi pezzi di passato di un’epoca in cui non esistevano ancora le piattaforme streaming, ma che tocca ammettere vengono riscoperti proprio grazie ad esse, a volte rimangono conservati sotto forma di nicchie nella propria memoria. Avevo il vago ricordo di questa cosa che mi compariva al mattino in TV quand’ero bambino, ma non immaginavo che a rivederla da adulto avrebbe avuto ancora qualcosa da comunicarmi; o meglio, che mi avrebbe comunicato qualcosa che avrei capito solo da adulto. Il fatto è che Dinosaurs, pur dando voce a dei dinosauri, in realtà parla degli (e agli) umani. L’allegoria è lineare ma potente: la società dei dinosauri ricalca quella degli uomini, sebbene la natura sia più selvaggia e il continente, Pangea, sia solo uno. E però se la trama può sembrar banale, è la sua narrazione che diventa sofisticata.

Il mondo dei dinosauri declinato al moderno, così come se lo immagina la serie, è un mondo che oggi definiremmo liberista nella sua forma più primigenia o incontrollabilmente capitalista. Per dirne una, il lavoro di Earl, il capofamiglia, consiste nell’abbattere alberi per conto di una corporation che non si cura minimamente del fatto che un giorno gli alberi da abbattere per far spazio al progresso finiranno. E quando ciò effettivamente accade, il problema diventa non dell’azienda ma dei suoi dipendenti, licenziati in tronco (no pun intended) perché non più necessari. La stessa famiglia protagonista della serie vive i suoi rapporti più intimi in maniera piuttosto lasca, consapevole di vivere in un mondo in cui se i propri figli non tornano a casa per l’ora di cena è perché potrebbero essere stati mangiati da un predatore più grande. Così va la vita. I momenti più “autentici” che inframezzano la vita moderna dei personaggi sono riti ancestrali le cui origini e motivazioni si perdono nei secoli ma che però vengono ripetuti stancamente nella loro ottusa crudeltà. I rapporti di genere, un altro tra i temi più avanguardistici sollevati dalla serie, sono scanditi da un machismo tossico che viene facile rappresentare visto che i personaggi sono, alla fine della fiera, degli animali. Far parlare dei dinosauri di queste cose, esseri che ci immaginiamo violenti per natura perché era violenta la stessa natura di cui facevano parte, diventa un escamotage incredibilmente efficace proprio perché questo è sempre stato il nodo gordiano dell’umanità: riuscire a far coesistere gli istinti primordiali col bisogno di civilizzazione.

Non di rado nella serie la provocazione è evidente. Per 140 milioni di anni erano i dinosauri la specie dominante sul nostro pianeta mentre oggi le loro ossa impolverate sono sorvegliate da annoiati custodi all’interno di musei. Questo dinosauro-centrismo dello show fa il verso all’umana presunzione di essere la specie definitiva, la manifestazione della natura più cosciente di se stessa e per questo incapace di immaginare un futuro in cui non esista più. Eppure la serie soffre di uno spoiler intrinseco: tutti sappiamo la fine che hanno fatto i dinosauri, anche se possiamo scommettere che non abbiano avuto una vera consapevolezza della loro stessa estinzione. La sorpresa che ci lascia la serie, e qua attenzione che d’ora in avanti lo spoiler ce lo metto io, è che a far morire i dinosauri non è stato un meteorite ma la scelleratezza con cui hanno distrutto il loro stesso habitat. Ma se il messaggio ecologista arriva forte e chiaro senza bisogno di approfondirlo ulteriormente, gli ultimi attimi dei protagonisti coincidenti con i minuti finali della serie hanno un che di anomalo da un punto di vista comunicativo, almeno per come siamo stati abituati dal mondo dell’intrattenimento.

Quando Earl riflette ad alta voce su come la sua cieca fiducia nel progresso gli abbia fatto perdere di vista la fragilità della natura, interviene ad un certo punto il suo figlio più piccolo senza nome, chiamato semplicemente Baby, il quale per tutta la serie ricopre il ruolo della macchietta che serve a strappare una risata. Quando chiede al padre cosa sarà della loro famiglia visto che il mondo sembra condannato, tutti si guardano mestamente, senza riuscire a dargli una risposta davvero rassicurante. Non si riesce a dare una risposta rassicurante ad un bambino, in uno show per bambini. Ed è così che cala il sipario. Con un silenzio che non ha bisogno di alcuna spiegazione.

Verrebbe da definirlo un finale commovente e strappalacrime, ma non sarebbe una definizione corretta. Ci lascia con una sensazione di spiazzante angoscia, fino al punto da farci sentire a disagio, e proprio per questo è uno dei finali più originali mai trasmessi in televisione.

Boris era una serie molto italiana, ma non c’era niente di male

Senti Cristina, io sono molto stanco. Io ho quasi 50 anni e ho la casa mezza sfondata, questo non sarebbe grave però eh, la cosa grave è che qui a me mi stanno facendo fuori, hai capito? Io presto dovrò reinventarmi tutto e credimi che a 50 anni non è facile. Tu sei una ragazza giovane, tu prendi 200 mila euro per sei mesi di lavoro, quando c’è gente che per mille euro al mese sfonda le strade col martello pneumatico senza battere ciglio e lotta per vivere una vita di merda. Io penso che sarebbe bello per una volta vedere le cose nella giusta ottica, no? eh? E fare semplicemente il proprio dovere, senza capricci, senza problemi. In questo caso piangendo, se è il caso di piangere.

Hai finito d’attaccarmi la pippa Renè?

Boris è stato un fenomeno difficilmente spiegabile. Come molte cose che succedono nel nostro Paese non è stato parte di un movimento coerente ma un’incredibile eccezione. È stata una serie di qualità, per gli attori, per la regia, per la sceneggiatura: si è pienamente adeguata agli standard internazionali delle serie tv (che in realtà sarebbero venuti dopo) pur mantendendo dei contenuti molto italiani, italianissimi. Infatti, per quanto ben realizzata, Boris per essere fatta capire a un pubblico straniero avrebbe bisogno di un corso propedeutico di usi e costumi italiani, una sorta di Cura Ludovico, solo per avere i requisiti per apprezzarla davvero.

Intendiamoci, Boris parla di televisione e cinema, quindi prima di forzare troppo l’allegoria è giusto tenerlo a mente. Tuttavia riesce a fare magistralmente qualcos’altro: spiegare il nostro Paese. Non attaccandoci la pippa su tutto ciò che non va, ma raccontando le disfunzioni nostrane in maniera sottile e sussurrata, a volte con una semplice smorfia. Per dirla terra terra, Boris è come avere il C2 di una lingua straniera: lo so che la sai, quindi è inutile che ti spiego le basi della grammatica per comunicare. Passiamo direttamente ai dettagli. Lo spezzone trascritto qualche riga più sopra è esemplificativo di tutto ciò. In realtà è solo uno tra le centinaia che potrebbero essere presi e passati al setaccio alla ricerca di significati nascosti eppure, questo trasmette alla perfezione il livello di meta-italianità che la serie raggiunge. È una sorta di Stele di Rosetta per chi vuole davvero capire cosa significa essere molto italiani, sia negli aspetti folkloristicamente socio-politici ma anche, e soprattutto, nel sentimento che mettiamo nella nostra vita da mediterranei.

Senti Cristina, io sono molto stanco. Quando Renè inizia il suo discorso, la trasmette davvero, questa stanchezza. Inizialmente prende un respiro e fa una smorfia di impazienza mista a rancore. Poi però si rende conto che non ha la forza di arrabbiarsi e così, calcando la mano sul volto, si toglie metaforicamente la maschera, mettendo a nudo la sua vulnerabilità. È evidente che non si tratta di una stanchezza meramente fisica ma di fatica derivante da una frustrazione perenne, che lo accompagna ogni giorno sul set. La fatica di Sisifo, per intenderci: quella del reiterare uno sforzo disumano pur sapendo che non sfocerà in un successo. È probabilmente quella che lui prova lavorando come regista, il lavoro di uno che ha in mente un’idea che solo gli altri possono realizzargli.

Io ho quasi 50 anni e ho la casa mezza sfondata, questo non sarebbe grave però eh. Appena inizia il suo sfogo, Renè attinge alla sua vita personale, in una breve digressione che si dissolve quasi istantaneamente. In primis, solleva la questione dell’età, che in effetti è un incipit molto italiano quando si discute: di solito viene usata come artificio dialettico per sbattere in faccia all’interlocutore la propria esperienza; in questo caso, sembra più un voler corroborare la questione della stanchezza, che si sopporta sempre meno con l’incalzare degli anni. Poi cita un dettaglio apparentemente fuori luogo in quel momento, quello della sua casa-mezza-sfondata: sembra uno di quei pensieri che rimangono tra i processi in background nell’inconscio di qualcuno, così poco rilevanti per tutti tranne che per se stessi. D’altronde parliamo della casa, quasi certamente di proprietà, uno dei pilastri dell’identità nazionale. Poi però Renè interrompe bruscamente questo accenno di flusso di coscienza. Per chi non sarebbe grave, però? Per Cristina che lo ascolta, perché si rende conto di star condividendo frammenti della sua vita che così poco le interesserebbero, o è un promemoria per se stesso, perché si sta rendendo conto di divagare, anche se è ben conscio del fatto che nella scala delle priorità il suo problema più pressante è la casa e non i capricci degli attori?

La cosa grave è che qui a me mi stanno facendo fuori, hai capito? Nella maggior parte della serie, Renè oscilla tra la paura e il sollievo all’idea di perdere il lavoro. Tuttavia in quanto regista di fiction, il suo è più che un semplice lavoro: è anche una questione di politica. È quel “mi stanno facendo fuori” che preoccupa Renè, ancor più della casa mezza sfondata. È forse la prospettiva di essere sollevato dal suo incarico senza averlo potuto fare prima lui, di sua iniziativa. Il togliergli la soddisfazione di liberarsi di una cosa che in fondo odia, ma che deve fare costretto da non si capisce bene chi o cosa: se dal bisogno di soldi, dal senso del dovere (il lavoro visto come una cosa da fare anche se non ci piace, altra cosa molto italiana) o da un sadico piacere di girare la monnezza, come la chiama lui.

Io presto dovrò reinventarmi tutto e credimi che a 50 anni non è facile. A volte un talento – o un’opportunità – è una condanna. Renè gode della stima di molti degli addetti ai lavori, per quanto nei suoi scorci di biografia si citino solo cose di cui si vergogna di aver girato. A Renè piace il set, come a un atleta piace l’odore del campo in cui entra durante la partita. Probabilmente è questo ciò che accomuna tutti: si inizia col fare una cosa che si ama e si finisce per odiarla, a forza di seppellire la passione sotto una valanga di compromessi. Renè sa che per quanto se ne lamenti, stare sul set è la cosa che gli riesce meglio. Mettersi a fare qualcos’altro non rappresenta una nuova prospettiva ma un salto nell’ignoto. Cambiare lavoro a volte spaventa più che perderlo.

Tu sei una ragazza giovane, tu prendi 200 mila euro per sei mesi di lavoro, quando c’è gente che per mille euro al mese sfonda le strade col martello pneumatico senza battere ciglio… A questo punto Renè si rivolge finalmente a Cristina e si arriva al cuore del discorso. Vuole farle pesare tutta una serie di cose: che è giovane, quindi per definizione fortunata e senza problemi agli occhi di qualcuno non più giovane, e che è privilegiata, per quello che prende in virtù del poco che fa. Renè è consapevole che fa parte del gioco, ma forse non si capacita ancora del perché le persone con cui ha a che fare prendano più di lui faticando molto meno. Per quanto classico sia questo pattern (c’è sempre qualcuno che si fa il mazzo più di noi, e bisogna compatirlo) nel tono di Renè non c’è volontà di umiliare, ma una disinteressata intenzione di istruire. L’esempio di chi fa lavori di fatica prendendo una paga misera è un clichè, certo, eppure risulta particolarmente efficace considerando il contesto – d’altronde Renè non sembra dirlo come frase di circostanza, ma con la consapevolezza di uno che, magari in gioventù, ha davvero fatto lavori umili prima di avere successo. È in questo momento che Cristina dimostra già cosa pensa di questa conversazione. Quando alza gli occhi al cielo, non li abbassa con il fare di qualcuno che ha incassato la parternale e ne farà tesoro, ma con l’impazienza di chi ha deciso di non ascoltarti fin dal principio.

…e lotta per vivere una vita di merda. Renè conclude così il suo pensiero sui privilegi e chi non ne ha. Lo fa con un’uscita di getto, che però spiazza per il suo pathos. Lottare per vivere (comunque) una vita di merda. Nell’ideale di impegno che abbiamo, gli sforzi profusi, nel lavoro, nello studio, nella vita, non sono mai vani, perché la fatica di oggi è il successo di domani. E invece no, perché non sempre sforzandosi si raggiunge l’ottimo e a volte non è possibile anche per colpe che non sono nostre – cosa che ci appare incomprensibile, dall’alto della nostra percezione liberista di meritocrazia. Queste poche parole messe in quest’ordine aprono un universo, sul nostro Paese e sulla vita in generale: dal dibattito sulla decennale scarsa produttività nazionale, all’etica del lavoro di matrice cattolica, che sembra finalizzata quasi esclusivamente a martoriare il proprio corpo senza possibilità alcuna di emancipazione. E questa frase riesce a fartela davvero immaginare, questa lotta: la senti, te la immagini come una lunga giornata che termina accasciandosi sul divano, sul quale ti assopisci in cinque minuti dopo aver acceso la televisione. Una giornata non rilevante, che ha il solo pregio di essere finita e non che ha migliorato, in prospettiva, alcun aspetto della tua vita.

Io penso che sarebbe bello per una volta vedere le cose nella giusta ottica, no? eh? Quel “no? eh?” conclude tutta la riflessione di Renè tramutandosi quasi in supplica. È la speranza di aver fatto capire il proprio punto di vista a qualcuno, con così poche parole – perché alla fine le parole sono sempre troppo poche. Ma è anche un tentativo disperato. Quante volte ci proviamo a metterle nella giusta ottica, le cose? Quante volte proviamo a farlo capire agli attori, ai calciatori, ai politici? Però ci viene anche un dubbio lecito: ma esiste un’ottica (ed è fisicamente un’ottica?, semicit.) e per di più giusta? Per chi? Forse non è chiara perché nessuno parla mai dell’ottica di chi li prende, questi 200 mila euro in sei mesi, visto che sarebbe un punto di vista un po’ impopolare. O forse ci mette a disagio l’idea che, dovessimo trovarci nella posizione di Cristina, ce ne fregheremmo allo stesso modo, di qualsiasi altra ottica.

E fare semplicemente il proprio dovere, senza capricci, senza problemi. Una delle poche volte che Renè è felice, così tanto da sorprendersi, è quando l’attrice che fa il ruolo della magistrata si comporta semplicemente da professionista, recitando come da copione. Come regista, si trova quasi sempre solo nel mare in tempesta e il suo principale compito è quello di chiedere a chi gli sta intorno di fare il proprio lavoro, senza neanche pretendere che venga fatto bene. Eppure quello di Renè è anche un desiderio, per quanto lecito, fin troppo naïf. Tutti vorremmo ottenere le cose che vogliamo senza ricevere una reazione uguale e contraria da parte di chi ne vuole altre, spesso in antitesi alle nostre. In un contesto più drammatico, ricorda l’intervista di Rodney King durante la tragica rivolta del 1992 a Los Angeles: can’t we all get along? Un tentativo così ingenuo e disperato al quale però facciamo fatica a dare torto.

In questo caso piangendo, se è il caso di piangere. Renè torna al pomo della discordia: Cristina non voleva piangere nella scena che stava girando. Eppure, alla luce di quanto detto prima, forse non è più una questione di recitazione. Forse quello che non riesce a far piangere Cristina è il non averne mai avuto bisogno, mentre Renè scoppierebbe proprio mentre finisce di parlare, per la stanchezza e la frustrazione, e per questo non si capacita di cosa ci sia di così difficile nel farlo.

Hai finito d’attaccarmi la pippa Renè? In realtà era chiaro che questa cosa Cristina la stesse già pensando dall’inizio della conversazione. Renè ha parlato a cuore aperto ma sollevando temi di scarsissimo interesse per una nella posizione di Cristina. In quel momento, spiazzato da tanta sfacciataggine, Renè le dà uno schiaffo. La scena rende alla perfezione il valore di quel gesto: la violenza come mancanza di alternativa alle parole, un bisogno di contatto fisico in sostituzione di un ponte verbale che non è stato possibile erigere – ti meno perché almeno senti (sentirmi inteso come ascoltare ma anche come percepire), legittimo con la violenza la mia presenza ai tuoi occhi. È uno schiaffo punitivo, quasi genitoriale, che sanziona un’impertinenza ingiustificabile. Ma per assurdo è solo un ulteriore, vano tentativo: Cristina reagisce con gli interessi, rispedendo al mittente anche quest’ultima prova di stabilire un contatto. E tutto ritorna al punto di partenza, come se questa conversazione non fosse mai avvenuta.

Matthew Perry è stato un Bojack Horseman buono

Era esattemente un anno fa quando lessi questo articolo su Matthew Perry rimanendo turbato, perché mi resi conto che anche dietro la spensieratezza di Friends aleggiava lo spettro della sofferenza umana. In realtà c’era poco da esserne scioccati: come succede nella vita di chiunque, e i personaggi famosi non ne sono esenti ma anzi, a volte ci si trova a combattere contro i propri demoni. E a volte non ci è concesso sconfiggerli. Eppure, stamattina, quando ho letto della sua scomparsa non ho potuto fare a meno di imprecare allo schermo per l’amara notizia. Tra l’altro, Friends avevo cominciato a rivederlo proprio in questi ultimi giorni.

Il senso di lutto diffuso che causa la scomparsa un personaggio famoso può essere spiegato al di là del moto di empatia che incosciamente proviamo perché quella persona credevamo di “averla conosciuta”: quando ci lascia qualcuno come Matthew Perry, il ricordo condiviso di ciò che rappresentava – in questo caso gli anni novanta o semplicemente una serie che ci metteva di buon umore – assume contorni diversi, generando un miscuglio di nostalgia e inquietudine. Nostalgia perché ricordiamo il passato, inquietudine perché di quel passato ci rendiamo conto che stanno scomparendo le tracce.

Più strano ancora è lo scoprire che, per quella persona, gli stessi momenti che noi abbiamo consumato per ottenere i nostri futuri-ricordi piacevoli sono coincisi, per essa, con l’inizio di una forma di sofferenza derivante proprio dal suo status di personaggio famoso. Difficile dire se gli autori si fossero ispirati alla sua vicenda eppure quando, sempre poco tempo fa, ho rivisto Bojack Horseman mi sono convinto che la sua storia fosse incredibilmente simile a quella di Perry, dopo averla conosciuta da quell’articolo: l’alcolismo, l’abuso di farmaci, la depressione, la paura di non piacere più, tutti problemi di qualcuno che doveva la sua fama a una serie che parlava di qualsiasi cosa eccetto che dei problemi della vita, a cui Horsin’ Around in effetti fa il verso*. In realtà è più probabile che dietro tutto ciò ci sia solamente una matrice comune e che sia il mondo dell’intrattenimento in sé ad essere portatore sano del fenomeno. Fa solamente più male quando si associa il dramma dell’esistenza ai prodotti cultural-pop più semplici e innocui, in cui pretendiamo che gli attori che interpretano quei ruoli siano davvero felici e spensierati anche fuori dal set, possibilmente per sempre.

Quando recentemente ho finito di rivedere Bojack Horseman a qualche anno di distanza dalla prima volta, stavo provando a dedicargli un post: ho adorato la serie, e il rewatch me l’ha confermato, ma ci trovavo un difetto di fondo. Volevo dare sostanza alla tesi che storie come quella di Bojack in realtà non ci avvicinano affatto alle persone famose solo perché raccontano che, anche loro, soffrono: pur correndo il rischio di fare una discriminazione di classe al contrario – visto che sei ricco non venirmi a raccontare che sei depresso, tu almeno sei ricco -, bisogna comunque fare attenzione nello scegliere a chi dedicare la nostra limitata scorta di empatia. D’altronde, si può anche essere depressi e stronzi, oppure essere infelici a causa del proprio essere stronzi, e nel caso di Bojack ci si avvicina proprio a entrambe le conclusioni. Ma poi mi è venuto il dubbio che forse era la serie stessa che voleva spingerci verso quella direzione e per questa ragione non sono riuscito a costruirci sopra una critica convincente. Non ci sarà dato sapere com’era davvero il Matthew Perry uomo, ma la piega drammatica che prese la sua vita fu così prematura e così pervasiva che viene spontaneo un senso di simpatia, come se ci fosse qualcosa che lo facesse sembrare una persona problematica ma buona proprio come lo era quando interpretava Chandler Bing.

L’ultima scena di Friends ha una potenza davvero micidiale per la sua, significativa, semplicità. A chi dovesse avventurarsi in questo blog consiglio di non vederla senza aver visto (o rivisto) tutta insieme l’intera serie. Nel momento in cui Chandler [INIZIO SPOILER] rimane l’ultimo del gruppo a dire l’ultima battuta prima di uscire da quella casa/set, parte Embryonic Journey dei Jefferson Airplane, mentre la telecamera ci fa una lenta panoramica dell’appartamento ormai vuoto, illuminato dalla luce del tramonto. Una scelta di regia che colpisce, sia per il fatto che raramente in Friends si sentono brani originali famosi, che per aver scelto una canzone così peculiare, mistica e senza testo**. Non c’era modo migliore di concludere una serie che raccontava la quotidianità, che ci piaceva perché rassicurante, se non quello di inserire un grande cambiamento. Quella scena descrive in realtà un momento che capita a tutti di provare nella propria vita ma che solo in poche occasioni si ha l’opportunità di vivere lucidamente: il momento in cui sappiamo che quella, proprio quella, sarà l’ultima volta in cui salutiamo qualcuno.

*In Bojack, c’è un arco narrativo in cui uno dei personaggi secondari di Horsin’ Around vuole fare uno spin-off con lui protagonista a anni di distanza dall’ultimo episodio. Successe quasi esattamente la stessa cosa con Joey di Friends.

**Perry dirà in seguito che mentre tutti si commossero alla fine delle riprese, lui non provò nulla, e non potè dire se fosse a causa degli oppiacei che assumeva all’epoca o del fatto che si sentisse già a quel punto “morto dentro”.

Più delle scommesse è la noia che dovrebbe preoccuparci

Tutta la faccenda delle scommesse nel calcio, i retroscena, i personaggi coinvolti e l’adeguatezza (ma anche l’opportunità di certi dettagli) dell’informazione che l’ha seguita, non è che sia proprio una novità, in fondo. Il calcio è ciclicamente travolto dagli scandali e, a dirla tutta, questo non sembra neppure uno dei più gravi. Però l’originalità di questa crisi in particolare è che sembra molto più intima, individuale: sembra quasi una crisi del calciatore come figura pubblica, come identità sociale. Però c’è qualcosa di più, qualcosa di più sistemico e sfaccettato, che viene la tentazione di inserire nel grande quadro dell’aria di decadenza, vera o presunta, che attanaglia questo secolo.

In realtà è difficile cavar fuori un discorso organico e senza scadere nella retorica – cosa che alla fine nessuno sta nemmeno provando a fare. D’altronde, in fondo, cosa c’è da dire? Che è tutto marcio? Che una volta queste cose non succedevano? Che stiamo troppo appresso ai problemi di gente benestante che, se vuole dilapidare il patrimonio che ha ricevuto dalla lotteria della vita, bè, affari suoi?

Intanto, un aspetto di questa storia è la schizofrenia mediatica con cui sta venendo affrontata. Questi calciatori sono allo stesso tempo vittime per la stampa – della ludopatia, dell’immaturità, di persone poco raccomandabili, o di tutte e tre le cose insieme – e criminali per la giustizia – banalmente perché c’era una regola che hanno infranto. Questa strana gogna a metà sembra derivare, e qui ipotesi mia, dal fatto che il reato di cui sono accusati non sembra, in fondo, così serio. Sono piovute infatti insinuazioni, la cui fondatezza pare ancora indimostrabile, che le scommesse siano un fatto acquisito tra i calciatori. Gianluigi Buffon, uomo con la straordinaria dote di dire sempre la cosa sbagliata ma con un carisma tale da fartela sembrare legittima, lo ammise candidamente (ma non scommetteva sul calcio). Quindi, la sottile sfumatura sul fatto che Nicolò Fagioli sia ludopatico, perché lo abbiamo beccato a scommettere sul calcio (e su siti illegali), che non si fa, e Buffon che non lo è, o almeno nessuno lo ha mai sostenuto, visto che scommetteva su altri sport (e lo faceva al tabacchi sotto casa), appare come un solco tracciato arbitrariamente.

L’altro tema è che i calciatori sono persone che hanno troppa fama e troppi soldi quando sono troppo giovani. E che, magari, sono anche più fragili oggi di quanto non lo fossero state le generazioni precedenti. Ergo, anche se di scommesse ce n’erano in tutte le epoche, caderci così ingenuamente e volontariamente non era così facile. Difficile, come sempre in questi casi, smentire questa fallacia logica: ci può star bene che queste cose non succedevano prima per limiti materiali (per dire, il gioco d’azzardo compulsivo è più facile oggi con internet), ma da qua a delineare un passato più roseo ce ne vuole. Non esistono indicatori oggettivi per misurare il si-stava-meglismo, ma la percezione arriva sempre in soccorso, spesso facendoci prendere degli abbagli. I calciatori di una volta – o esageriamo: gli umani, in generale – avevano più spessore? Forse no, ma viene da dire che sembravano meno bambini. L’impressione è che l’atleta del passato conservava quell’aura di rigore e di sofferenza (intesa come dedizione allo sforzo fisico) che sembra svanita se messa a confronto con la maniera in cui percepiamo i calciatori di oggi. Loro malgrado, i calciatori sono anche figure pubbliche da cui forse ci aspettiamo troppo di più rispetto al loro compito di tirare calci a un pallone, ma che una volta sembravano all’altezza di queste aspettative.

E poi c’è l’assuefazione, subdola nebbia che anestesizza l’indignazione. La comunità dei tifosi ha risposto allo scandalo a suon di meme e battute caustiche, com’era inevitabile. A questo giro però, le cose sembrano far ridere molto poco. Non perché la faccenda sia seria per davvero, ma forse perché in fondo c’è così poco da dire e neanche così divertente. A testimonianza dell’eterno ritorno dell’uguale di cui siamo vittime, ritorna pure un personaggio all’apparenza totalmente anacronistico, considerata l’irrilevanza a cui auspicabilmente sembrava condannato. Fabrizio Corona è la matrice di tutta la vicenda, l’uomo che ha sempre vissuto nel lato oscuro della legalità. Corona, all’apice della sua carriera (!), riscuoteva pure un certo seguito, almeno tra chi era desideroso di vederli piangere questi ricchi. Oggi, pur facendo lo stesso, la sua figura portatrice di caos ci lascia quasi indifferenti. Per fare un parallelismo provocatorio, i nomi dei calciatori-scommettitori che Corona sta divulgando ci suscitano la stessa indignazione che avremmo se sapessimo che quelle stesse persone fossero accusate di calpestare le aiuole là dove è vietato. Tutto questo disinteresse, mentre i giornali si affannano ad inseguire gli scoop sulle basi di debolissimi contenuti pubblicati in rete, è forse alimentato dai fatti sempre più grotteschi che hanno riguardato la vita privata dei calciatori nei tempi recenti: Pogba che va da un marabutto per fare una macumba, Osimhen ricattato dal cognato perché non gli sono stati dati dei soldi, Macron che va da Mbappè per chiedergli di non trasfersi all’estero durante il calciomercato.

Infine c’è la noia. A volte capita che il vivere diventi troppo banale quando non si lotta per la sopravvivenza, perciò quando si ha tutto l’unico brivido rimasto da provare è il rischio di perderlo. Fagioli – calciatore di ottime prospettive che gioca in Serie A con la Juventus, quindi atleta che si suppone viva dei migliori stimoli possibili – confessa di essersi addirittura indebitato a causa del gioco d’azzardo. E confessa di averlo fatto per noia. Ecco, sembra una motivazione riduttiva nell’epoca dello “eh, ma è più complicato di così”, ma in effetti esistono delle motivazioni più ragionevoli o più convicenti per giocare d’azzardo? Che poi la noia non è un sentimento necessariamente negativo, in generale: stimola la creatività e incentiva l’innovazione. Ma alla luce di quanto detto, inizio a non concepire parola più calzante per definire la nostra epoca perennemente declinante: il nostro mondo finirà con uno sbadiglio.

E comunque, secondo me, erano meglio i calciatori di una volta.

Non è stato (solo) questo mondo a rendermi cattivo

C’è un’assonanza inconsapevole tra il nome della seconda serie di Zerocalcare e un’altra serie, forse quella per antonomasia, che si è conclusa esattamente dieci anni fa. “Breaking bad” è un’espressione difficilmente traducibile in italiano ma se volessimo farlo in maniera rozza e letterale uscirebbe qualcosa del tipo “diventare cattivo rompendosi”; una formulazione che, per quanto grossolana, assume un significato su cui vale la pena soffermarsi.

Mi è venuto spontaneo fare questo parallelismo – forse troppo coraggioso, com’è capitato altre volte in questo blog – dopo aver visto l’ultima puntata di “Questo mondo non mi renderà cattivo”, che coincidenza ha voluto essere stato pochi giorni prima aver concluso il mio primo rewatch di Breaking bad. D’altronde non solo entrambe le serie hanno nel titolo la parola cattivo, ma lasciano intendere che uno per arrivare ad esserlo venga sottoposto ad un determinato processo; viene da chiedersi se per le due serie sia il medesimo.

Walter e Cesare affrontano una metamorfosi per certi versi simile, sebbene le premesse da cui partono siano diverse. Walter all’inizio sembra essere un personaggio del tutto innocuo, addirittura disposto a farsi da parte quando scopre che curarsi il cancro equivarrebbe a mandare in bancarotta la sua famiglia. Cesare viene presentato come un adolescente difficile, cliché del ragazzo problematico che prima o poi imbocca la strada sbagliata. Ciò che cambia è il contesto delle due storie, o meglio, la loro angolazione narrativa. La storia di Cesare viene raccontata con una certa dose di empatia visto che agli occhi di Zero quello era pur sempre un amico il quale, rompendosi, è passato dalla parte dei cattivi. C’è però un dilemma che viene sottoposto ossessivamente: la voce narrante di Zero si chiede se sia il caso di giudicare le scelte di Cesare, soprattutto dalla prospettiva di uno che nella vita “ce l’ha fatta”. Nel caso di Walter le cose sono diverse: il suo cambiamento viene riconosciuto solo da sua moglie, l’unica che potrebbe dirgli “perché sei cambiato, cosa ti è successo?” eppure non lo fa. Ecco, in Breaking bad questa metamorfosi è un fatto compiuto che non viene analizzato con le lenti del sentimentalismo. Jesse, passato lo stupore iniziale, non si interroga sul perché il suo ex professore di chimica decida di darsi al traffico di metanfetamina; Skyler non giustifica mai suo marito, neanche per un secondo, magari dando la colpa della sua rottura al cancro; Hank, quando lo scopre, non si pone nessuna domanda, lo prende semplicemente a pugni. Insomma nessuno dei personaggi prova compassione per Walter anche se tutto il suo comportamento, a voler essere indulgenti, poteva essere spiegato dalla piega tragica che aveva preso la sua vita.

Il nocciolo della questione risiede proprio in questo, nella definizione di cattiveria. Il fatto che la vita, il mondo, ci renda persone peggiori strada facendo, deve essere una spiegazione o una giustificazione? E a prescindere dalla risposta, a conti fatti, come ci collochiamo noi, noi cioè quelli-che-si sentono-immuni-ai-colpi della-vita-solo-perché-non-hanno-deciso-di-diventare narcotrafficanti-o-estremisti-di-destra? La divergenza di interpretazione tra le due serie ce la forniscono altri due personaggi. A Jesse viene tolto tutto, l’amore della sua famiglia, la vita delle sue ragazze, perfino la sua dignità di uomo libero. Eppure sembra che ogni tragedia che subisca lo pieghi, ma non lo spezzi moralmente; anche lui si rompe, ma non esce cattiveria dalle sue crepe. Sara, raccontata da Zero come il personaggio più saggio del gruppo, ad un certo punto sbotta perché la vita non le ha dato le soddisfazioni che sentiva di meritare. Finisce ad insegnare nella scuola – insegnare è stato il suo obiettivo di vita fino ad allora frustrato – del quartiere oggetto delle proteste contro il centro d’accoglienza, schierandosi anche lei a sfavore per preservare il suo nuovo status. Se la storia di Sara non fosse verosimile (non è chiaro se le storie di Zero raccontino spezzoni di vita vissuta o ne traggano parzialmente ispirazione) il paragone tra i due sarebbe impietoso: a quanto pare è vero che l’occasione faccia l’uomo ladro, anche quando si tratta di principi.

Quest’ultimo punto è decisivo, ed è in base alla nostra scala di valori che possiamo ricavare una morale dalle storie delle due serie. Se Walter non avesse avuto il cancro, sarebbe diventato comunque Heisenberg? Se Zero fosse rimasto amico di Cesare, quest’ultimo sarebbe finito lo stesso col diventare neofascista? Ma se le nostre scelte etiche dipendono solo da quanta fortuna o sfortuna abbiamo avuto nella vita, esiste davvero una morale kantianamente assoluta? Il fatto è che in Breaking bad non si parla di morale, mentre in Questo mondo non mi renderà cattivo non è chiaro in che termini lo si faccia. Quello che succede a Walter è una sorta di slavina nichilista che si ingrossa crimine dopo crimine, omicidio dopo omicidio, fino al punto che dare patenti di moralità diventa solo uno sterile esercizio. Il colpo di scena alla fine della serie di Zero invece, è Cesare che dice alla sua ex bidella che non ce l’ha con gli stranieri ma coi politici. Questo sfogo è difficilmente inquadrabile, perché ci fa oscillare tra lo “aaah, ma se ce l’ha coi politici allora non è cattivo” e lo “eh, ma quindi che vogliamo fare?”; inoltre l’episodio cerca redimere anche Sara, che interviene con un megafono dicendo che il problema non è il centro d’accoglienza ma il degrado del quartiere. Entrambe le cose sembrano però una forzatura, un voler riprendere questi personaggi per la giacchetta e tentare di assolverli dalle loro “deviazioni” etiche.

Alla fine di Breaking Bad i cattivi della serie diventano Zio Jack e la sua banda di sicari neonazisti – che possiamo definire tali solo perché tatuati di svastiche, non perché ci viene illustrata la loro agenda politica. E questo è un elemento che, a voler scommettere i famosi due centesimi, forse non è lasciato al caso: nel contesto di Breaking Bad, non è tanto il fatto che questi personaggi siano nazisti a renderli spregevoli ma è il loro stesso essere spregevoli a farli identificare con l’ideologia più scevra da qualsiasi connotazione morale in assoluto. In poche parole, lo Zio Jack e i suoi scagnozzi non credono in niente, per questo sono nazisti. Nessuno viene a spiegarci, a loro discolpa, le ragioni che li hanno portati a essere così. Forse perché, alla fine, il conoscerle sarebbe comunque del tutto insufficiente per la loro redenzione.

Il Natale è l’unica cosa capitalista che si fa voler bene

Pur dicendolo con molta cautela, questo Natale sembra, e dico sembra, essere un Natale di ritorno alla normalità*. Cioè, definiamo normalità: la pandemia ha abbassato di netto la soglia di ciò che prima consideravamo normale. Quindi, già un fine anno senza bollettini allarmanti di contagi, vaccini e tamponi ci va più che bene. Poi c’è la guerra, l’inflazione, il riscaldamento climatico, ma prendiamoci una pausa, ci penseremo dopo le feste.

Tornando a vivere il Natale “come si faceva una volta” ho pensato al significato, rigorosamente pagano, di questa tradizione di cui ho sempre subito il fascino. Probabilmente c’è un mix di fattori. D’altronde è un periodo che coincide con le vacanze da scuola, le ferie dal lavoro, la nostalgia di quando si era bambini, le luminarie per strada, la malinconia di un anno che giunge al termine, il freddo e il tepore di casa quando si rientra dopo una lunga giornata fuori.

Una volta mi è stato chiesto perché mi piacesse così tanto il Natale e mi è venuto di getto replicare, senza pensarci troppo, “per il consumismo”. Devo dire che mi sono vergognato un po’ di questa riposta, però ho anche pensato si potesse fare un tentativo per contestualizzarla. Partiamo dalle basi. Cos’è il Natale da un punto di vista laico? Come si collega la tradizione religiosa cristiana della natività con l’abitudine di decorare un albero risalente forse ai tempi dei Celti o dei Vichinghi, e con un pasciuto uomo vestito di rosso che entra nei camini di tutto il mondo per lasciare doni, la cui immagine così come la conosciamo oggi venne popolarizzata dalle prime pubblicità di un secolo fa? Non è una novità nella storia umana costruire credenze o tradizioni sulla base di elementi decontestualizzati presi in prestito da altre culture, soppiantate da quella dominante negli infiniti cicli che attraversano le civilità. Il Natale moderno non ne è nient’altro che l’ennesimo esempio. La storia dell’essere tutti più buoni per ottenere doni, per quanto pigra possa sembrare, è in realtà una costante in tutto il folklore proto-natalizio.

Con questa litania moraleggiante sulla bontà e sullo spirito del Natale sono stati fatti i migliori film (o episodi di serie TV) a tema Natalizio, in particolare quelli di matrice americana, visto che negli Stati Uniti, patria dell’esagerazione, anche il Natale lo si vive sempre in grande stile. Infatti non c’è trama più scontata di quella di un film natalizio: persino nel Grinch, forse il tentativo più originale di descrivere il Natale, alla fine tutti finiscono col volersi bene. Ma il fatto è che ci sta. C’è da dire che, ogni tanto, questo modo melenso e stucchevole con cui si coltiva l’illusione che le cose andranno bene solo perché è Natale – perché a Natale non succede mai niente di male, è risaputo – è confortevole. Forse è davvero un tentativo, totalmente arbitrario, di prendersi una pausa dal malassere del mondo e accettare con più sportività lo scorrere del tempo, convenzionalmente fissato al 31 di ogni dicembre, dilatandolo oltremodo con pasti luculliani e socializzazioni più o meno forzate.

Così, tornando al consumismo, accettare di vivere secondo il manuale del Natale per poterne godere dei simbolici frutti richiede come corollario l’accettazione del proprio status di consumatore. Si acquistano decorazioni, maglioni e regali, ovviamente; si ascolta la musica, si guardano i film e gli spettacoli a tema; si va a sciare o alla ricerca del migliore mercatino. È il kit essenziale per aderire alla tradizione. E per questo è un consumismo buono, un accostamento che lascia perplessi come quando lo si diceva di Papa Wojtyla, il Papa buono.

Vi ho convinti? Sono sicuro di no. Ma perché continuare a versare inchiostro virtuale quando c’è stato qualcuno che è riuscito a far capire il Natale meglio di tutti in soli 4.38 minuti?

Aggiornamento del 22 dicembre:

Non so se essere preoccupato o affascinato dal fatto che qualcun’altro si faccia i miei stessi problemi su certi argomenti.

* Poco dopo aver scritto quest’articolo mi presi il covid.