Cronache (sbagliate) di guerra p. II

C’è un personaggio salito di recente agli onori della cronaca che mi dà un ottimo aggancio per continuare il mio ragionamento. Nell’ultimo periodo è stato ospite di alcuni talk show un professore universitario della LUISS che ha suscitato scalpore per le posizioni controverse sulla guerra in Ucraina che ha sostenuto. In seguito alle critiche ricevute, Orsini si è visto annullare il contratto da ospite con la RAI. Come spesso accade nei dibattiti italiani, Orsini ha ricoperto il ruolo del “luminare” che compare dal nulla diventando apparentemente l’unico interlocutore autorevole sull’argomento più dibattuto di quel determinato momento storico. D’altronde, pur essendo professore universitario, verrebbe da dire che Orsini non è il solo in tutta Italia ad occuparsi di relazioni internazionali.

Ancor prima di scoprire del suo allontanamento dalla RAI, ero finito anch’io nel loop degli interventi di Orsini tramite gli spezzoni caricati su YouTube dal canale di La7. Dico loop, perché il personaggio ha davvero un qualcosa di ipnotico nella sua assurdità: Orsini è drammatico nel modo di esporre, parla usando immagini che fanno leva su di un’emotività di bassa lega (i Paesi di cui parla non sono invasi ma “sventrati”, fa riferimenti così ossessivi ai bambini morti duranti i conflitti che finiscono per suscitare più ribrezzo che commozione) e ha un fare da profeta che a tratti è così grottesco da risultare comico. Orsini ogni volta che è ospite di qualche talk show dice che quelli come lui non hanno spazio nel dibattito pubblico perché dicono cose troppo scomode e prima di ogni suo intervento deve fare premesse esasperanti, perché altrimenti l’indomani “lo linciano”. Eppure puntualmente lo si ritrova sempre lì, la puntata seguente. In realtà il canovaccio seguito da Orsini non è molto difforme da quello canonico che molti ospiti dei talk show italiani rispettano: c’è sempre qualcuno che si intesta il ruolo di combattente del “pensiero unico”, che si scaglia contro una fantomatica censura perché quello che dice non si uniforma adeguatamente al mainstream. La cosa che colpisce di Orsini però è la sua capacità di esasperare questo atteggiamento, riuscendo a trascinare in questo assurdo vortice anche gli altri ospiti, spesso facendoli sembrare più inadeguati di lui.

Il fatto che Orsini sia stato “licenziato” (ma solo dalla RAI, si intenda) fa sorgere la questione di quale sia il modo migliore di affrontare personaggi del suo calibro quando si è alle prese con dibattiti così divisivi. Da un lato, così facendo, allora la sua profezia del bavaglio si è autoavverata. Dall’altro, continuando a tollerare la sua presenza, si sarebbe continuato a dare spazio a un personaggio totalmente non informativo, per non dire dannoso. Ma il problema è a monte. Orsini era la persona giusta da invitare in televisione? Nessuno ci ha parlato prima per capire cosa – e in che termini – pensasse? Queste sono domande retoriche, perché alla fine il fatto che ci sia la parola show in talk show la dice lunga sul tipo di dinamiche che si vogliono instaurare durante queste trasmissioni. D’altronde, le polemiche e le controversie fanno bene agli ascolti. Però fino a che punto tirare la corda? Quant’è etico continuare a battere questa strada quando si parla di cose serie come la guerra o, fino a poco fa, di una pandemia?

Il parossismo che si raggiunge in questo spezzone è da brividi

L’altro aspetto da considerare è come gli altri ospiti gestiscono personaggi come Orsini. Durante il suo picco di inviti su La7, Orsini si è confrontato con giornalisti, diplomatici, ricercatori, quasi tutti di buona fama e dal solido curriculum. Eppure nessuno è sembrato realmente in grado di saperlo arginare. Nathalie Tocci, direttrice dello IAI, a un certo punto sbotta contro Orsini dicendogli che non può parlare di Ucraina visto che non c’è mai stato. Quando lui le replica che ragionando sulla stessa falsariga allora nessuno in studio potrebbe parlare della Seconda Guerra Mondiale, Tocci ribadisce che lei, in effetti, non andrebbe in TV a parlarne (lei probabilmente ne faceva una questione di competenza in materia, ma dà comunque l’effetto di una gaffe). Sono questi purtroppo gli effetti distorsivi: si abbassa lo standard del dibattito a tal punto che anche personaggi ferrati nelle loro materie cadono in trappole argomentative come quelle che Orsini è bravissimo a tendere. Il risultato è che le discussioni prendono delle pieghe assurde, della serie che pur di dimostrarmi diverso in tutto e per tutto dal mio interlocutore finisco per negargli anche l’evidenza, con il risultato di svilire la mia stessa tesi. Per fare un esempio, Orsini cita spesso l’allargamento della Nato come uno dei motivi scatenanti del conflitto, concetto ormai così pop che si può sentire anche camminando per strada. Ma attaccarlo su questo punto, negandolo a priori, è comunque sbagliato perché è oggettivamente una parte della storia, anche se va contestualizzato. È chiaro che Orsini confonde (o fa finta di) la parte per il tutto, e per quanto millanti brillanti doti di analista sarebbe proprio questa sua incapacità di dare un contesto alle cose che sostiene il fianco migliore da attaccare. E allora perché nessuno sembra in grado di farlo?

Cronache (sbagliate) di guerra p. I

Quando è iniziata la Guerra, non ho potuto fare a meno di pensare a due cose.

La prima è quando lessi nel 2019 dell’elezione di Zelensky a presidente dell’Ucraina e contestualmente appresi che era famoso da quelle parti perché era il protagonista di una serie comica, in cui faceva la parte del presidente. Pensai: andrà a finire che lo pagheremo caro, questo vizio di eleggere persone che prima della politica facevano ridere per mestiere. Ma il tempo mi ha smentito.

La seconda è quando, durante l’iniziale impeto pacifista internazionale, ho visto foto di manifestanti che tenevano in mano cartelli con su scritto “Stop Nato” (o USA, come sinonimo) in un conflitto in cui nessuno dei due aveva avuto ancora modo di intervenire. Allora ho pensato a quanto l’inerzia di certe cose, come il pacifismo, sia più forte della ragione che dovrebbe avere alla base. Inizia una guerra, qualsiasi guerra, e il nostro automatismo è dar la colpa a noi stessi. Per la cronaca, su questo punto invece preferirei non farmi smentire dal tempo.

C’è poi tutto un discorso da fare, sul fatto che questa storia dell’Ucraina ci fa sentire in qualche maniera inadeguati. Stavolta nel consueto gioco della sedia, dove in realtà è l’opinione e non la sedia quella che si cerca di accaparrare, qualcuno si è trovato in bilico, visto che la questione è meno chiara del solito. C’è chi ha un senso di colpa per il passato recente dell’aggressività occidentale e quindi non se la sente di condannare la Russia; c’è chi è democratico e quindi condanna l’autoritarismo russo; c’è chi è più zelante e dice che, comunque, anche l’Ucraina non era tutta questa gran democrazia; e c’è chi ha avuto un cortocircuito ideologico, visto che essere filorussi era (è?) di sinistra, mentre essere filoputiniani è di destra.

Nel frattempo abbiamo iniziato comunque a parlarne. E tutto ciò che si dice quotidianamente in tutto il mondo ci aiuta più a capire quello che sta succedendo a noi, piuttosto che quello che sta succedendo a loro.

Un bel ricordo di un anno peggiore

Se nel 2020 non ci si credeva poi molto che l’anno successivo sarebbe stato effettivamente migliore, di questo che verrà si percepisce nell’aria una volontà, una sorta di sensazione, che per forza o per amore, il 2022 dovrà essere necessariamente qualcosa di diverso – il che è strano a dirsi, viste le statistiche che girano da una settimana. Che poi oh, l’indicatore de “l’aria che tira” è decisamente poco scientifico ma offre quel minimo di tranquillità empirica per poter scrivere una qualche tesi su questo blog. Per scaramanzia sottolineo anche che “pare” non implica “sarà così”.

A sostegno di questa stravagante idea vorrei citare un esempio che, in qualche modo, ha creato un precedente di ritorno agli anni a. C. (avanti Covid) che sarà difficile ignorare.

Questo articolo de L’Ultimo Uomo, sito che davvero racconta bellissime storie di sport, aiuta a riflettere sull’entità del fenomeno del successo sportivo, sull’impatto che ha sui ricordi delle persone e sulla percezione della realtà, soprattutto in tempi come questi. Ma a dire il vero è molto più breve di così: quest’estate per gli italiani amanti del calcio è stata una bella estate. Ed essendo tanti gli amanti del calcio in Italia probabilmente questa gioia si è estesa anche ai non-così-tanto-amanti-del-calcio, per esposizione. Quindi Euro 2020 è stato un evento collettivo che assoceremo a ricordi positivi circoscritti ad un pezzo d’estate del 2021, che sgomiteranno tra il senso di angoscia e la frustrazione che il resto dell’anno, a fasi alterne, ci ha causato.

Se lo sport è già di per sé una sorta di metronomo che scandisce il tempo degli appassionati – per farla più prosaica: a me capita di associare le valutazioni positive o negative degli anni che ho vissuto anche a seconda dei successi o insuccessi della Juve -, quello che è successo, in Italia, quest’anno, ancora nel mezzo della pandemia assume un ulteriore significato. È che c’è stata anche una sensazione di normalità, o meglio, di un sorta di effetto “chissenefrega”, quando ci si è abbracciati mentre l’Italia segnava o nel momento in cui si è scesi in strada a festeggiare la vittoria della finale. Non è stato molto consono a quell’immagine di ritorno graduale all’èra pre-pandemia che, con cautela, ci siamo detti di rispettare per non vanificare gli sforzi fatti questi due anni: è stato un volerla prendere per il collo, la normalità, e riscaraventarla nel mondo. È stato inopportuno e sconsiderato vista la situazione*, eppure così comprensibile nella sua spontaneità che ce n’era proprio bisogno.

In un documentario sulla storia della Juventus in DVD che guardavo da bambino mi ricordo di Dino Zoff (mi pare fosse lui) che, intervistato, a proposito del discorso che facevamo, disse grosso modo che ovviamente nella vita ci sono tante cose che possono darti gioia, ma quella esplosiva, immediata e coinvolgente che ti riesce a darti lo sport è unica nel suo genere.

* Però non autoflagelliamoci così, d’altronde per dirne una la storia del Decameron di Boccaccio era ambientata in un contesto più o meno simile e nessuno se ne lamentò perché dava il cattivo esempio

Qual è l’età giusta per essere nostalgici?

Imbattendosi nel sottobosco dei meme che ciclicamente diventano di tendenza, ce n’è uno che potrebbe essere assurto a emblema della nostalgia che i millennial (e comunque questa categorizzazione delle generazioni sta venendo un po’ a noia) già iniziano a provare per il loro, recentissimo, passato.

Il meme di Gohan con gli occhiali da sole ha numerossime varianti e questa con le lenti che riflettono alcuni momenti, situazioni o cose dei primi anni duemila (anni in cui i giovani-adulti odierni iniziavano la loro adolescenza) è esemplificativa della nostalgia che vuole evocare. Questa tendenza nostalgica sembra superare ogni confine e nazionalità, come dimostra il fatto che online c’è abbondante materiale di differenti matrici che genera le stesse sensazioni.

Per esempio, YouTube offre intere playlist dal titolo “Bro wake up its [anno]” che sono soprattutto compilation di videogiochi dell’epoca, una nicchia che gli amanti del genere usano per scandire il tempo. D’altronde ai videogiochi è sempre collegata un’estetica, che fosse per scelta o per le capacità tecnologiche del periodo, quindi il vederli proietta subito un quadro di riferimento che si riempie dei ricordi di quando li si giocava. Il video qua in alto in effetti ha per protagonista un personaggio videoludico (è il G-Man di Half Life) e l’impatto iniziale è alquanto nonsense, che però si presta bene a dare un (presunto) messaggio universalmente condiviso: un uomo, sorridente, tiene un palloncino in mano, e c’è una didascalia accanto che intima di svegliarci, perché è il 2006. Il senso è che, tranquillo, ora sei sveglio. Il presente è stato solo un brutto incubo, adesso non preoccuparti perché sei nel 2006 – anno che è lecito immaginare sia stato preso a caso, ma plausibilmente rientrante nell’idea di quiete che trasmettono i primi anni duemila, come se quegli anni fossero stati belli e spensierati per tutti.

Se ogni generazione innegabilmente trova conforto nel passato – perché si ricorda la propria giovinezza – viene però da chiedersi se per i millennial non sia un po’ presto essere nostalgici, tra l’altro ancor prima di aver compiuto i 30 anni. Gli elementi da considerare sono forse due: 1) le cose cambiano più velocemente rispetto al passato; 2) si diventa adulti (o magari lo si accetta) più tardi.

C’è da dire che entrambi sono elementi fortemente basati sulla percezione ma che però, in un’epoca dove la narrazione prevale sulla realtà, offrono spunti che vanno comunque considerati. Il punto 1 ha in realtà delle basi più solide: basti pensare alla tecnologia, alla facilità con cui sono cambiati i costumi, ma anche a un inizio di millennio in cui ne stanno succedendo di ogni, che non ci lascia neanche il tempo di metabolizzare il cambiamento. Il punto 2 resta più controverso, invece. D’altronde, come si calcola l’indice di maturità di una generazione? Non esiste una metodologia appropriata, quindi il rischio è quello di procedere per luoghi comuni. Eppure, come in ogni leggenda c’è un fondo di verità: siamo la progenie del calo demografico e sembra che la nostra scarsità, come succede con ogni cosa rara, ci faccia sentire preziosi. Continuiamo a percepirci come eterni figli, anche quando abbiamo l’età per diventare genitori.

Che impatto che avrà, se lo avrà, questo approccio sul futuro di questa generazione (e sulle prossime) e quindi sulle sorti della società? Sarà meglio per tutti crescere senza prendersi troppo sul serio e continuare a fare meme fino alla vecchiaia per scardinare paradigmi ormai impolverati, o la nostalgia precoce di quando eravamo ancora più giovani ci renderà tutti perennemente infantili?

Un parallelismo inopportuno tra Allegri e Letta

Del rapporto distorto che l’umanità ha col passato se ne parlava in questo blog quando ci fu l’incendio di Notre-Dame, ed era il 2019 (!). Mi è tornato il mente il tema della restaurazione, in questo caso non architettonica ma simbolica, quando mi sono accorto che, nelle vicende italiane, quest’anno sono contemporaneamente tornati due personaggi che avevano abbandonato i rispettivi campi d’interesse qualche anno fa.

Enrico Letta era segretario del Partito Democratico dal 2013 al 2014; era il leader del PD più forte (forza relativa, se parliamo del PD) da quando esiste il PD. Massimiliano Allegri era l’allenatore della Juventus fino al 2019, anno del massimo splendore calcistico della storia recente della squadra. Entrambi sono scomparsi dai radar per qualche anno fino ad essere di nuovo richiamati alle rispettive cariche perché la situazione, disperata, lo richiedeva. Ecco a questo punto della storia non sta funzionando, in maniera diversa, per entrambi.

L’idea non fa mai una grinza. Se le cose funzionavano prima, con certi fattori, basterà riportare indietro quegli stessi fattori. Soprattutto quando si tratta di persone sembra che basti rimetterle dove stavano. Il problema sta proprio qua: il cambiamento è una cosa complicata e quando si vuole ritornare artificialmente indietro nel tempo ci si dimentica che nel frattempo potrebbe essere successo che a) le condizioni esterne sono cambiate b) le persone che si richiamano sono cambiate c) le persone che si richiamano non sono cambiate, cosa forse anche più deleteria.

Allegri rientra nella categoria c: il calcio è cambiato, Allegri è rimasto lo stesso. Il caso è da manuale: semplicemente certe persone hanno il loro momento. L’unicità di qualcuno che ha lasciato il segno a volte è dettata dall’essersi trovato nel posto giusto alle condizioni giuste.

Letta forse è un’eccezione: è parte della categoria a ma anche della b. Sembra un politico diverso, meno passivo rispetto alla sua esperienza da Presidente del Consiglio esautorato da un tweet, e in effetti il mondo politico è totalmente cambiato rispetto a quando era segretario del PD nel 2014. Però si potrebbe inaugurare una categoria d a cui appartiene Letta: è b ma non abbastanza per star dietro ad a; oppure il suo essere b non significa che sia utile ad affrontare a.*

La banalità dell’esempio aiuta a veicolare il messaggio di questo post: quando si vogliono risolvere i problemi del presente tornando al passato significa che non si sta cercando (o si sta rifiutando) di capire il cambiamento. E se come diceva Eraclito non ci si può fare il bagno due volte nello stesso fiume, la stessa cosa vale per il pallone e la politica.

[Questo post si autodistruggerà se la Juventus vince lo Scudetto e il PD le prossime elezioni.]

*Si badi bene, in politica non si contano i punti come nel calcio. Letta sta facendo bene o male? Per esempio, le elezioni amministrative sono andate bene per il centro-sinistra ma è merito di Letta? Oppure, il ddl Zan è stato affossato in Senato ma è stata colpa di Letta?

[Aggiornamento 2024: visto?]

Synthwave è la musica di chi è deluso dal presente

Dopo la Lo-Fi, altra nicchia musicale presente nei meandri di YouTube è la musica Synthwave, che poi si sottocategorizza (interpretazione mia) a seconda del contesto che vuole creare: chillwave, perché rilassante/da studio; retrowave, perché richiama la fantascienza “vintage” degli anni Ottanta; futuresynth, perché si rifà a scenari iper-futuristici. La checklist della Synthwave è sostanzialmente la stessa della Lo-Fi: c’è una comunità viva e partecipe? . Si usano titoli evocativi associati a delle immagini o video in loop che creano un’atmosfera coerente con la musica? . C’è un senso, una filosofia dietro a questo genere musicale? . E su quest’ultimo punto ci soffermiamo.

Se la musica Lo-Fi è la musica dell’intimismo, della contemplazione del sé post-moderno (termine che ci sta bene sempre usare), la Synthwave getta un ponte che parte dagli anni Ottanta e arriva direttamente ad oggi. L’immagine del ponte non è casuale: c’è un collegamento diretto tra queste due epoche, che salta a piedi pari la fase Novanta/Duemila per il semplice fatto che questi due decenni si sono occupati d’altro. Gli anni Ottanta hanno creato un immaginario futurista ingenuo ma basato sulla forte convinzione che il futuro, e il futuro allora lo si tracciava negli anni Duemila, sarebbe stato davvero incredibile, da fantascienza. La cosa curiosa, che tra l’altro diversi video della Synthwave evidenziano, è che si mescolavano elementi “primitivi” (perché contemporanei, all’epoca ma anche oggi) con scenari avanzati. Tipo in Heavy Metal, film d’animazione che è un po’ un manifesto kitch del decennio: nella scena iniziale uno dei personaggi atterra su un pianeta alieno a bordo di un’automobile spaziale.

Proprio a partire da queste premesse si spiega perché negli scenari Synthwave ci si ricolleghi ad un’estetica di quarant’anni fa: perché allora, il futuro che si immaginava aveva fattezze soprendentemente moderne. Tornando alla musica, il suono caratterizzante è quello del sintetizzatore, uno strumento che iniziò ad essere padroneggiato proprio in quell’epoca creando nuovi generi musicali e influenzandone tanti altri. E quelle sonorità vengono tutt’oggi associate all’idea di futuro inteso come progresso.

Poi ci sono le immagini. Mentre nella Lo-Fi c’è un collage di frame presi in prestito, nella synthwave molto più spesso si creano dal nulla. In questi video le immagini di anteprima sono rifacimenti di scenari alla Tron o alla Blade Runner (entrambi usciti nel 1982) che poi non a caso hanno avuto i loro remake mascherati da sequel proprio negli anni Dieci del Duemila (rispettivamente nel 2010 e nel 2017). I mondi immaginati sono così lontani da quello attuale che suscitano una certa frustrazione da parte della comunità synthwave. È una sorta di delusione del presente, perché forse da bambini ci si immaginava un futuro diverso, che assomigliasse più al futuro e meno al presente.

Questa musica si dà così lo scopo di alleviare l’amarezza di non aver prodotto un’epoca all’altezza delle ambizioni di chi l’immaginava diversa. Il tema – che è uno dei temi di cui si parla spesso da queste parti, dopotutto, è ricorrente anche nella sezione commenti dei video della Synthwave: il presente non è abbastanza futuro e le aspettative ormai sono così basse che per immaginarsene uno si deve ricorrere ad un passato che era sicuramente più ispirato.

Il conforto della musica Lo-Fi

La musica Lo-Fi non è un fenomeno partito da zero e anzi, ha una storia lunga e numerose evoluzioni. Tuttavia, l’interpretazione più moderna che le è stata data si armonizza (o magari, si è armonizzata) col nostro presente. La musica Lo-Fi si ascolta mentre si studia o mentre ci si rilassa. Nei video di queste playlist, infatti, viene spesso inserita in loop una scena di animazione, spesso di un anime, di qualcuno che sta facendo i compiti o sta in modalità “chill out”. La musica Lo-Fi è la musica dei millenial, insomma.

Tuttavia c’è anche un lato più profondo, quasi intimistico, di questa nicchia musicale. Spesso nei video Lo-Fi l’atmosfera viene incupita da una pioggia battente o da spezzoni di dialoghi tratti da film, quasi sempre carichi di pathos. Dietro a questa intensità però si percepisce come una sensazione di conforto emotivo, una sorta di abbraccio virtuale, nonostante ogni elemento sembri permeato di una certa tristezza. Quelle immagini semi-animate e la colonna sonora che le accompagna trasmettono infatti un qualcosa di accogliente, come quando si varca l’uscio di casa di ritorno da un lungo viaggio.

Sono i commenti però a dare un’idea ancora più esplicativa del senso della Lo-Fi. Spesso sotto questi video alcuni utenti si confidano tra loro, si sentono effettivamente parte di una comunità, si definiscono persone sensibili che fanno fatica a trovare pace nelle loro vite, o sono semplicemente alla ricerca di qualcuno con cui condividere le proprie emozioni. I commenti sono tutti in inglese, quindi è difficile capire la provenienza degli autori, anche se verrebbe da dire che il fenomeno non conosce confini geografici. In ogni caso, questi rifugi vengono usati per darsi reciprocamente una pacca sulla spalla o per sfogarsi un po’, raccontando i propri malesseri.

Il fatto è che la musica, per quanto sia davvero piacevole, diventa secondaria ad un certo punto. C’è più la volontà di ritagliarsi degli spazi di intimità, che sembrano offrire proprio questi video, che la necessità di ascoltare davvero le canzoni, i cui titoli ed autori si perdono nelle descrizioni. È come se tutto ciò, per i seguaci della Lo-Fi, sia l’unico luogo al mondo in cui possono trovare un momento per loro stessi.

Poi ci sono i titoli e anch’essi non sono lasciati al caso. A volte sono delle esortazioni, che assumono la forma di una specie di supporto psicologico. Oppure sono trascrizioni di stati d’animo. Uno dei canali di Lo-Fi più seguiti sceglie spesso delle immagini tratte da spezzoni dei Simpson – un elemento azzeccato, in quanto parte della memoria collettiva di più generazioni, oltre che uno show diventato famoso anche per la sua sensibilità – per dare una manifestazione visiva a questi sentimenti.

La cosa che colpisce è che se anche le emozioni descritte – e viene da chiedersi: descritte come se nei video nessuno parla? – non siano necessariamente positive (spesso fanno riferimento a una certa saudade dell’essere, alla sofferenza dovuta dalle relazioni, dalla solitudine, dall’ansia), ci si trova comunque a proprio agio a guardare quelle immagini che si animano in loop. Forse perché è confortante sapere che in fondo la stessa sofferenza che proviamo noi la provano tutti. E magari è così che ci sentiamo meno soli, meno strani, meno irrisolvibili.

Forse ciò che la musica – ma a questo punto la chiamerei filosofia – Lo-Fi vuole trasmettere è che deve esistere, anzi è proprio sano che ci sia, uno spazio per soffrire insieme. Perché l’elaborazione del dolore è più terapeutica della vana illusione di vivere una vita totalmente al riparo da esso.

Non basta parlare di cose importanti per essere intelligenti

Il problema di tutto il dibattito sul DDL Zan, uno dei tanti, è che quando si tratta di parlare di diritti civili diventa facile per personaggi legati al mondo dello spettacolo ergersi a paladini delle battaglie delle minoranze. D’altronde, la distinzione in questo genere di argomenti è netta: se sei contro il conferimento di diritti alle minoranze, che poi sostanzialmente si tratterebbe di una banale equiparazione ai diritti già in possesso dalla maggioranza, sei uno stronzo. Questa verità, sebbene sia difficile da smentire, ha lo spiacevole effetto collaterale di far entrare nella discussione dei personaggi, per carità bene intenzionati, semplicemente inadeguati.

Il messaggio di Chiara Ferragni con cui si scaglia contro i politici dicendo che fanno schifo trasuda di tutta l’ingenuità che gli appartenenti al mondo dell’intrattenimento dimostrano quando si affacciano sui temi del mondo reale. Ma questo non vale solo per Ferragni, che sennò sembra accanimento, l’ho pensato anche di Piero Pelù che si lamentava che ai seggi si vota con le matite o di Leonardo DiCaprio che faceva un documentario sull’ambiente, per dire. È la testimonianza palese di quanto poco sappiano queste persone, troppo frettolose (o inconsapevoli) di usare il loro peso sociale senza prima comprendere.

In questo caso: Matteo Renzi è contrario all’introduzione di pene severe nei confronti di chi aggredisce persone omosessuali? Quasi sicuramente no, del resto fu durante il suo governo che venne emanata la legge sulle unioni civili. Però Renzi sta sfruttando il tema per un suo calcolo politico, vero? Quasi sicuramente sì, ma non si capisce dove stia la sorpresa. Il Parlamento è un luogo particolare, dove anche essendo politici bene intenzionati si fa qualche compromesso per raggiungere un risultato. E quando ci si riesce, e spesso questo meccanismo funziona, nessuno se ne accorge. Per esempio, oggi è stata votata una riforma costituzionale che permetterà ai diciottenni di eleggere i membri del Senato – traguardo degno di nota – eppure sfido chiunque a trovare un articolo sul giornale che ne parlava prima dell’approvazione, o qualcuno che se ne lamenterà perché ad arrivarci c’è stato bisogno di qualche compromesso.

Non è che lo status quo sia sempre ottimale. È più che comprensibile essere frustrati quando certe battaglie di civiltà sembrano arenarsi a causa di cavilli e procedure machiavelliche. Però qua la questione non sta nel conoscere a menadito i manuali di diritto costituzionale – anche se non farebbe male, un po’ -, ma nel dimenticarsi che la democrazia, per quanto noiosa, corrotta e inefficiente, è stata inventata proprio per evitare le rivoluzioni: la legge segue il cammino che tracciano le persone, quando sono pronte, non quando sono obbligate. Eravamo pronti per le unioni civili e così venne la legge Cirinnà. Siamo pronti per la legge Zan, che magari verrà fuori po’ annacquata, ma questo è quello che passa il convento. A voler forzare le persone ad essere aperte di mente non si ottiene nulla, e si dimostra di essere persone tolleranti solo tra chi già la pensa allo stesso modo, come solito.