C’è un personaggio salito di recente agli onori della cronaca che mi dà un ottimo aggancio per continuare il mio ragionamento. Nell’ultimo periodo è stato ospite di alcuni talk show un professore universitario della LUISS che ha suscitato scalpore per le posizioni controverse sulla guerra in Ucraina che ha sostenuto. In seguito alle critiche ricevute, Orsini si è visto annullare il contratto da ospite con la RAI. Come spesso accade nei dibattiti italiani, Orsini ha ricoperto il ruolo del “luminare” che compare dal nulla diventando apparentemente l’unico interlocutore autorevole sull’argomento più dibattuto di quel determinato momento storico. D’altronde, pur essendo professore universitario, verrebbe da dire che Orsini non è il solo in tutta Italia ad occuparsi di relazioni internazionali.
Ancor prima di scoprire del suo allontanamento dalla RAI, ero finito anch’io nel loop degli interventi di Orsini tramite gli spezzoni caricati su YouTube dal canale di La7. Dico loop, perché il personaggio ha davvero un qualcosa di ipnotico nella sua assurdità: Orsini è drammatico nel modo di esporre, parla usando immagini che fanno leva su di un’emotività di bassa lega (i Paesi di cui parla non sono invasi ma “sventrati”, fa riferimenti così ossessivi ai bambini morti duranti i conflitti che finiscono per suscitare più ribrezzo che commozione) e ha un fare da profeta che a tratti è così grottesco da risultare comico. Orsini ogni volta che è ospite di qualche talk show dice che quelli come lui non hanno spazio nel dibattito pubblico perché dicono cose troppo scomode e prima di ogni suo intervento deve fare premesse esasperanti, perché altrimenti l’indomani “lo linciano”. Eppure puntualmente lo si ritrova sempre lì, la puntata seguente. In realtà il canovaccio seguito da Orsini non è molto difforme da quello canonico che molti ospiti dei talk show italiani rispettano: c’è sempre qualcuno che si intesta il ruolo di combattente del “pensiero unico”, che si scaglia contro una fantomatica censura perché quello che dice non si uniforma adeguatamente al mainstream. La cosa che colpisce di Orsini però è la sua capacità di esasperare questo atteggiamento, riuscendo a trascinare in questo assurdo vortice anche gli altri ospiti, spesso facendoli sembrare più inadeguati di lui.
Il fatto che Orsini sia stato “licenziato” (ma solo dalla RAI, si intenda) fa sorgere la questione di quale sia il modo migliore di affrontare personaggi del suo calibro quando si è alle prese con dibattiti così divisivi. Da un lato, così facendo, allora la sua profezia del bavaglio si è autoavverata. Dall’altro, continuando a tollerare la sua presenza, si sarebbe continuato a dare spazio a un personaggio totalmente non informativo, per non dire dannoso. Ma il problema è a monte. Orsini era la persona giusta da invitare in televisione? Nessuno ci ha parlato prima per capire cosa – e in che termini – pensasse? Queste sono domande retoriche, perché alla fine il fatto che ci sia la parola show in talk show la dice lunga sul tipo di dinamiche che si vogliono instaurare durante queste trasmissioni. D’altronde, le polemiche e le controversie fanno bene agli ascolti. Però fino a che punto tirare la corda? Quant’è etico continuare a battere questa strada quando si parla di cose serie come la guerra o, fino a poco fa, di una pandemia?
L’altro aspetto da considerare è come gli altri ospiti gestiscono personaggi come Orsini. Durante il suo picco di inviti su La7, Orsini si è confrontato con giornalisti, diplomatici, ricercatori, quasi tutti di buona fama e dal solido curriculum. Eppure nessuno è sembrato realmente in grado di saperlo arginare. Nathalie Tocci, direttrice dello IAI, a un certo punto sbotta contro Orsini dicendogli che non può parlare di Ucraina visto che non c’è mai stato. Quando lui le replica che ragionando sulla stessa falsariga allora nessuno in studio potrebbe parlare della Seconda Guerra Mondiale, Tocci ribadisce che lei, in effetti, non andrebbe in TV a parlarne (lei probabilmente ne faceva una questione di competenza in materia, ma dà comunque l’effetto di una gaffe). Sono questi purtroppo gli effetti distorsivi: si abbassa lo standard del dibattito a tal punto che anche personaggi ferrati nelle loro materie cadono in trappole argomentative come quelle che Orsini è bravissimo a tendere. Il risultato è che le discussioni prendono delle pieghe assurde, della serie che pur di dimostrarmi diverso in tutto e per tutto dal mio interlocutore finisco per negargli anche l’evidenza, con il risultato di svilire la mia stessa tesi. Per fare un esempio, Orsini cita spesso l’allargamento della Nato come uno dei motivi scatenanti del conflitto, concetto ormai così pop che si può sentire anche camminando per strada. Ma attaccarlo su questo punto, negandolo a priori, è comunque sbagliato perché è oggettivamente una parte della storia, anche se va contestualizzato. È chiaro che Orsini confonde (o fa finta di) la parte per il tutto, e per quanto millanti brillanti doti di analista sarebbe proprio questa sua incapacità di dare un contesto alle cose che sostiene il fianco migliore da attaccare. E allora perché nessuno sembra in grado di farlo?




