The Office è stato il miglior documentario mai andato in onda, Cap. I

Il grande paradosso del cinema, della televisione o, più in generale, della rappresentazione dell’intrattenimento, è che ci ha abituati a tal punto a vedere la realtà in un certo modo che poco di ciò che viene mostrato ormai ci sorprende o ci emoziona, almeno non quanto dovrebbe in proporzione alla potenza dei mezzi a nostra disposizione. Eppure basterebbe vedere l’ultima puntata di The Office, una serie TV che parla di persone che vendono carta, per provare tutta una serie di emozioni che le centinaia di caratteri battuti in questo articolo difficilmente riusciranno a replicare.

The Office è un prisma sul quale la luce della realtà sbatte dando luogo a tanti colori quante sono le vicissitudini dell’esistenza. E tutto origina parlando della cosa che più intacca la nostra vita, di quella grossa fetta di tempo alla quale ogni giorno abdichiamo, barattata in cambio della nostra sopravvivenza: il lavoro. A voler scomodare Hannah Arendt, The Office ci ricorda che l’uomo non è solo animal laborans – che lavora perché vive e vive perché lavora, nella drammatica lotta contro la sua stessa deperibilità – ma è un essere che ha bisogno di improntare la vita sull’agire, cosa che gli è resa necessaria dall’esistenza dell’altro e dalla conseguente relazione che instaura con esso.

Eppure quello che succede a Michael Scott e ai suoi sottoposti ha un duplice valore: c’è sia la resistenza a questo stato di cose per certi versi opprimente – il lavoro è una gabbia, soprattutto quando se ne percepisce l’insensatezza – ma anche una gioiosa, per quanto incerta e in fin dei conti forzosa, accettazione della propria condizione – l’archetipo dell’Ufficio e le dinamiche sociali che inevitabilmente si creano in esso. In realtà è faticoso voler rielaborare i concetti che vengono pronunciati proprio nelle ultime battute della serie, che ne riassumono completamente il senso: per tutto lo show infatti c’è una sorta di minimalismo riflessivo, agevolato dalla semplicità delle cose e delle vicende delle persone che popolano il set, che però è talmente efficace che ci si accorge di averlo afferrato grazie alla smorfia sorridente che ci troviamo stampata sul viso alla fine di ogni puntata.

Ma non c’è solo questo. Così come si notano meglio i colori più sgargianti quando vengono messi a contrasto, così succede con le tematiche di The Office, che vengono messe in risalto dall’esilarante surrealismo che la contraddistingue: la serie è permeata da un nonsense perenne, che viene esaltato dai personaggi più peculiari e che lascia quella sensazione di cringe in maniera così vivida che sembra davvero che l’imbarazzo degli attori non sia recitato, ma vissuto sul serio. E però quel modo che ha Michael Scott, persona che crede con tutto se stesso nel lavoro che fa al punto da non aver relazioni d’amicizia o d’amore all’infuori di esso, di vivere la sua assurda normalità, ci appare la cosa più sensata del mondo se messa a confronto con la vita dei suoi superiori, che quando il lavoro in effetti lo perdono, insieme ad esso smarriscono pure il lume della ragione. Per assurdo, le persone “normali” come l’aziendalissima Jan Levinson o l’impassibile direttore David Wallace, gente che proprio sembra nascerci coi nomi da CEO, non trovano un senso nella loro vita se non nel grigiore che comporta essere i migliori manager di un’azienda il cui core business è vendere carta.

Anche sulla correlazione tra presentabilità e capacità dei personaggi ci si potrebbe dilungare. Contro ogni aspettativa, la filiale di Scranton è l’unica della Dunder Mifflin che fa profitti, tanto che quando la compagnia se la passa male i grandi capoccia di New York convocano Michael per capire quale sia il suo segreto, per poi scoprire nel disagio generale che in realtà non ce n’è alcuno. Questo perché, e la sola idea mette un po’ in imbarazzo gli addetti ai lavori, alla fin fine tutte le tecniche pseudo-scientifiche di management aziendale non sono così diverse dai riti sciamanici: anche nel business le cose dipendono dalla buona sorte, checché ne dicano i guru del mindset. Che poi più volte nel corso della serie viene fuori che effettivamente Michael sia un ottimo venditore e, in fondo, pure un buon manager, per quanto inadatto alla (sua stessa) vita: questo perché alla fine ci si rende conto che le cose funzionano meglio quando non c’è nessuno a comandare – o quando chi comanda lo fa con discrezione.

E poi c’è la vita dei dipendenti. Nessuno, eccetto Dwight Schrute, ha il benché minimo interesse a trascorrere del tempo prezioso tra telefonate ed email, chiuso in quattro mura di compensato fastidiosamente illuminate dalla luce al neon. Per citarne alcuni, Jim passa il tempo in ufficio col minimo sforzo, impegnandosi solo quando si tratta di fare scherzi al suo vicino di scrivania; Stanley conta le ore che lo separano dal pensionamento; Creed usa il lavoro come copertura per i suoi loschi traffici. È interessante notare che nonostante The Office sia una serie americana non è niente di più lontano dall’idea che abbiamo del workaholism da corporation che immaginiamo si viva da quelle parti. E questo dimostra, insieme a pochi ma altrettanti validi altri esempi, che le volte in cui la cultura d’oltreoceano riesce a guardarsi allo specchio e vede la sua assurdità è davvero capace di comunicare qualcosa a tutti, a prescindere dagli effetti speciali che usa. Nessuno in The Office smania per “fare carriera” e quando qualcuno in apparenza ci riesce, in realtà il successo che ottiene è ciò che lo fa stare bene nella vita rinunciando a qualcosa del lavoro: l’unico esempio appena in controtendenza potrebbe essere Darryl, il capo magazziniere, eppure la timidezza e l’umiltà con cui riesce ad emanciparsi dal suo faticoso lavoro non lo rende un arrivista, ma una persona che vorrebbe semplicemente migliorare se stesso e vedere che effetto fa – perché se uno ha un cervello è giusto che gli venga consentito di usarlo, pure in un posto di lavoro.

Insomma, in The Office si parla di lavoro come non si è mai fatto nella storia della televisione, e la cosa che testimonia il grande successo della serie è che riesce a farci astrarre da una realtà così quotidiana – quella forza invisibile che ci fa alzare dal letto ogni mattina e ci costringe a recarci in un posto dove non vorremmo essere – che troppo spesso diamo per acquisita e immutabile. Eppure rimane un nodo da sciogliere, che la serie lascia inconsapevolmente in sospeso per farci prendere una posizione: ci vuole bravura nel rendere piacevole qualcosa che nasce sbagliata per natura o tocca essere fortunati nel trovare i giusti compagni di sventura?

Giampietro Manenti è stato l’araldo dell’insensatezza del nostro presente

Ci sono episodi della storia umana che se non fosse per l’occhio acuto di alcuni attenti spettatori passerebbero inosservati, cadendo nell’oblio. D’altronde, come vuole l’enigmatico adagio, non si sente il rumore che fa l’albero caduto nella foresta se non c’è nessuno ad ascoltarlo. Ecco, quello che accadde a Parma nel 2015, invece, di rumore ne fece parecchio, almeno tra quella fetta di persone direttamente coinvolte nella vicenda. Quella di Parma era una storia di sport, una storia di calcio. Anzi, era qualcosa di ancor meno interessante, sia tra chi lo sport lo segue che tantomeno tra chi di calcio non vuole neanche sentir parlare: era una questione societaria o meglio, di management dello sport.

Per farla breve, il Parma, all’epoca, si trovò sommerso da una montagna di debiti. Cosa che succede spesso nelle società di calcio. In questi casi, qualcuno interessato (a volte per affetto, più spesso per soldi) a rivitalizzare l’asset interviene, sonda il terreno, e se il gioco vale la candela salva – almeno fino a che gli conviene, di solito il tempo utile per rivendere – la società. Col Parma calcio si stava seguendo grosso modo questo canovaccio, eppure fin da subito iniziarono ad accadere cose fuori dall’ordinario, che divennero repentinamente grottesche. Infatti, la storia che davvero vale la pena raccontare riguarda i personaggi che apparvero a mo’ di sciacalli tra le macerie della società, che si presentarono ai tifosi e alla città nelle vesti di improbabili salvatori.

È possibile ricostruire così bene i fatti di dieci anni fa grazie al lavoro certosino del canale YouTube Mapi Channel, così chiamato in onore della società Mapi Group di Giampietro Manenti, protagonista indiscusso di tutta la faccenda. La prima cosa che colpisce è che Mapi Channel nasce nel 2021, quindi ben sei anni dopo le sfortunate vicende del Parma calcio dell’epoca: frutto dell’afflato poetico di un misterioso autore – si parlava degli spettatori attenti della storia -, forse chiuso in casa in una delle tante zone rosse intermittenti di pandemica memoria. La seconda cosa rilevante è che il canale ha avuto successo: non era così scontato, dopotutto la storia che racconta si svolge nell’arco di qualche settimana e io stesso che il calcio all’epoca lo seguivo più assiduamente faccio fatica ad avere memorie nitide di quei momenti in diretta. Eppure una volta che si entra nel loop di quei video non si riesce ad uscirne: le parole che vengono proferite dai diretti interessati, presidenti, giornalisti, opinionisti, sono così ripetitive e vacue che diventano rumore bianco; i video di Mapi Channel diventano puro ASMR, di cui fruire quando non si riesce prendere sonno o si sta pulendo casa. Si è creata una relativamente piccola ma affiatata community di utenti (il canale ha 20mila iscritti) che fa a gara a scovare i dettagli più astrusi di ogni intervista e che ti coinvolge in un modo che solo su YouTube, tocca rendergli merito, può capitare. Non solo. L’effetto ipnotico causato da tutto questo materiale deriva anche dal fatto che quei concetti, ripetuti così alla nausea, spalancano le porte della percezione, facendoci realizzare che il linguaggio, e il modo in cui definiamo la realtà attraverso di esso, sia un mero costrutto che traccia i labili confini in cui organizziamo il nostro vivere nel mondo; confini che possono essere messi in discussione in un batter d’occhio, perché non è chiaro se è la percezione a fare il mondo o viceversa.

C’è ancora qualcos’altro però, che va oltre all’esilarante nonsense e alla memizzazione a cui i fatti di Parma si prestano in maniera eccezionale. Quello che accadde a Manenti – o meglio, quello che Manenti fece accadere – fu la dimostrazione della porosità del nostro “sistema”, composto da meccanismi astratti e normalizzanti, a loro volta frutto di automatismi tali che prima di farci accorgere che sta succedendo qualcosa di sbagliato (o più correttamente: di dissonante) reagisce con estrema lentezza, per poi (se ci riesce) espellere l’intruso. Manenti compra il Parma calcio con un solo euro, che è probabilmente lo stesso valore della giacca che indossa durante la conferenza stampa in cui si presenta al mondo. Eppure, nonostante il personaggio abbia appesa in faccia una luce al neon che illumina la scritta “non fidatevi di me”, riesce a risultare passabile agli occhi delle istituzioni della Serie A, del manager che lo affianca, dei sopravvissuti vertici dirigenziali del Parma AC. Sembra difficile credere che tutta la filiera calcistica abbia avuto così tante sviste da così tanti soggetti tutti insieme, ma al di là dei risvolti poco trasparenti della vicenda – forse Manenti era un semplice prestanome di qualche interesse occulto, o magari era lui stesso ad avere intenzioni truffaldine, oppure a Parma la situazione era talmente disperata (e lo era) che faceva comodo avere un utile idiota a fare da parafulmine – non è stata mai smentita la possibilità che un unico uomo possa aver provocato tutto questo bailamme solo perché, alla fine, poteva vivere uno spettacolo da protagonista al prezzo di dieci goleador. D’altronde, in quel mese scarso di visibilità, Manenti ha visto partite allo stadio, entrava regolarmente negli spogliatoi della sua squadra, ha incontrato i vertici della Lega Serie A, il tutto mentre decine di giornalisti gli puntavano addosso un microfono in attesa che le sue parole acquisissero finalmente un senso. Insomma, Manenti ha portato Andy Warhol all’estremo. E proprio in virtù di ciò non sembrano tanto le ragioni di Manenti, oneste o meno che fossero, ad essere degne di analisi, quanto tutta l’impalcatura che venne costruita su di lui e che resse per settimane.

La prima conferenza stampa di Manenti è il momento topico di questa vicenda, non a caso il video più visto sul canale di Mapi Channel. Lo stesso contesto è improbabile: la conferenza stampa è un momento rituale e noioso, in cui i giornalisti fanno domande oziose o velleitarie ad interlocutori che rispondono con frasi fatte e fotocopiate. Quelle che passano alla storia sono quasi esclusivamente quelle in cui gli allenatori sbroccano, possibilmente italiani che allenano all’estero. Ma, di nuovo, non è tanto lo show di Manenti a lasciare perplessi: è l’atteggiamento velatamente accomodante (con qualche eccezione positiva) con cui viene trattato il personaggio, dalla stampa o dai controllori disattenti che citavamo, che stona ancor di più se consideriamo la roccambolesca uscita di scena di un altro protagonista di questa epopea. Pochi giorni prima di cedere la presidenza a Manenti infatti, c’era stato un personaggio all’apparenza più presentabile, l’avvocato Fabio Giordano, che si presentò febbricitante ai giornalisti contribuendo alla realizzazione della conferenza stampa più lisergica trovabile sul web. Quindi se una svista poteva capitare, con due diventa difficile essere indulgenti.

C’è un’ulteriore, ennesima, cosa però. La transizione tra il Parma AC nella sua fase storica rispettabile e la banter era manentiana è così sfumata e contigua che spalanca le porte a una riflessione (ancora) più ampia. La cosa affascinante del pallone ai livelli più alti è che a un certo momento strategia aziendale e risultato sportivo si fondono ad un punto tale che è difficile capire, tra le due cose, quanto l’una abbia portato all’altra. L’aleatorietà dei risultati nello sport rischia al tempo stesso sia di vanificare una gestione oculata di una squadra-azienda, quando sono negativi, sia di occultarne le mancanze, laddove una o più stagioni fortunate gonfino i meriti delle persone che siedono dietro le scrivanie. Ma la cosa ancora più affascinante è che le stesse dinamiche possono benissimo manifestarsi anche fuori dal calcio, in qualsiasi azienda, ed è per questo che la storia di Parma intriga e fa riflettere, come si dice quando si sta per arrivare a una morale. Alla fine Elon Musk non è un po’ un Giampietro Manenti che i soldi li ha davvero?

Ecco, è questa la piega che alla fine voleva prendere il nostro racconto, collegandosi con l’attualità. Manenti, volendo adeguatamente romanzare le cose, è stato apripista, fosse anche per una mera questione cronologica, di tutto il periodo storico di assurdità che iniziò proprio in quegli anni là e che perdura tuttora: della post-verità, dell’incompetenza assurta a virtù, del farsi talmente beffe della realtà al punto che conoscerla diventa superfluo. Guarda caso, dopo di lui venne Brexit, Trump, l’ascesa del populismo e il surrealismo della gestione della pandemia, fino ad arrivare al criptofascismo tecno-incompetente attuale. Questo perché, con la stessa pigrizia con cui si affrontò il personaggio, si sono affrontati avversari ben più pericolosi, con il fare da temporeggiatori di quelli che dicono “aspettiamo, tanto ad un certo punto si accorgerà pure lui di quant’è inadeguato”. Il fatto è che di Manenti, alla fin fine, ce ne sono pochi; però il problema è che di pigri ce ne sono sicuramente di più.

Giampietro Manenti venne arrestato il 18 marzo di quell’anno, dopo un mese e mezzo di presidenza, con l’accusa “di reimpiego di capitali illeciti, per aver provato a ottenere con l’aiuto di complici 4,5 milioni di euro da versare al club tramite l’utilizzo di carte di credito clonate”, il che farebbe inferire che tutto ciò che aveva fatto prima di comprare il club fosse stato in effetti nei limiti della legalità. Quindi quello che incastrò Manenti fu un reato commesso in veste di presidente del Parma, tra l’altro nell’atto di portare concretamente soldi nelle casse della società – cosa non banale, visto che chi lo precedette, e lo seguì, non ottenne poi risultati migliori. Esiste qualcosa di più poetico?

“Lei è un bluff?” “Probabilmente sì, probabilmente no”

Dinosaurs era una serie per bambini che avrebbero avuto paura del loro futuro

È esistita un’epoca, quella degli anni novanta, in cui il nostro rapporto con la televisione era molto diverso rispetto ad oggi. Mentre oggi la TV è mero strumento a disposizione della nostra bulimica ricerca di novità, sui cui contenuti vale la pena investire nei dettagli fino a un certo punto vista la compulsività con cui vengono consumati, c’era stato un tempo in cui gli show televisivi (prima che venissero chiamate serie TV) venivano fatti con una certa cura artigianale. Dinosaurs è stata anche questo: la famiglia di dinosauri protagonista della serie era animata da un mix di marionettisti e pupazzi meccanici che interagivano tra loro con una naturalezza tale da sembrare veri. Talmente veri che alla fine Dinosaurs era diventata la mezz’ora di televisione più costosa dell’epoca, tanto da dover essere cancellata nonostante fosse acclamata dalla critica e apprezzata dal pubblico.

Questi pezzi di passato di un’epoca in cui non esistevano ancora le piattaforme streaming, ma che tocca ammettere vengono riscoperti proprio grazie ad esse, a volte rimangono conservati sotto forma di nicchie nella propria memoria. Avevo il vago ricordo di questa cosa che mi compariva al mattino in TV quand’ero bambino, ma non immaginavo che a rivederla da adulto avrebbe avuto ancora qualcosa da comunicarmi; o meglio, che mi avrebbe comunicato qualcosa che avrei capito solo da adulto. Il fatto è che Dinosaurs, pur dando voce a dei dinosauri, in realtà parla degli (e agli) umani. L’allegoria è lineare ma potente: la società dei dinosauri ricalca quella degli uomini, sebbene la natura sia più selvaggia e il continente, Pangea, sia solo uno. E però se la trama può sembrar banale, è la sua narrazione che diventa sofisticata.

Il mondo dei dinosauri declinato al moderno, così come se lo immagina la serie, è un mondo che oggi definiremmo liberista nella sua forma più primigenia o incontrollabilmente capitalista. Per dirne una, il lavoro di Earl, il capofamiglia, consiste nell’abbattere alberi per conto di una corporation che non si cura minimamente del fatto che un giorno gli alberi da abbattere per far spazio al progresso finiranno. E quando ciò effettivamente accade, il problema diventa non dell’azienda ma dei suoi dipendenti, licenziati in tronco (no pun intended) perché non più necessari. La stessa famiglia protagonista della serie vive i suoi rapporti più intimi in maniera piuttosto lasca, consapevole di vivere in un mondo in cui se i propri figli non tornano a casa per l’ora di cena è perché potrebbero essere stati mangiati da un predatore più grande. Così va la vita. I momenti più “autentici” che inframezzano la vita moderna dei personaggi sono riti ancestrali le cui origini e motivazioni si perdono nei secoli ma che però vengono ripetuti stancamente nella loro ottusa crudeltà. I rapporti di genere, un altro tra i temi più avanguardistici sollevati dalla serie, sono scanditi da un machismo tossico che viene facile rappresentare visto che i personaggi sono, alla fine della fiera, degli animali. Far parlare dei dinosauri di queste cose, esseri che ci immaginiamo violenti per natura perché era violenta la stessa natura di cui facevano parte, diventa un escamotage incredibilmente efficace proprio perché questo è sempre stato il nodo gordiano dell’umanità: riuscire a far coesistere gli istinti primordiali col bisogno di civilizzazione.

Non di rado nella serie la provocazione è evidente. Per 140 milioni di anni erano i dinosauri la specie dominante sul nostro pianeta mentre oggi le loro ossa impolverate sono sorvegliate da annoiati custodi all’interno di musei. Questo dinosauro-centrismo dello show fa il verso all’umana presunzione di essere la specie definitiva, la manifestazione della natura più cosciente di se stessa e per questo incapace di immaginare un futuro in cui non esista più. Eppure la serie soffre di uno spoiler intrinseco: tutti sappiamo la fine che hanno fatto i dinosauri, anche se possiamo scommettere che non abbiano avuto una vera consapevolezza della loro stessa estinzione. La sorpresa che ci lascia la serie, e qua attenzione che d’ora in avanti lo spoiler ce lo metto io, è che a far morire i dinosauri non è stato un meteorite ma la scelleratezza con cui hanno distrutto il loro stesso habitat. Ma se il messaggio ecologista arriva forte e chiaro senza bisogno di approfondirlo ulteriormente, gli ultimi attimi dei protagonisti coincidenti con i minuti finali della serie hanno un che di anomalo da un punto di vista comunicativo, almeno per come siamo stati abituati dal mondo dell’intrattenimento.

Quando Earl riflette ad alta voce su come la sua cieca fiducia nel progresso gli abbia fatto perdere di vista la fragilità della natura, interviene ad un certo punto il suo figlio più piccolo senza nome, chiamato semplicemente Baby, il quale per tutta la serie ricopre il ruolo della macchietta che serve a strappare una risata. Quando chiede al padre cosa sarà della loro famiglia visto che il mondo sembra condannato, tutti si guardano mestamente, senza riuscire a dargli una risposta davvero rassicurante. Non si riesce a dare una risposta rassicurante ad un bambino, in uno show per bambini. Ed è così che cala il sipario. Con un silenzio che non ha bisogno di alcuna spiegazione.

Verrebbe da definirlo un finale commovente e strappalacrime, ma non sarebbe una definizione corretta. Ci lascia con una sensazione di spiazzante angoscia, fino al punto da farci sentire a disagio, e proprio per questo è uno dei finali più originali mai trasmessi in televisione.

Boris era una serie molto italiana, ma non c’era niente di male

Senti Cristina, io sono molto stanco. Io ho quasi 50 anni e ho la casa mezza sfondata, questo non sarebbe grave però eh, la cosa grave è che qui a me mi stanno facendo fuori, hai capito? Io presto dovrò reinventarmi tutto e credimi che a 50 anni non è facile. Tu sei una ragazza giovane, tu prendi 200 mila euro per sei mesi di lavoro, quando c’è gente che per mille euro al mese sfonda le strade col martello pneumatico senza battere ciglio e lotta per vivere una vita di merda. Io penso che sarebbe bello per una volta vedere le cose nella giusta ottica, no? eh? E fare semplicemente il proprio dovere, senza capricci, senza problemi. In questo caso piangendo, se è il caso di piangere.

Hai finito d’attaccarmi la pippa Renè?

Boris è stato un fenomeno difficilmente spiegabile. Come molte cose che succedono nel nostro Paese non è stato parte di un movimento coerente ma un’incredibile eccezione. È stata una serie di qualità, per gli attori, per la regia, per la sceneggiatura: si è pienamente adeguata agli standard internazionali delle serie tv (che in realtà sarebbero venuti dopo) pur mantendendo dei contenuti molto italiani, italianissimi. Infatti, per quanto ben realizzata, Boris per essere fatta capire a un pubblico straniero avrebbe bisogno di un corso propedeutico di usi e costumi italiani, una sorta di Cura Ludovico, solo per avere i requisiti per apprezzarla davvero.

Intendiamoci, Boris parla di televisione e cinema, quindi prima di forzare troppo l’allegoria è giusto tenerlo a mente. Tuttavia riesce a fare magistralmente qualcos’altro: spiegare il nostro Paese. Non attaccandoci la pippa su tutto ciò che non va, ma raccontando le disfunzioni nostrane in maniera sottile e sussurrata, a volte con una semplice smorfia. Per dirla terra terra, Boris è come avere il C2 di una lingua straniera: lo so che la sai, quindi è inutile che ti spiego le basi della grammatica per comunicare. Passiamo direttamente ai dettagli. Lo spezzone trascritto qualche riga più sopra è esemplificativo di tutto ciò. In realtà è solo uno tra le centinaia che potrebbero essere presi e passati al setaccio alla ricerca di significati nascosti eppure, questo trasmette alla perfezione il livello di meta-italianità che la serie raggiunge. È una sorta di Stele di Rosetta per chi vuole davvero capire cosa significa essere molto italiani, sia negli aspetti folkloristicamente socio-politici ma anche, e soprattutto, nel sentimento che mettiamo nella nostra vita da mediterranei.

Senti Cristina, io sono molto stanco. Quando Renè inizia il suo discorso, la trasmette davvero, questa stanchezza. Inizialmente prende un respiro e fa una smorfia di impazienza mista a rancore. Poi però si rende conto che non ha la forza di arrabbiarsi e così, calcando la mano sul volto, si toglie metaforicamente la maschera, mettendo a nudo la sua vulnerabilità. È evidente che non si tratta di una stanchezza meramente fisica ma di fatica derivante da una frustrazione perenne, che lo accompagna ogni giorno sul set. La fatica di Sisifo, per intenderci: quella del reiterare uno sforzo disumano pur sapendo che non sfocerà in un successo. È probabilmente quella che lui prova lavorando come regista, il lavoro di uno che ha in mente un’idea che solo gli altri possono realizzargli.

Io ho quasi 50 anni e ho la casa mezza sfondata, questo non sarebbe grave però eh. Appena inizia il suo sfogo, Renè attinge alla sua vita personale, in una breve digressione che si dissolve quasi istantaneamente. In primis, solleva la questione dell’età, che in effetti è un incipit molto italiano quando si discute: di solito viene usata come artificio dialettico per sbattere in faccia all’interlocutore la propria esperienza; in questo caso, sembra più un voler corroborare la questione della stanchezza, che si sopporta sempre meno con l’incalzare degli anni. Poi cita un dettaglio apparentemente fuori luogo in quel momento, quello della sua casa-mezza-sfondata: sembra uno di quei pensieri che rimangono tra i processi in background nell’inconscio di qualcuno, così poco rilevanti per tutti tranne che per se stessi. D’altronde parliamo della casa, quasi certamente di proprietà, uno dei pilastri dell’identità nazionale. Poi però Renè interrompe bruscamente questo accenno di flusso di coscienza. Per chi non sarebbe grave, però? Per Cristina che lo ascolta, perché si rende conto di star condividendo frammenti della sua vita che così poco le interesserebbero, o è un promemoria per se stesso, perché si sta rendendo conto di divagare, anche se è ben conscio del fatto che nella scala delle priorità il suo problema più pressante è la casa e non i capricci degli attori?

La cosa grave è che qui a me mi stanno facendo fuori, hai capito? Nella maggior parte della serie, Renè oscilla tra la paura e il sollievo all’idea di perdere il lavoro. Tuttavia in quanto regista di fiction, il suo è più che un semplice lavoro: è anche una questione di politica. È quel “mi stanno facendo fuori” che preoccupa Renè, ancor più della casa mezza sfondata. È forse la prospettiva di essere sollevato dal suo incarico senza averlo potuto fare prima lui, di sua iniziativa. Il togliergli la soddisfazione di liberarsi di una cosa che in fondo odia, ma che deve fare costretto da non si capisce bene chi o cosa: se dal bisogno di soldi, dal senso del dovere (il lavoro visto come una cosa da fare anche se non ci piace, altra cosa molto italiana) o da un sadico piacere di girare la monnezza, come la chiama lui.

Io presto dovrò reinventarmi tutto e credimi che a 50 anni non è facile. A volte un talento – o un’opportunità – è una condanna. Renè gode della stima di molti degli addetti ai lavori, per quanto nei suoi scorci di biografia si citino solo cose di cui si vergogna di aver girato. A Renè piace il set, come a un atleta piace l’odore del campo in cui entra durante la partita. Probabilmente è questo ciò che accomuna tutti: si inizia col fare una cosa che si ama e si finisce per odiarla, a forza di seppellire la passione sotto una valanga di compromessi. Renè sa che per quanto se ne lamenti, stare sul set è la cosa che gli riesce meglio. Mettersi a fare qualcos’altro non rappresenta una nuova prospettiva ma un salto nell’ignoto. Cambiare lavoro a volte spaventa più che perderlo.

Tu sei una ragazza giovane, tu prendi 200 mila euro per sei mesi di lavoro, quando c’è gente che per mille euro al mese sfonda le strade col martello pneumatico senza battere ciglio… A questo punto Renè si rivolge finalmente a Cristina e si arriva al cuore del discorso. Vuole farle pesare tutta una serie di cose: che è giovane, quindi per definizione fortunata e senza problemi agli occhi di qualcuno non più giovane, e che è privilegiata, per quello che prende in virtù del poco che fa. Renè è consapevole che fa parte del gioco, ma forse non si capacita ancora del perché le persone con cui ha a che fare prendano più di lui faticando molto meno. Per quanto classico sia questo pattern (c’è sempre qualcuno che si fa il mazzo più di noi, e bisogna compatirlo) nel tono di Renè non c’è volontà di umiliare, ma una disinteressata intenzione di istruire. L’esempio di chi fa lavori di fatica prendendo una paga misera è un clichè, certo, eppure risulta particolarmente efficace considerando il contesto – d’altronde Renè non sembra dirlo come frase di circostanza, ma con la consapevolezza di uno che, magari in gioventù, ha davvero fatto lavori umili prima di avere successo. È in questo momento che Cristina dimostra già cosa pensa di questa conversazione. Quando alza gli occhi al cielo, non li abbassa con il fare di qualcuno che ha incassato la parternale e ne farà tesoro, ma con l’impazienza di chi ha deciso di non ascoltarti fin dal principio.

…e lotta per vivere una vita di merda. Renè conclude così il suo pensiero sui privilegi e chi non ne ha. Lo fa con un’uscita di getto, che però spiazza per il suo pathos. Lottare per vivere (comunque) una vita di merda. Nell’ideale di impegno che abbiamo, gli sforzi profusi, nel lavoro, nello studio, nella vita, non sono mai vani, perché la fatica di oggi è il successo di domani. E invece no, perché non sempre sforzandosi si raggiunge l’ottimo e a volte non è possibile anche per colpe che non sono nostre – cosa che ci appare incomprensibile, dall’alto della nostra percezione liberista di meritocrazia. Queste poche parole messe in quest’ordine aprono un universo, sul nostro Paese e sulla vita in generale: dal dibattito sulla decennale scarsa produttività nazionale, all’etica del lavoro di matrice cattolica, che sembra finalizzata quasi esclusivamente a martoriare il proprio corpo senza possibilità alcuna di emancipazione. E questa frase riesce a fartela davvero immaginare, questa lotta: la senti, te la immagini come una lunga giornata che termina accasciandosi sul divano, sul quale ti assopisci in cinque minuti dopo aver acceso la televisione. Una giornata non rilevante, che ha il solo pregio di essere finita e non che ha migliorato, in prospettiva, alcun aspetto della tua vita.

Io penso che sarebbe bello per una volta vedere le cose nella giusta ottica, no? eh? Quel “no? eh?” conclude tutta la riflessione di Renè tramutandosi quasi in supplica. È la speranza di aver fatto capire il proprio punto di vista a qualcuno, con così poche parole – perché alla fine le parole sono sempre troppo poche. Ma è anche un tentativo disperato. Quante volte ci proviamo a metterle nella giusta ottica, le cose? Quante volte proviamo a farlo capire agli attori, ai calciatori, ai politici? Però ci viene anche un dubbio lecito: ma esiste un’ottica (ed è fisicamente un’ottica?, semicit.) e per di più giusta? Per chi? Forse non è chiara perché nessuno parla mai dell’ottica di chi li prende, questi 200 mila euro in sei mesi, visto che sarebbe un punto di vista un po’ impopolare. O forse ci mette a disagio l’idea che, dovessimo trovarci nella posizione di Cristina, ce ne fregheremmo allo stesso modo, di qualsiasi altra ottica.

E fare semplicemente il proprio dovere, senza capricci, senza problemi. Una delle poche volte che Renè è felice, così tanto da sorprendersi, è quando l’attrice che fa il ruolo della magistrata si comporta semplicemente da professionista, recitando come da copione. Come regista, si trova quasi sempre solo nel mare in tempesta e il suo principale compito è quello di chiedere a chi gli sta intorno di fare il proprio lavoro, senza neanche pretendere che venga fatto bene. Eppure quello di Renè è anche un desiderio, per quanto lecito, fin troppo naïf. Tutti vorremmo ottenere le cose che vogliamo senza ricevere una reazione uguale e contraria da parte di chi ne vuole altre, spesso in antitesi alle nostre. In un contesto più drammatico, ricorda l’intervista di Rodney King durante la tragica rivolta del 1992 a Los Angeles: can’t we all get along? Un tentativo così ingenuo e disperato al quale però facciamo fatica a dare torto.

In questo caso piangendo, se è il caso di piangere. Renè torna al pomo della discordia: Cristina non voleva piangere nella scena che stava girando. Eppure, alla luce di quanto detto prima, forse non è più una questione di recitazione. Forse quello che non riesce a far piangere Cristina è il non averne mai avuto bisogno, mentre Renè scoppierebbe proprio mentre finisce di parlare, per la stanchezza e la frustrazione, e per questo non si capacita di cosa ci sia di così difficile nel farlo.

Hai finito d’attaccarmi la pippa Renè? In realtà era chiaro che questa cosa Cristina la stesse già pensando dall’inizio della conversazione. Renè ha parlato a cuore aperto ma sollevando temi di scarsissimo interesse per una nella posizione di Cristina. In quel momento, spiazzato da tanta sfacciataggine, Renè le dà uno schiaffo. La scena rende alla perfezione il valore di quel gesto: la violenza come mancanza di alternativa alle parole, un bisogno di contatto fisico in sostituzione di un ponte verbale che non è stato possibile erigere – ti meno perché almeno senti (sentirmi inteso come ascoltare ma anche come percepire), legittimo con la violenza la mia presenza ai tuoi occhi. È uno schiaffo punitivo, quasi genitoriale, che sanziona un’impertinenza ingiustificabile. Ma per assurdo è solo un ulteriore, vano tentativo: Cristina reagisce con gli interessi, rispedendo al mittente anche quest’ultima prova di stabilire un contatto. E tutto ritorna al punto di partenza, come se questa conversazione non fosse mai avvenuta.

Matthew Perry è stato un Bojack Horseman buono

Era esattemente un anno fa quando lessi questo articolo su Matthew Perry rimanendo turbato, perché mi resi conto che anche dietro la spensieratezza di Friends aleggiava lo spettro della sofferenza umana. In realtà c’era poco da esserne scioccati: come succede nella vita di chiunque, e i personaggi famosi non ne sono esenti ma anzi, a volte ci si trova a combattere contro i propri demoni. E a volte non ci è concesso sconfiggerli. Eppure, stamattina, quando ho letto della sua scomparsa non ho potuto fare a meno di imprecare allo schermo per l’amara notizia. Tra l’altro, Friends avevo cominciato a rivederlo proprio in questi ultimi giorni.

Il senso di lutto diffuso che causa la scomparsa un personaggio famoso può essere spiegato al di là del moto di empatia che incosciamente proviamo perché quella persona credevamo di “averla conosciuta”: quando ci lascia qualcuno come Matthew Perry, il ricordo condiviso di ciò che rappresentava – in questo caso gli anni novanta o semplicemente una serie che ci metteva di buon umore – assume contorni diversi, generando un miscuglio di nostalgia e inquietudine. Nostalgia perché ricordiamo il passato, inquietudine perché di quel passato ci rendiamo conto che stanno scomparendo le tracce.

Più strano ancora è lo scoprire che, per quella persona, gli stessi momenti che noi abbiamo consumato per ottenere i nostri futuri-ricordi piacevoli sono coincisi, per essa, con l’inizio di una forma di sofferenza derivante proprio dal suo status di personaggio famoso. Difficile dire se gli autori si fossero ispirati alla sua vicenda eppure quando, sempre poco tempo fa, ho rivisto Bojack Horseman mi sono convinto che la sua storia fosse incredibilmente simile a quella di Perry, dopo averla conosciuta da quell’articolo: l’alcolismo, l’abuso di farmaci, la depressione, la paura di non piacere più, tutti problemi di qualcuno che doveva la sua fama a una serie che parlava di qualsiasi cosa eccetto che dei problemi della vita, a cui Horsin’ Around in effetti fa il verso*. In realtà è più probabile che dietro tutto ciò ci sia solamente una matrice comune e che sia il mondo dell’intrattenimento in sé ad essere portatore sano del fenomeno. Fa solamente più male quando si associa il dramma dell’esistenza ai prodotti cultural-pop più semplici e innocui, in cui pretendiamo che gli attori che interpretano quei ruoli siano davvero felici e spensierati anche fuori dal set, possibilmente per sempre.

Quando recentemente ho finito di rivedere Bojack Horseman a qualche anno di distanza dalla prima volta, stavo provando a dedicargli un post: ho adorato la serie, e il rewatch me l’ha confermato, ma ci trovavo un difetto di fondo. Volevo dare sostanza alla tesi che storie come quella di Bojack in realtà non ci avvicinano affatto alle persone famose solo perché raccontano che, anche loro, soffrono: pur correndo il rischio di fare una discriminazione di classe al contrario – visto che sei ricco non venirmi a raccontare che sei depresso, tu almeno sei ricco -, bisogna comunque fare attenzione nello scegliere a chi dedicare la nostra limitata scorta di empatia. D’altronde, si può anche essere depressi e stronzi, oppure essere infelici a causa del proprio essere stronzi, e nel caso di Bojack ci si avvicina proprio a entrambe le conclusioni. Ma poi mi è venuto il dubbio che forse era la serie stessa che voleva spingerci verso quella direzione e per questa ragione non sono riuscito a costruirci sopra una critica convincente. Non ci sarà dato sapere com’era davvero il Matthew Perry uomo, ma la piega drammatica che prese la sua vita fu così prematura e così pervasiva che viene spontaneo un senso di simpatia, come se ci fosse qualcosa che lo facesse sembrare una persona problematica ma buona proprio come lo era quando interpretava Chandler Bing.

L’ultima scena di Friends ha una potenza davvero micidiale per la sua, significativa, semplicità. A chi dovesse avventurarsi in questo blog consiglio di non vederla senza aver visto (o rivisto) tutta insieme l’intera serie. Nel momento in cui Chandler [INIZIO SPOILER] rimane l’ultimo del gruppo a dire l’ultima battuta prima di uscire da quella casa/set, parte Embryonic Journey dei Jefferson Airplane, mentre la telecamera ci fa una lenta panoramica dell’appartamento ormai vuoto, illuminato dalla luce del tramonto. Una scelta di regia che colpisce, sia per il fatto che raramente in Friends si sentono brani originali famosi, che per aver scelto una canzone così peculiare, mistica e senza testo**. Non c’era modo migliore di concludere una serie che raccontava la quotidianità, che ci piaceva perché rassicurante, se non quello di inserire un grande cambiamento. Quella scena descrive in realtà un momento che capita a tutti di provare nella propria vita ma che solo in poche occasioni si ha l’opportunità di vivere lucidamente: il momento in cui sappiamo che quella, proprio quella, sarà l’ultima volta in cui salutiamo qualcuno.

*In Bojack, c’è un arco narrativo in cui uno dei personaggi secondari di Horsin’ Around vuole fare uno spin-off con lui protagonista a anni di distanza dall’ultimo episodio. Successe quasi esattamente la stessa cosa con Joey di Friends.

**Perry dirà in seguito che mentre tutti si commossero alla fine delle riprese, lui non provò nulla, e non potè dire se fosse a causa degli oppiacei che assumeva all’epoca o del fatto che si sentisse già a quel punto “morto dentro”.

Il Natale è l’unica cosa capitalista che si fa voler bene

Pur dicendolo con molta cautela, questo Natale sembra, e dico sembra, essere un Natale di ritorno alla normalità*. Cioè, definiamo normalità: la pandemia ha abbassato di netto la soglia di ciò che prima consideravamo normale. Quindi, già un fine anno senza bollettini allarmanti di contagi, vaccini e tamponi ci va più che bene. Poi c’è la guerra, l’inflazione, il riscaldamento climatico, ma prendiamoci una pausa, ci penseremo dopo le feste.

Tornando a vivere il Natale “come si faceva una volta” ho pensato al significato, rigorosamente pagano, di questa tradizione di cui ho sempre subito il fascino. Probabilmente c’è un mix di fattori. D’altronde è un periodo che coincide con le vacanze da scuola, le ferie dal lavoro, la nostalgia di quando si era bambini, le luminarie per strada, la malinconia di un anno che giunge al termine, il freddo e il tepore di casa quando si rientra dopo una lunga giornata fuori.

Una volta mi è stato chiesto perché mi piacesse così tanto il Natale e mi è venuto di getto replicare, senza pensarci troppo, “per il consumismo”. Devo dire che mi sono vergognato un po’ di questa riposta, però ho anche pensato si potesse fare un tentativo per contestualizzarla. Partiamo dalle basi. Cos’è il Natale da un punto di vista laico? Come si collega la tradizione religiosa cristiana della natività con l’abitudine di decorare un albero risalente forse ai tempi dei Celti o dei Vichinghi, e con un pasciuto uomo vestito di rosso che entra nei camini di tutto il mondo per lasciare doni, la cui immagine così come la conosciamo oggi venne popolarizzata dalle prime pubblicità di un secolo fa? Non è una novità nella storia umana costruire credenze o tradizioni sulla base di elementi decontestualizzati presi in prestito da altre culture, soppiantate da quella dominante negli infiniti cicli che attraversano le civilità. Il Natale moderno non ne è nient’altro che l’ennesimo esempio. La storia dell’essere tutti più buoni per ottenere doni, per quanto pigra possa sembrare, è in realtà una costante in tutto il folklore proto-natalizio.

Con questa litania moraleggiante sulla bontà e sullo spirito del Natale sono stati fatti i migliori film (o episodi di serie TV) a tema Natalizio, in particolare quelli di matrice americana, visto che negli Stati Uniti, patria dell’esagerazione, anche il Natale lo si vive sempre in grande stile. Infatti non c’è trama più scontata di quella di un film natalizio: persino nel Grinch, forse il tentativo più originale di descrivere il Natale, alla fine tutti finiscono col volersi bene. Ma il fatto è che ci sta. C’è da dire che, ogni tanto, questo modo melenso e stucchevole con cui si coltiva l’illusione che le cose andranno bene solo perché è Natale – perché a Natale non succede mai niente di male, è risaputo – è confortevole. Forse è davvero un tentativo, totalmente arbitrario, di prendersi una pausa dal malassere del mondo e accettare con più sportività lo scorrere del tempo, convenzionalmente fissato al 31 di ogni dicembre, dilatandolo oltremodo con pasti luculliani e socializzazioni più o meno forzate.

Così, tornando al consumismo, accettare di vivere secondo il manuale del Natale per poterne godere dei simbolici frutti richiede come corollario l’accettazione del proprio status di consumatore. Si acquistano decorazioni, maglioni e regali, ovviamente; si ascolta la musica, si guardano i film e gli spettacoli a tema; si va a sciare o alla ricerca del migliore mercatino. È il kit essenziale per aderire alla tradizione. E per questo è un consumismo buono, un accostamento che lascia perplessi come quando lo si diceva di Papa Wojtyla, il Papa buono.

Vi ho convinti? Sono sicuro di no. Ma perché continuare a versare inchiostro virtuale quando c’è stato qualcuno che è riuscito a far capire il Natale meglio di tutti in soli 4.38 minuti?

Aggiornamento del 22 dicembre:

Non so se essere preoccupato o affascinato dal fatto che qualcun’altro si faccia i miei stessi problemi su certi argomenti.

* Poco dopo aver scritto quest’articolo mi presi il covid.

Vaporwave è un tentativo di psicanalizzare la nostra società

Si è parlato di chillwave e di synthwave, con le loro svariate declinazioni, in questo blog. Tuttavia avevo omesso un’altra nicchia della cybercultura musicale che ho riscoperto casualmente questi giorni. V A P O R W A V E, musicalmente, riprende alcuni degli stessi contenuti dei brani della chill/synthwave. Eppure ciò che colpisce maggiormente è l’estetica, a partire dalla scelta di caratteri dei titoli: lo spazio tra una lettera e l’altra, il grassetto insieme al maiusc, alle volte la presenza dei simboli di tastiera meno utilizzati o ideogrammi asiatici, seguiti da numeri, tutti elementi che sembrano randomici.

Le scelte visuali dei pezzi vaporwave, sebbene probabilmente casuali nei dettagli, sono coerenti a un canone estetico – o AESTHETICS – comune a tutti gli artisti. Tra gli elementi che compaiono nell’immagine statica dei video di YouTube in cui troviamo questi brani c’è una commistione retrofuturista che unisce elementi di cultura pop-consumista in particolare degli anni ottanta e novanta, tecnologia ormai superata (monitor CRT, CD) ed elementi posticci del mondo classico greco-romano, come busti o sculture che sembrano più di plastica che granito. Il tutto appoggiato su di uno sfondo lisergico, spesso colorato con tonalità nebbiose e innaturali di colori sgargianti, come l’arancione o il viola, che lasciano intendere l’esistenza di un mondo virtuale – una specie di metaverso ante litteram – in cui tempo e spazio si confondono. Nella musica, le “lyrics” di questi video possono essere jingle pubblicitari destrutturati, rallentati e timbricamente alterati, che sembrano eco di interferenze captate dallo spazio profondo.

La particolarità di questi video è che lo shock da nonsense è così forte che in qualche modo riesce a suscitare emozioni inaspettate e lancinanti, soggettive a seconda di chi le sperimenta. Tra l’altro, caratteristica comune a tutte le altre ramificazioni della “wave”, questo genere musicale non avrebbe lo stesso significato se ascoltato fuori da YouTube, cioè senza la componente visiva. Per quanto ossimorico possa sembrare, questo è un genere di musica che, per essere apprezzato, deve essere visto oltre che ascoltato.

La stessa denominazione, vapor, è emblematica dell’inconsistenza di questo coacervo di caratteristiche che, non essendo legate da un significato apparentemente univoco, sembrano manifestazioni oniriche, evanescenti, che danno la sensazione che ciò che si è visto o ascoltato sia stato frutto di un sogno lucido. Inoltre, lascia intendere anche il carattere allucinogeno di questi video, i cui “vapori” (anche quelli emanati dalla sbornia consumista della nostra epoca) ci lasciano inebriati. Il fatto che il consumismo rappresentato sia quello più vintage, lascia un alone di nostalgica autoassoluzione, come se i prodotti di qualche decennio fa fossero più innocenti e innocui, forse perché consumati senza il senso di colpa che attanaglia il nostro presente, dove consumismo e capitalismo fanno rima con crisi economiche, diseguaglianze e disastri ambientali.

Tuttavia il tema portante della Vaporwave rimane la nostalgia o meglio, una sua rappresentazione incredibilmente fedele rispetto a come viene generata dalla nostra mente. D’altronde, la nostalgia è la dialisi del nostro passato: tutto ciò che ricordiamo, anche periodi non necessariamente felici, assume dei connotati positivi solo perché rappresenta qualcosa che c’era e non c’è più. La stessa Tassoni “vaporizzata” nel video sopra, una bevanda che tutti conoscono ma che pochi hanno assaggiato, diventa un elemento che manca nel nostro presente solo perché esisteva in potenza, non perché fosse effettivamente importante berla; era confortevole che esistesse perché faceva parte del nostro quadro composto di certezze. La Tassoni, come il Maurizio Costanzo Show, erano cose così martellanti e onnipresenti all’epoca che la loro subdola ed improvvisa sparizione ci lascia atterriti*. Eppure il fatto che vengano riesumate e riproposte in questa chiave aiuta ad elaborare il lutto della loro dipartita tracciando una linea di continuità con il passato della nostra società, come quando si guarda le foto di noi da bambini chiedendosi: com’è possibile che una cosa così diversa rispetto alla sua forma attuale sia esistita per davvero?

La pagina di Wikipedia inerente alla Vaporwave, accenna a una sua interpretazione in chiave anticapitalista addirittura ricercando la sua origine in un passo del Capitale di Marx, cosa che sembra non tornare (o quantomeno essere fraintesa), visti i sospiri che suscita nei commenti degli utenti di YouTube. Più convincente è il riferimento al tentativo di creazione di un linguaggio universale, in cui immagini e suoni diventano messaggi facilmente decifrabili da tutti perché in fondo trasmettono emozioni che non devono essere necessariamente capite, ma solo provate. Infatti, sembra riduttivo attribuire un esclusivo fine di critica sociale ad un qualcosa che tenta, forse incosciamente, di dare sfogo a sentimenti di cui ancora fatichiamo a trovare delle definizioni; una sorta di lallazione a seguito della quale, forse un giorno, troveremo le parole che cerchiamo.

* Che poi precisiamo: non è che entrambe le cose siano proprio sparite dalla circolazione. La cedrata Tassoni è ancora in commercio, mentre il Maurizio Costanzo Show è andato in onda fino al 2022. La questione non era tanto la loro mera esistenza, ma la loro rilevanza.

Stranger Things è solo un prodotto della nostalgia?

Stranger Things è una serie bella, ma bella per davvero. Sono azzeccati i personaggi, la storia ti prende, ti intriga e ti inquieta. Tuttavia c’è stata una sensazione, quasi un rumore di fondo, che mi ha accompagnato fin dalla sua messa in onda su Netflix e paradossalmente me l’ha provocata un’altra delle cose riuscite bene di Stranger Things: l’essere ambientata negli anni ottanta. Nel vedere questo video che ne parla in relazione alla nostalgia (sicuramente quella degli autori, che hanno vissuto la loro giovinezza in quel periodo) ho trovato una conferma alle mie ipotesi.

Stranger Things ricalca alla perfezione il tipo di prodotto classico del cinema anni ottanta. Per quanto ci siano delle intuizioni decisamente originali, la semplicità manichea di raccontare la storia (di fatto l’ennesimo scontro del bene contro il male, male che è assoluto ed inconoscibile, quindi non passabile di salvezza o analisi: col demogorgone non ci puoi ragionare e coi russi-comunisti neppure) è esattamente nello stile della cultura narrativa del periodo. C’è da dire che nella quarta stagione si arriva ad una maturità diversa, visto che forse (interpretazione mia e SPOILER) Vecna diventa un’allegoria del trauma e del senso di colpa che alcuni personaggi fanno fatica ad elaborare e che, incancrenendosi, si manifesta assumendo le fattezze del mostro (personificazione della sofferenza psicologica) – e dopo questa, non si dica che in questo blog non si fa raffinata critica cinematografica.

Quindi, dicevamo, fa strano far interpretare una serie sugli anni ottanta a delle persone che sono nate due decenni dopo. La sacrosanta volontà di omaggiare quel periodo per l’estetica unica e perennemente affascinante, finisce per scontrarsi con una strana carenza di ispirazione, visto che siamo passati dai remake dei film ai remake dell’epoca in cui venivano girati. Questo lo dico perché alla fine della fiera per le vicende dei ragazzini di Hawkins essere inseguiti dai mostri nel 1983 o nel 2022 non avrebbe fatto poi così tanta differenza.

Insomma, perché la storia di Stranger Things non poteva essere ambientata ai giorni nostri? Che valore aggiunto le conferisce l’essere ambientata quarant’anni fa? Ovvio, si tratta di tutte domande retoriche la cui risposta è banalmente “perché fa figo”, che però celano quella sensazione di non riuscire a schiodarsi da un Passato che assume delle connotazioni positive solo perché passato. Il che è un ottimo modo per far crescere le persone già nostalgiche delle epoche che non hanno avuto modo di vivere.

È finito il mondo e non ce ne siamo accorti?

Ho appena finito di vedere il mini-documentario “Trainwreck: Woodstock ’99” su Netflix. Passando sopra a quell’approccio fastidioso che hanno gli americani nel girare documentari – questo bisogno di voler sovraccaricare qualcosa che li annoia per la sua intrinseca semplicità (vedi la caesar salad) -, lo consiglio davvero per i filmati di repertorio. In pratica, nei tre episodi si parla di come andò l’edizione di Woodstock a trent’anni da quel Woodstock, l’originale. E andò parecchio male.

Fu la fine di un’epoca, per certi versi. Era pur sempre la fine del millennio e com’è naturale che fosse – o che si sarebbe rivelato essere – tante cose stavano per finire. In quell’ambito lì, di Woodstock, a finire era la musica, avrebbero detto alcuni, o quell’idea di comunitarismo degli anni ’60, quando si credeva (e forse ci si riuscì, seppur per poco) che si era diventati, come individui, abbastanza saggi da autogestirsi senza il bisogno che lo imponesse l’autorità. D’altronde, Woodstock del 1999 fu anch’esso una manifestazione di anarchia ma di segno opposto. Non fu l’emancipazione dall’autorità ma la primitiva voglia di annientarla. E non essendo questa violenza sostenuta da un ideale finì con lo sfogarsi sugli stessi partecipanti, con conseguenze nefaste.

Facendo uno dei soliti voli pindarici che capita di fare da queste parti – insomma, la parte per il tutto -, questo documentario mi ha fatto riflettere su come il nostro declino – nostro, ma di chi? dell’occidente, del mondo? (il mondo è occidente?) – sia stato lento ma inevitabile. Mi viene in mente la storia della rana messa a bollire nella pentola: il fuoco era così basso che era difficile accorgersi quanto scottasse. Quello che sta succedendo da due anni a questa parte, dalla pandemia, alla Guerra, a Chiellini che ferma la palla con le mani, sembra proprio la fine dei tempi. Ecco però, non la fine del mondo, che tutti ci immaginiamo col meteorite o con la Bomba. Ma proprio la fine dei nostri tempi. La fine di ciò che siamo abituati a fare e a pensare in un certo modo.

Chissà come si sentirono le persone al tempo della fine dell’Impero romano, almeno quelle che ne erano consapevoli. Anche in quel caso, non si trattò della fine del mondo ma della fine di un mondo, quello romano. Anche perché, dopo qualche secolo di assestamento, alla fine si creò un equilibrio grosso modo rimasto inalterato fino ai giorni nostri. Dall’anno 1000 fino al 1945 non ci furono sconvolgimenti di portata simile alle invasioni barbariche e anche le due guerre mondiali, per quanto atroci, non minarono le fondamenta del nostro sistema. Per intenderci, quegli stessi Stati che si fecero la guerra, come se la facevano da sempre, rimasero tutti più o meno in piedi: per un tedesco o per un italiano, un francese, un inglese, le cose sarebbe tornate ad essere secondo una prospettiva piuttosto simile a quella di prima della guerra. La differenza è che oggi le forze ostili non sono soltanto esogene, ma anche endogene. I “barbari” non sono alle porte, sono già entrati. Woodstock ’99 è potenzialmente ovunque, come un virus latente. È la ruggine della società che corrode dall’interno le sue stessa fondamenta. E visto che stanno mancando i trattamenti adeguati per tenerla a bada – il benessere, la sicurezza, la speranza – tutta la struttura rischia di crollare. E anche volendo fare i difensori dello status quo, diventa sempre più difficile giustificare un sistema che necessita di cambiamenti che sono stati negati per troppo tempo: vuoi che siano interni, nel modo in cui funziona la democrazia, o esterni, negli equilibri di potere del sistema internazionale – confesso che non era facile fare questo salto logico, ma eccoci qua.

Chi si batterà per un mondo che è già finito?

Forse bisognerebbe rivalutare i boomer

Non era facile trasformare una definizione demografica in un insulto/meme, anche per noi estrosi millenials. Un momento di svolta per la popolarità del concetto è stato quando una parlamentare neozelandese millennial ha risposto ad un boomer scettico sul cambiamento climatico liquidandolo con, appunto, un “Ok boomer“.

I tempi cambiano in modi che non immaginiamo. Per la prima volta nella storia della demografia sono i figli che pensano che i genitori d’oggi non siano più quelli di una volta. Ovviamente non si parla di modelli genitoriali in senso lato, ma dell’astio provocato dalla mancanza di quelle stesse opportunità che erano così scontate una generazione fa, come avere una casa a prezzi sostenibili o un lavoro non precario. Intendiamoci, tutto ciò rischia (anzi, lo è già) di diventare l’ennesima polarizzazione di un dibattito che ha costante bisogno di crearsi dei nemici, veri o presunti. Quel modello economico funzionava finché ha funzionato e tante storture sono venute fuori quando era troppo tardi correggerle. D’altronde, if ain’t broken don’t fix it.

È interessante notare però come internet abbia creato un concetto contrapposto, in netto contrasto con la presunta faciloneria e il carpe diem consumistico del boomer. Nella costante evoluzione semantica della Rete è stato coniato un altro termine che, per assonanza, definisce più adeguatamente la condizione della generazione dei figli dei boomer: il doomer.

La personificazione del doomer è abbastanza eloquente. La sigaretta, il cappello scuro, la barba sfatta, le occhiaie pronunciate che fanno da contorno a uno sguardo che si perde nel vuoto. Il doomer è l’essenza stessa della rassegnazione. Pensa che ogni azione che farà nella sua vita sarà inutile e non renderà le cose migliori, in primis per se stesso. Viene schiacciato dal peso di un mondo che sembra fuori controllo – ma lo è stato mai, in controllo? – e ogni battaglia politica, sociale, ambientalista, gli sembra troppo vana da combattere. Il doomer non è un personaggio necessariamente cattivo: non odia il mondo, solo che ne è profondamente deluso. Si rinchiude in una solitudine esistenziale senza avere, o cercare di ottenere, una risposta risolutiva alle sue angosce.

Ora, dire che il doomer sia un’interpretazione universale della generazione Y e Z è un’esagerazione. Eppure qualcosa di verosimigliante esiste. Anzi, tutto considerato direi che sia un mezzo miracolo che non siamo diventati tutti dei doomer. Ma date le circostanze in cui versiamo mi sono chiesto: dovremmo forse invidiarli, i boomer?

Pensiamoci. I boomer hanno goduto di tutte le meraviglie del benessere economico. Una in particolare: la fiducia nel futuro. E per fiducia nel futuro parliamo di un futuro molto prossimo, vicino al presente. Il futuro della cicala, insomma. Ed è stata una rivoluzione: non far parte della società in qualità di ingranaggio che funziona per un bene supremo, ma un bene supremo, la società, che funziona per il benessere dell’individuo. Questo passaggio copernicano dal comunitarismo all’individualismo ha avuto come conseguenza una forte miopia nel considerare le proprie azioni come foriere di conseguenze per il prossimo – si veda la crisi ambientale. Però, chiediamoci, al loro posto che cosa avremmo fatto? Anche allora esistevano sensibilità tanto sofisticate quanto le nostre – per dirne una il discorso del presidente Carter sul malessere della società resta un esempio tremendamente attuale – ma in qualche modo si pensava che, come nei migliori film di Hollywood del tempo, l’umanità avrebbe trovato il suo eroe che avrebbe salvato la giornata.

È ovvio che da un punto di vista evolutivo questo approccio non può funzionare, non più. Il vero progresso consisterà nell’essere razionalmente ottimisti, quindi aspettandosi che le cose potrebbero andare male pur avendo fatto tutto nella maniera giusta, piuttosto che tornare ingenuamente ottimisti, aspettandosi che le cose potrebbero andare bene pur facendo tutto male.

Però diamine, quanto sarebbero stati belli i nostri anni ’80.