Il grande paradosso del cinema, della televisione o, più in generale, della rappresentazione dell’intrattenimento, è che ci ha abituati a tal punto a vedere la realtà in un certo modo che poco di ciò che viene mostrato ormai ci sorprende o ci emoziona, almeno non quanto dovrebbe in proporzione alla potenza dei mezzi a nostra disposizione. Eppure basterebbe vedere l’ultima puntata di The Office, una serie TV che parla di persone che vendono carta, per provare tutta una serie di emozioni che le centinaia di caratteri battuti in questo articolo difficilmente riusciranno a replicare.
The Office è un prisma sul quale la luce della realtà sbatte dando luogo a tanti colori quante sono le vicissitudini dell’esistenza. E tutto origina parlando della cosa che più intacca la nostra vita, di quella grossa fetta di tempo alla quale ogni giorno abdichiamo, barattata in cambio della nostra sopravvivenza: il lavoro. A voler scomodare Hannah Arendt, The Office ci ricorda che l’uomo non è solo animal laborans – che lavora perché vive e vive perché lavora, nella drammatica lotta contro la sua stessa deperibilità – ma è un essere che ha bisogno di improntare la vita sull’agire, cosa che gli è resa necessaria dall’esistenza dell’altro e dalla conseguente relazione che instaura con esso.
Eppure quello che succede a Michael Scott e ai suoi sottoposti ha un duplice valore: c’è sia la resistenza a questo stato di cose per certi versi opprimente – il lavoro è una gabbia, soprattutto quando se ne percepisce l’insensatezza – ma anche una gioiosa, per quanto incerta e in fin dei conti forzosa, accettazione della propria condizione – l’archetipo dell’Ufficio e le dinamiche sociali che inevitabilmente si creano in esso. In realtà è faticoso voler rielaborare i concetti che vengono pronunciati proprio nelle ultime battute della serie, che ne riassumono completamente il senso: per tutto lo show infatti c’è una sorta di minimalismo riflessivo, agevolato dalla semplicità delle cose e delle vicende delle persone che popolano il set, che però è talmente efficace che ci si accorge di averlo afferrato grazie alla smorfia sorridente che ci troviamo stampata sul viso alla fine di ogni puntata.
Ma non c’è solo questo. Così come si notano meglio i colori più sgargianti quando vengono messi a contrasto, così succede con le tematiche di The Office, che vengono messe in risalto dall’esilarante surrealismo che la contraddistingue: la serie è permeata da un nonsense perenne, che viene esaltato dai personaggi più peculiari e che lascia quella sensazione di cringe in maniera così vivida che sembra davvero che l’imbarazzo degli attori non sia recitato, ma vissuto sul serio. E però quel modo che ha Michael Scott, persona che crede con tutto se stesso nel lavoro che fa al punto da non aver relazioni d’amicizia o d’amore all’infuori di esso, di vivere la sua assurda normalità, ci appare la cosa più sensata del mondo se messa a confronto con la vita dei suoi superiori, che quando il lavoro in effetti lo perdono, insieme ad esso smarriscono pure il lume della ragione. Per assurdo, le persone “normali” come l’aziendalissima Jan Levinson o l’impassibile direttore David Wallace, gente che proprio sembra nascerci coi nomi da CEO, non trovano un senso nella loro vita se non nel grigiore che comporta essere i migliori manager di un’azienda il cui core business è vendere carta.
Anche sulla correlazione tra presentabilità e capacità dei personaggi ci si potrebbe dilungare. Contro ogni aspettativa, la filiale di Scranton è l’unica della Dunder Mifflin che fa profitti, tanto che quando la compagnia se la passa male i grandi capoccia di New York convocano Michael per capire quale sia il suo segreto, per poi scoprire nel disagio generale che in realtà non ce n’è alcuno. Questo perché, e la sola idea mette un po’ in imbarazzo gli addetti ai lavori, alla fin fine tutte le tecniche pseudo-scientifiche di management aziendale non sono così diverse dai riti sciamanici: anche nel business le cose dipendono dalla buona sorte, checché ne dicano i guru del mindset. Che poi più volte nel corso della serie viene fuori che effettivamente Michael sia un ottimo venditore e, in fondo, pure un buon manager, per quanto inadatto alla (sua stessa) vita: questo perché alla fine ci si rende conto che le cose funzionano meglio quando non c’è nessuno a comandare – o quando chi comanda lo fa con discrezione.
E poi c’è la vita dei dipendenti. Nessuno, eccetto Dwight Schrute, ha il benché minimo interesse a trascorrere del tempo prezioso tra telefonate ed email, chiuso in quattro mura di compensato fastidiosamente illuminate dalla luce al neon. Per citarne alcuni, Jim passa il tempo in ufficio col minimo sforzo, impegnandosi solo quando si tratta di fare scherzi al suo vicino di scrivania; Stanley conta le ore che lo separano dal pensionamento; Creed usa il lavoro come copertura per i suoi loschi traffici. È interessante notare che nonostante The Office sia una serie americana non è niente di più lontano dall’idea che abbiamo del workaholism da corporation che immaginiamo si viva da quelle parti. E questo dimostra, insieme a pochi ma altrettanti validi altri esempi, che le volte in cui la cultura d’oltreoceano riesce a guardarsi allo specchio e vede la sua assurdità è davvero capace di comunicare qualcosa a tutti, a prescindere dagli effetti speciali che usa. Nessuno in The Office smania per “fare carriera” e quando qualcuno in apparenza ci riesce, in realtà il successo che ottiene è ciò che lo fa stare bene nella vita rinunciando a qualcosa del lavoro: l’unico esempio appena in controtendenza potrebbe essere Darryl, il capo magazziniere, eppure la timidezza e l’umiltà con cui riesce ad emanciparsi dal suo faticoso lavoro non lo rende un arrivista, ma una persona che vorrebbe semplicemente migliorare se stesso e vedere che effetto fa – perché se uno ha un cervello è giusto che gli venga consentito di usarlo, pure in un posto di lavoro.
Insomma, in The Office si parla di lavoro come non si è mai fatto nella storia della televisione, e la cosa che testimonia il grande successo della serie è che riesce a farci astrarre da una realtà così quotidiana – quella forza invisibile che ci fa alzare dal letto ogni mattina e ci costringe a recarci in un posto dove non vorremmo essere – che troppo spesso diamo per acquisita e immutabile. Eppure rimane un nodo da sciogliere, che la serie lascia inconsapevolmente in sospeso per farci prendere una posizione: ci vuole bravura nel rendere piacevole qualcosa che nasce sbagliata per natura o tocca essere fortunati nel trovare i giusti compagni di sventura?


