Vaporwave è un tentativo di psicanalizzare la nostra società

Si è parlato di chillwave e di synthwave, con le loro svariate declinazioni, in questo blog. Tuttavia avevo omesso un’altra nicchia della cybercultura musicale che ho riscoperto casualmente questi giorni. V A P O R W A V E, musicalmente, riprende alcuni degli stessi contenuti dei brani della chill/synthwave. Eppure ciò che colpisce maggiormente è l’estetica, a partire dalla scelta di caratteri dei titoli: lo spazio tra una lettera e l’altra, il grassetto insieme al maiusc, alle volte la presenza dei simboli di tastiera meno utilizzati o ideogrammi asiatici, seguiti da numeri, tutti elementi che sembrano randomici.

Le scelte visuali dei pezzi vaporwave, sebbene probabilmente casuali nei dettagli, sono coerenti a un canone estetico – o AESTHETICS – comune a tutti gli artisti. Tra gli elementi che compaiono nell’immagine statica dei video di YouTube in cui troviamo questi brani c’è una commistione retrofuturista che unisce elementi di cultura pop-consumista in particolare degli anni ottanta e novanta, tecnologia ormai superata (monitor CRT, CD) ed elementi posticci del mondo classico greco-romano, come busti o sculture che sembrano più di plastica che granito. Il tutto appoggiato su di uno sfondo lisergico, spesso colorato con tonalità nebbiose e innaturali di colori sgargianti, come l’arancione o il viola, che lasciano intendere l’esistenza di un mondo virtuale – una specie di metaverso ante litteram – in cui tempo e spazio si confondono. Nella musica, le “lyrics” di questi video possono essere jingle pubblicitari destrutturati, rallentati e timbricamente alterati, che sembrano eco di interferenze captate dallo spazio profondo.

La particolarità di questi video è che lo shock da nonsense è così forte che in qualche modo riesce a suscitare emozioni inaspettate e lancinanti, soggettive a seconda di chi le sperimenta. Tra l’altro, caratteristica comune a tutte le altre ramificazioni della “wave”, questo genere musicale non avrebbe lo stesso significato se ascoltato fuori da YouTube, cioè senza la componente visiva. Per quanto ossimorico possa sembrare, questo è un genere di musica che, per essere apprezzato, deve essere visto oltre che ascoltato.

La stessa denominazione, vapor, è emblematica dell’inconsistenza di questo coacervo di caratteristiche che, non essendo legate da un significato apparentemente univoco, sembrano manifestazioni oniriche, evanescenti, che danno la sensazione che ciò che si è visto o ascoltato sia stato frutto di un sogno lucido. Inoltre, lascia intendere anche il carattere allucinogeno di questi video, i cui “vapori” (anche quelli emanati dalla sbornia consumista della nostra epoca) ci lasciano inebriati. Il fatto che il consumismo rappresentato sia quello più vintage, lascia un alone di nostalgica autoassoluzione, come se i prodotti di qualche decennio fa fossero più innocenti e innocui, forse perché consumati senza il senso di colpa che attanaglia il nostro presente, dove consumismo e capitalismo fanno rima con crisi economiche, diseguaglianze e disastri ambientali.

Tuttavia il tema portante della Vaporwave rimane la nostalgia o meglio, una sua rappresentazione incredibilmente fedele rispetto a come viene generata dalla nostra mente. D’altronde, la nostalgia è la dialisi del nostro passato: tutto ciò che ricordiamo, anche periodi non necessariamente felici, assume dei connotati positivi solo perché rappresenta qualcosa che c’era e non c’è più. La stessa Tassoni “vaporizzata” nel video sopra, una bevanda che tutti conoscono ma che pochi hanno assaggiato, diventa un elemento che manca nel nostro presente solo perché esisteva in potenza, non perché fosse effettivamente importante berla; era confortevole che esistesse perché faceva parte del nostro quadro composto di certezze. La Tassoni, come il Maurizio Costanzo Show, erano cose così martellanti e onnipresenti all’epoca che la loro subdola ed improvvisa sparizione ci lascia atterriti*. Eppure il fatto che vengano riesumate e riproposte in questa chiave aiuta ad elaborare il lutto della loro dipartita tracciando una linea di continuità con il passato della nostra società, come quando si guarda le foto di noi da bambini chiedendosi: com’è possibile che una cosa così diversa rispetto alla sua forma attuale sia esistita per davvero?

La pagina di Wikipedia inerente alla Vaporwave, accenna a una sua interpretazione in chiave anticapitalista addirittura ricercando la sua origine in un passo del Capitale di Marx, cosa che sembra non tornare (o quantomeno essere fraintesa), visti i sospiri che suscita nei commenti degli utenti di YouTube. Più convincente è il riferimento al tentativo di creazione di un linguaggio universale, in cui immagini e suoni diventano messaggi facilmente decifrabili da tutti perché in fondo trasmettono emozioni che non devono essere necessariamente capite, ma solo provate. Infatti, sembra riduttivo attribuire un esclusivo fine di critica sociale ad un qualcosa che tenta, forse incosciamente, di dare sfogo a sentimenti di cui ancora fatichiamo a trovare delle definizioni; una sorta di lallazione a seguito della quale, forse un giorno, troveremo le parole che cerchiamo.

* Che poi precisiamo: non è che entrambe le cose siano proprio sparite dalla circolazione. La cedrata Tassoni è ancora in commercio, mentre il Maurizio Costanzo Show è andato in onda fino al 2022. La questione non era tanto la loro mera esistenza, ma la loro rilevanza.

Mi ero scordato che tra poco si vota

Di questa campagna elettorale ho apprezzato il fatto che, essendosi svolta principalmente d’estate e nel mezzo di mille altri casini, se ne sia parlato relativamente poco. La cosa che mi avvilisce è che pur nelle poche cose rilevanti affrontate, si è finiti per scadere comunque nelle solite frasi fatte di cui parlavo amaramente tre anni fa. Infatti, per quanto autoreferenziale possa essere (e lo è) mi sento di quotare l’intero discorso di questo mio vecchio post. Tuttavia, contrariamente a quanto dice l’adagio a proposito di barili e di fondi, ci sono state alcune esternazioni (e qua la par condicio viene facile, perché ogni schieramento ne ha fornito le sue giuste dosi) che ho trovato ancor più discutibili e su cui vale la pena riflettere.

L’agenda Draghi” del Terzo polo. È raro che in campagna elettorale un candidato non si intesti i meriti del suo operato precedente o dica di fidarsi, che tanto ci penserà lui a far le cose per bene. E invece il Terzo polo, che vede in Carlo Calenda il suo principale volto, ci ha dato una bella lezione di umiltà. La sua campagna elettorale è stata basata sulla figura di una persona che non candida (e essa stessa non ha intenzione di farlo) seguendo al tempo stesso una sua presunta agenda che, per la quasi totalità, si è basata su eventi contingenti e forse irripetibili (il piano di vaccinazione e la scrittura del PNRR). Poche cose come questa riflettono il declino dell’offerta politica nel nostro paese, dove gli stessi leader che si candidano (seppur in possesso di un discreto ego) ammettono implicitamente di non aver abbastanza spessore per fare le cose che propongono di fare, ricorrendo alla solita speranza del deus ex machina.

Votate noi perché non siamo fascisti” del PD. Se è vero che i programmi elettorali, contrariamente alle aspettative, sono l’ultima cosa che si legge in periodo di elezioni, almeno la parvenza di un’idea di cosa si promette al Paese di solito uno la riesce ad avere. Ecco, il PD a questo giro non ci è riuscito, a meno di essere in possesso di un orecchio finissimo. Le principali argomentazioni del leader Enrico Letta hanno riguardato i pericoli che rappresenta votare per il centrodestra, in particolare Fratelli d’Italia, per la decennale tanto paventata deriva autoritaria. E così sono sorti due problemi: 1) Di deriva autoritaria si parla dal tempo dei governi Berlusconi e, a forza di gridare al lupo al lupo ogni qualvolta la destra di qualsiasi sfumatura rischiava di vincere le elezioni, adesso non ci crede più nessuno, proprio la volta che forse il pericolo c’è davvero. 2) Se (e quest’anno ne ricorre pure il macabro centenario) qualcuno dal nulla marciasse su Roma allora a pochi rimarrebbe il dubbio che, insomma, lo spettro dell’autoritarismo è tornato. Il problema della democrazia è che, finché non si governa, non si sa quanto la persona che hai votato diventi effettivamente pericolosa per le istituzioni (cosa che, se il sistema tiene, viene comunque arginata dai pesi e contrappesi costituzionali). Quindi non si possono cambiare le regole del gioco, la democrazia, solo perché il risultato non ci sta bene. Insomma, se il centrodestra vince è perché ha avuto più voti e quindi il marcire della democrazia non è colpa di Giorgia Meloni: è Giorgia Meloni a esserne una conseguenza.

“Giorgia Meloni potrebbe diventare la prima donna capo di governo in Italia” del centrodestra. Questo è forse uno dei più grandi cortocircuiti che riguarda politica e avanzamento dei diritti civili. Dobbiamo gioire che una donna diventi Presidente, di qualsiasi ideologia sia portatrice, o dobbiamo essere esigenti, cioè che deve essere una donna “giusta”? Indubbiamente, a Meloni va riconosciuto il merito di essere arrivata all’apice della sua carriera politica in un partito dove le questioni di genere non è che siano esattamente all’ordine del giorno. Quindi il problema è più “nostro” – nostro di chi aderisce ad un certo set valoriale sui temi dell’inclusione – che suo. Ma questo inatteso effetto collaterale di Meloni premier-donna potrebbe coincidere con una maggiore diluizione delle sue istanze più estremiste? Per intenderci, se Meloni vuole continuare a guadagnare consensi, cosa che sta facendo, l’ideale sarebbe diventare più moderata, altra cosa che sta cercando di fare, così da attrarre più persone che non siano solo nostalgiche del duce. Altrimenti, non trovo altri lati positivi da tutta questa faccenda.

“Il recupero dei consensi” del Movimento 5 Stelle. “L’effetto Conte” sembra essere stata una mossa che nel medio periodo ha pagato, visto che il M5S, in netta crisi di consensi ha riguadagnato terreno. Eppure nella figura dell’ex premier c’è un’anomalia così palese che mi sono sempre sorpreso di doverla spiegare agli altri, anche non elettori del Movimento. È che il Conte personaggio piace, alla fine. E in effetti aveva, sotto pandemia, sorprendenti indici di gradimento. E tuttora qualcuno ne subisce lo charme. Forse perché, nei modi, l’uomo ha un che di rassicurante e conciliatorio. E forse perché, visto l’impatto emotivo della pandemia, il vederlo quotidianamente in TV in quei tempi cupi ha risvegliato in noi una sorta di affetto familiare, come quello che si prova nei confronti di un caro zio che si ha sempre piacere di vedere, al quale ci siamo attaccati perché in fondo all’epoca eravamo spaventati. In realtà Conte rappresenta proprio, in una mia rivisitazione di Goya, quel sonno della politica che genera mostri; magari non mostro, ma di sicuro dormiente. Una figura di compromesso che aveva il ruolo di spaventapasseri ai tempi del duo Salvini-Di Maio frutto del voto del 2018, passacarte di ogni misura scriteriata dell’epoca, capo di un governo tra i più maldestri della storia italiana e che, per caso, si trovò a governare un paese in una delle fasi più drammatiche della storia dell’umanità a suon di DPCM ricolmi di bizantinismi che rimandavano di mese in mese le decisioni urgenti che dovevano esser prese.

Adattarsi all’inevitabile

Deep adaptation è il nome di un paper alquanto scomodo, che ha avuto una limitata diffusione e condivisione da parte di chi pensa che il cambiamento climatico sia una cosa seria, molto seria. Seria al punto da farsi venire lo scrupolo di chiedersi: ma ci stiamo preoccupando abbastanza?

Jem Bendell, l’autore del paper, vuole dimostrare che l’approccio adottato finora dalla comunità scientifica e dai gruppi di interesse ambientalistici per la divulgazione delle conseguenze del cambiamento climatico sia sostanzialmente sbagliato. Per farla breve, la situazione è ormai talmente compromessa che dovremmo iniziare a fare i conti non tanto con l’idea che la temperatura globale continuerà a salire, ma col collasso stesso della società. L’approccio mainstream, sostiene l’autore, dà una versione edulcorata della situazione per non generare una sensazione di sconforto, che spazzerebbe via la speranza di poter effettivamente rendere reversibile gli effetti dell’attività umana sul clima. Il che è stucchevolmente paternalistico, sottolinea Bendell, visto che in molti – i molti sono quelli che hanno una coscienza del fenomeno, chi non se ne cura rimane ignaro comunque – sono già coscienti della gravità della situazione e non è detto che un linguaggio più franco non sia foriero di una maggiore disponibilità al sacrificio. Questa impostazione del dialogo tra esperti e pubblico è frutto di uno stato di perenne negazione, tipica di ogni civiltà che ha il suo “blind spot” da cui non riesce a percepire la sua stessa fine.

La stessa terminologia green più in voga sembra voler mancare di proposito il nocciolo della questione. Si pone l’accento sui concetti di “sostenibilità” o di “neutralità carbonica”, che lasciano intendere una volontà di mantenimento dello status quo: soluzioni parziali, che pretendono di sterilizzare le conseguenze di comportamenti intrinsecamente sbagliati lasciandoli inalterati. È la stessa natura della vita moderna (occidentale, soprattutto) ad essere dannosa per l’ambiente e non importa quanti alberi si piantino per voler compensare la nostra insostenibilità. Infatti, per forza o per amore, toccherà passare per delle fasi, dice Bendell: di “relinquishment”, cioè lasciare andare per sempre alcune abitudini che diamo per scontate come uomini-economici; di “restoration”, in cui si dovranno riprendere gli usi che sono stati cancellati dalla società a trazione-fossile, sia dal lato consumista che sociale; e di “reconciliation”, ossia il vivere con la consapevolezza che tutti gli sforzi che faremo potrebbero anche non essere sufficienti. Insomma, c’è ancora tutto da fare e tutto quello che si è già fatto rischia di aver mancato l’obiettivo.

Anche armati di buona volontà e visioni lungimiranti, tocca ammettere però che non è facile far coesistere un’agenda ambientale così radicale con quella politica, democratica e liberale. Lo stile di vita che abbiamo acquisito, e quello che stanno acquisendo posti nel mondo che il benessere lo vedono da solo poche decine di anni, è un privilegio che viene difeso con le unghie e con i denti perché purtroppo la modernità non ci ha portato in dote la capacità di empatizzare col nostro futuro. Tra le cose che possiamo cambiare fin da subito invece, qualche sforzo in più sul come parlarci non sarebbe vano. Per esempio sarebbe ora che la coscienza del disastro, da sempre temuta perché si ritiene conduca all’anarchia, diventi un esercizio di saggezza collettiva. Invece di vivere in uno stato di negazione – di cui la crisi ambientale è solo una (grande) testimonianza tra le altre, si veda la Guerra – si potrebbe semplicemente accettare di migliorare come homo sapiens, visto che l’evoluzione della specie è un processo che ci dimentichiamo troppo spesso essere ancora in itinere. D’altronde, arrivati a quasi 300mila anni di età, siamo diventati abbastanza grandi da aver acquisito il diritto di sapere le cose come stanno anche quando sono disperate.

Stranger Things è solo un prodotto della nostalgia?

Stranger Things è una serie bella, ma bella per davvero. Sono azzeccati i personaggi, la storia ti prende, ti intriga e ti inquieta. Tuttavia c’è stata una sensazione, quasi un rumore di fondo, che mi ha accompagnato fin dalla sua messa in onda su Netflix e paradossalmente me l’ha provocata un’altra delle cose riuscite bene di Stranger Things: l’essere ambientata negli anni ottanta. Nel vedere questo video che ne parla in relazione alla nostalgia (sicuramente quella degli autori, che hanno vissuto la loro giovinezza in quel periodo) ho trovato una conferma alle mie ipotesi.

Stranger Things ricalca alla perfezione il tipo di prodotto classico del cinema anni ottanta. Per quanto ci siano delle intuizioni decisamente originali, la semplicità manichea di raccontare la storia (di fatto l’ennesimo scontro del bene contro il male, male che è assoluto ed inconoscibile, quindi non passabile di salvezza o analisi: col demogorgone non ci puoi ragionare e coi russi-comunisti neppure) è esattamente nello stile della cultura narrativa del periodo. C’è da dire che nella quarta stagione si arriva ad una maturità diversa, visto che forse (interpretazione mia e SPOILER) Vecna diventa un’allegoria del trauma e del senso di colpa che alcuni personaggi fanno fatica ad elaborare e che, incancrenendosi, si manifesta assumendo le fattezze del mostro (personificazione della sofferenza psicologica) – e dopo questa, non si dica che in questo blog non si fa raffinata critica cinematografica.

Quindi, dicevamo, fa strano far interpretare una serie sugli anni ottanta a delle persone che sono nate due decenni dopo. La sacrosanta volontà di omaggiare quel periodo per l’estetica unica e perennemente affascinante, finisce per scontrarsi con una strana carenza di ispirazione, visto che siamo passati dai remake dei film ai remake dell’epoca in cui venivano girati. Questo lo dico perché alla fine della fiera per le vicende dei ragazzini di Hawkins essere inseguiti dai mostri nel 1983 o nel 2022 non avrebbe fatto poi così tanta differenza.

Insomma, perché la storia di Stranger Things non poteva essere ambientata ai giorni nostri? Che valore aggiunto le conferisce l’essere ambientata quarant’anni fa? Ovvio, si tratta di tutte domande retoriche la cui risposta è banalmente “perché fa figo”, che però celano quella sensazione di non riuscire a schiodarsi da un Passato che assume delle connotazioni positive solo perché passato. Il che è un ottimo modo per far crescere le persone già nostalgiche delle epoche che non hanno avuto modo di vivere.

È finito il mondo e non ce ne siamo accorti?

Ho appena finito di vedere il mini-documentario “Trainwreck: Woodstock ’99” su Netflix. Passando sopra a quell’approccio fastidioso che hanno gli americani nel girare documentari – questo bisogno di voler sovraccaricare qualcosa che li annoia per la sua intrinseca semplicità (vedi la caesar salad) -, lo consiglio davvero per i filmati di repertorio. In pratica, nei tre episodi si parla di come andò l’edizione di Woodstock a trent’anni da quel Woodstock, l’originale. E andò parecchio male.

Fu la fine di un’epoca, per certi versi. Era pur sempre la fine del millennio e com’è naturale che fosse – o che si sarebbe rivelato essere – tante cose stavano per finire. In quell’ambito lì, di Woodstock, a finire era la musica, avrebbero detto alcuni, o quell’idea di comunitarismo degli anni ’60, quando si credeva (e forse ci si riuscì, seppur per poco) che si era diventati, come individui, abbastanza saggi da autogestirsi senza il bisogno che lo imponesse l’autorità. D’altronde, Woodstock del 1999 fu anch’esso una manifestazione di anarchia ma di segno opposto. Non fu l’emancipazione dall’autorità ma la primitiva voglia di annientarla. E non essendo questa violenza sostenuta da un ideale finì con lo sfogarsi sugli stessi partecipanti, con conseguenze nefaste.

Facendo uno dei soliti voli pindarici che capita di fare da queste parti – insomma, la parte per il tutto -, questo documentario mi ha fatto riflettere su come il nostro declino – nostro, ma di chi? dell’occidente, del mondo? (il mondo è occidente?) – sia stato lento ma inevitabile. Mi viene in mente la storia della rana messa a bollire nella pentola: il fuoco era così basso che era difficile accorgersi quanto scottasse. Quello che sta succedendo da due anni a questa parte, dalla pandemia, alla Guerra, a Chiellini che ferma la palla con le mani, sembra proprio la fine dei tempi. Ecco però, non la fine del mondo, che tutti ci immaginiamo col meteorite o con la Bomba. Ma proprio la fine dei nostri tempi. La fine di ciò che siamo abituati a fare e a pensare in un certo modo.

Chissà come si sentirono le persone al tempo della fine dell’Impero romano, almeno quelle che ne erano consapevoli. Anche in quel caso, non si trattò della fine del mondo ma della fine di un mondo, quello romano. Anche perché, dopo qualche secolo di assestamento, alla fine si creò un equilibrio grosso modo rimasto inalterato fino ai giorni nostri. Dall’anno 1000 fino al 1945 non ci furono sconvolgimenti di portata simile alle invasioni barbariche e anche le due guerre mondiali, per quanto atroci, non minarono le fondamenta del nostro sistema. Per intenderci, quegli stessi Stati che si fecero la guerra, come se la facevano da sempre, rimasero tutti più o meno in piedi: per un tedesco o per un italiano, un francese, un inglese, le cose sarebbe tornate ad essere secondo una prospettiva piuttosto simile a quella di prima della guerra. La differenza è che oggi le forze ostili non sono soltanto esogene, ma anche endogene. I “barbari” non sono alle porte, sono già entrati. Woodstock ’99 è potenzialmente ovunque, come un virus latente. È la ruggine della società che corrode dall’interno le sue stessa fondamenta. E visto che stanno mancando i trattamenti adeguati per tenerla a bada – il benessere, la sicurezza, la speranza – tutta la struttura rischia di crollare. E anche volendo fare i difensori dello status quo, diventa sempre più difficile giustificare un sistema che necessita di cambiamenti che sono stati negati per troppo tempo: vuoi che siano interni, nel modo in cui funziona la democrazia, o esterni, negli equilibri di potere del sistema internazionale – confesso che non era facile fare questo salto logico, ma eccoci qua.

Chi si batterà per un mondo che è già finito?

Vademecum sul fare la guerra

Da quando è iniziata la Guerra parlarne è diventato una sorta di esercizio terapeutico in cui, in un simbolico lettino da psicoanalista, si cerca di capire come possa essere successa una cosa che era stata bandita dalla nostra agenda sociale. Essendo disabituati all’idea stessa di guerra, il modo in cui si affronta quotidianamente l’argomento in ogni mezzo di informazione non è basato sulla lucida analisi dei fatti (nei limiti dell’oggettività possibile) ma sull’onda di un’emotività che, seppur comprensibile i primi giorni, è diventata ormai perenne. Così il dibattito, e viste le circostanze diventa difficile definirlo tale, non riesce a progredire di una virgola. L’esistenza stessa della Guerra (beninteso, di quella troppo vicina a noi) ci ha offesi a tal punto che non riusciamo a superare la fase della negazione.

Infatti l’opinione pubblica (rimaniamo su quella italiana, per una banale questione di prossimità) ha prodotto una serie di mantra che, per definizione, vengono ripetuti costantemente e quotidianamente in ogni mezzo di informazione. Il fenomeno è interessante ed ha molte analogie con il come si è parlato di Covid, all’epoca: le stesse parole, a seconda dell’intonazione con cui vengono dette o cambiando la posizione dei lemmi, creano opinioni divergenti in base a chi le proferisce. E sono opinioni scolpite nella roccia, che guai a cambiarle col mutare delle circostanze. Ma facciamo un elenco, sennò non si capisce.

Non bisogna far arrabbiare Putin” (a volte sottinteso “Sennò usa l’atomica“). La Russia ha iniziato la guerra. La Russia ha l’atomica. Ergo, meglio non disturbarla mentre fa la guerra perché sennò si arrabbia di più e fa cose di cui potremmo pentirci tutti. Un po’ come il bullo che ti ruba la merenda: è proprio il caso di reagire quando lui, seppur nel torto, potrebbe farci qualcosa di peggio, tipo picchiarci? Nel glossario della guerra fredda esisteva un concetto il cui acronimo era MAD (Mutual Assured Destruction). In breve, se io uso l’atomica va a finire che la usi anche tu. Quindi nessuno vince quando siamo entrambi ridotti a un cumulo di macerie radioattive. Era l’equilibrio del terrore, ed ha funzionato piuttosto bene finora. Le cose cambiano quando si rovescia il concetto: visto che io ho l’atomica e non ho paura di usarla tu non devi interferire in quello che faccio, sennò la uso. Il problema è che così dall’equilibrio si passa al ricatto. Questo cambio di paradigma porta al gioco del pollo: se si ricorda alla Russia che, alla fine, non è l’unica ad avere le armi atomiche allora si corre il rischio di usarle davvero, mentre se si fa finta di non averle allora si legittima la prepotenza di minacciarne l’uso a seconda dei propri capricci.

Non si parla più di negoziare” (o con la variante “La diplomazia ha fallito“). Prima di iniziare una guerra si avanzano delle richieste. Tuttavia a volte queste richieste sono così manifestatamente irrealizzabili che diventano un mero pretesto. Ad ogni modo, le richieste che vengono avanzate schierando l’esercito al confine di un Paese prendono la forma di un ultimatum. Intendiamoci, erano passati otto anni dalla silenziosa guerra di Crimea e Donbass e, eccetto qualche blanda condanna e sanzione, si era fatta la figura degli struzzi. In quel caso certo, la diplomazia poteva fare di più. Diverso è il contesto attuale. Quali sono gli obiettivi della Russia? Quanto l’Ucraina è disposta a perdere per ottenere la pace? Quando l’esercito russo era a Kiev negoziare per gli ucraini significava perdere tutto il Paese. Ora che i russi sono impegnati a consolidare il Donbass, negoziare significa perdere solo quella parte di paese, di fatto già “persa” dal 2014. Insomma, il negoziare non è questione di stringersi la mano e amici come prima. Qualcuno deve rinunciare a qualcosa in un determinato momento, di solito quello più conveniente a una delle parti. E nelle fasi più acute di un conflitto, quando è ancora difficile perdonare le morti e la distruzione, di solito non si negozia, ma ci si vendica.

È anche colpa della Nato” (oppure a mo’ di incipit di quiz logico-deduttivo “Se la Nato non si fosse allargata verso est allora …“). Uno dei pensieri che ha raccolto più successo in questa storia è stato quello che, in fondo in fondo, la Nato se l’è cercata. Cosa notevole, se si pensa che fino a poco fa i membri stessi dell’alleanza non ne capivano più il senso. Ora, sarebbe poco onesto cadere nell’estremo opposto. La storia dell’allargamento della Nato verso est è un fatto. Che però questo sia avvenuto per mettere in difficoltà la Russia (fino a minacciarla territorialmente) è un’opinione. Non è facile tracciare una linea di continuità quando si parla di politica internazionale. Nel modo in cui se ne parla, quando si dice “Nato” s’intende in realtà “Stati Uniti”. Però “Stati Uniti” significa, in parte, “governo degli Stati Uniti” il quale resta in carica quattro anni e, cambiando, cambia alcuni dei suoi obiettivi. Ad esempio quando l’Urss stava per disgregarsi questo non faceva piacere all’allora Presidente Bush senior che preferiva avere un interlocutore unico e intero piuttosto che decine sparsi per l’Europa orientale e l’Asia centrale, ognuno con le sue rivendicazioni. Ma poi dopo di lui venne il Presidente Clinton, che invece considerava l’ingresso di questi nuovi paesi nella Nato un modo di consolidare queste nascenti democrazie dell’Est Europa (e perché no, esercitarci anche un’influenza). Questi paesi inoltre, militarmente deboli e politicamente instabili, si sono rivelati di fatto solo un onere per gli Usa che, se necessario, dovrebbero intervenire con uomini e mezzi propri per rendere credibili gli impegni militari che hanno con quasi tutto il mondo.

Intendiamoci, questi pensieri non sono completamente assurdi di per sé. Tradotti dallo sloganese, potrebbero diventare rispettivamente: non umiliare il nemico, risolvi i problemi prima che diventino ingestibili, capisci il senso delle tue alleanze. Anche se possono sembrare consigli che darebbe Sun Tzu, effettivamente certe dinamiche della guerra sono rimaste inalterate fin dalle sue origini. Del resto: la guerra, la guerra non cambia mai. Solo che, come solito, ripetere a pappagallo opinioni che si mischiano a fatti che vengono raccontati parzialmente e fuori contesto fa perdere la bussola del dibattito, ammesso che esista proprio una bussola. Ma quello che colpisce è che si viva in uno stato di negazione della guerra come concetto. D’altronde è evidente che tutti vorremmo un mondo senza guerra. Ma il mondo non si conforma necessariamente a questa volontà e purtroppo, in attesa di una definitiva illuminazione del genere umano, bisogna accettarne l’eventualità. Ritrovare il senso di parlarne oggi, senza la paura di essere additati come guerrafondai o pacefondai, è essenziale per creare i presupposti della pace di domani.

Forse bisognerebbe rivalutare i boomer

Non era facile trasformare una definizione demografica in un insulto/meme, anche per noi estrosi millenials. Un momento di svolta per la popolarità del concetto è stato quando una parlamentare neozelandese millennial ha risposto ad un boomer scettico sul cambiamento climatico liquidandolo con, appunto, un “Ok boomer“.

I tempi cambiano in modi che non immaginiamo. Per la prima volta nella storia della demografia sono i figli che pensano che i genitori d’oggi non siano più quelli di una volta. Ovviamente non si parla di modelli genitoriali in senso lato, ma dell’astio provocato dalla mancanza di quelle stesse opportunità che erano così scontate una generazione fa, come avere una casa a prezzi sostenibili o un lavoro non precario. Intendiamoci, tutto ciò rischia (anzi, lo è già) di diventare l’ennesima polarizzazione di un dibattito che ha costante bisogno di crearsi dei nemici, veri o presunti. Quel modello economico funzionava finché ha funzionato e tante storture sono venute fuori quando era troppo tardi correggerle. D’altronde, if ain’t broken don’t fix it.

È interessante notare però come internet abbia creato un concetto contrapposto, in netto contrasto con la presunta faciloneria e il carpe diem consumistico del boomer. Nella costante evoluzione semantica della Rete è stato coniato un altro termine che, per assonanza, definisce più adeguatamente la condizione della generazione dei figli dei boomer: il doomer.

La personificazione del doomer è abbastanza eloquente. La sigaretta, il cappello scuro, la barba sfatta, le occhiaie pronunciate che fanno da contorno a uno sguardo che si perde nel vuoto. Il doomer è l’essenza stessa della rassegnazione. Pensa che ogni azione che farà nella sua vita sarà inutile e non renderà le cose migliori, in primis per se stesso. Viene schiacciato dal peso di un mondo che sembra fuori controllo – ma lo è stato mai, in controllo? – e ogni battaglia politica, sociale, ambientalista, gli sembra troppo vana da combattere. Il doomer non è un personaggio necessariamente cattivo: non odia il mondo, solo che ne è profondamente deluso. Si rinchiude in una solitudine esistenziale senza avere, o cercare di ottenere, una risposta risolutiva alle sue angosce.

Ora, dire che il doomer sia un’interpretazione universale della generazione Y e Z è un’esagerazione. Eppure qualcosa di verosimigliante esiste. Anzi, tutto considerato direi che sia un mezzo miracolo che non siamo diventati tutti dei doomer. Ma date le circostanze in cui versiamo mi sono chiesto: dovremmo forse invidiarli, i boomer?

Pensiamoci. I boomer hanno goduto di tutte le meraviglie del benessere economico. Una in particolare: la fiducia nel futuro. E per fiducia nel futuro parliamo di un futuro molto prossimo, vicino al presente. Il futuro della cicala, insomma. Ed è stata una rivoluzione: non far parte della società in qualità di ingranaggio che funziona per un bene supremo, ma un bene supremo, la società, che funziona per il benessere dell’individuo. Questo passaggio copernicano dal comunitarismo all’individualismo ha avuto come conseguenza una forte miopia nel considerare le proprie azioni come foriere di conseguenze per il prossimo – si veda la crisi ambientale. Però, chiediamoci, al loro posto che cosa avremmo fatto? Anche allora esistevano sensibilità tanto sofisticate quanto le nostre – per dirne una il discorso del presidente Carter sul malessere della società resta un esempio tremendamente attuale – ma in qualche modo si pensava che, come nei migliori film di Hollywood del tempo, l’umanità avrebbe trovato il suo eroe che avrebbe salvato la giornata.

È ovvio che da un punto di vista evolutivo questo approccio non può funzionare, non più. Il vero progresso consisterà nell’essere razionalmente ottimisti, quindi aspettandosi che le cose potrebbero andare male pur avendo fatto tutto nella maniera giusta, piuttosto che tornare ingenuamente ottimisti, aspettandosi che le cose potrebbero andare bene pur facendo tutto male.

Però diamine, quanto sarebbero stati belli i nostri anni ’80.

Quale sarà l’evoluzione della parità di genere?

Tempo fa venne fuori un articolo a proposito di una situazione bizzarra accaduta nella redazione del Washington Post. Non era bizzarra tanto per l’argomento quanto per l’evoluzione, piuttosto grottesca, della vicenda. In breve, un redattore del giornale ha ritwittato una battuta sessista. Una sua collega, risentita, lo segnala ai superiori. Il redattore si scusa pubblicamente, ma la situazione non si risolve e la polemica continua, sia dentro che fuori la redazione. Per riflettere meglio su questa cosa mi viene in mente il metodo che usa Quentin Tarantino nei suoi film: viene dedicata una parte della storia a ognuno dei protagonisti, che la racconta dal suo punto di vista.

Dave Weigel, il redattore. Se ne esce con una battuta, ancor prima che sessista, davvero triste e da boomer. Della serie: «Ogni ragazza è bi. Devi solo capire se -polare o -sessuale». Il suo gesto rientra nell’insieme più ampio della problematica che affligge il genere umano dall’avvento dei social network in poi: dimenticarsi che la platea a cui ci si rivolge quando si scrive è potenzialmente infinita. Per la legge dei grandi numeri, qualunque cosa tu scriverai online urterà la sensibilità di qualcuno, perché le sensibilità delle persone sono variegate e molteplici. Per dire, la stessa battuta ad un tavolo di soli uomini ad un bar avrebbe avuto scarsa probabilità di urtare la sensibilità di qualcuno. Su internet è diverso. Ma allora, viene da porsi una prima domanda: quindi la differenza tra l’essere sessisti e l’essere inopportuni dipende solo dal contesto? Passiamo alla sostanza della battuta, invece. Ovvio, è un’esternazione sessista. Ma sessista quanto? Come in tutto esiste uno spettro di gravità delle cose. Qua si gioca sullo stereotipo della donna umorale. Ma casi ben più urticanti e inopportuni non mancano. Si pone però un problema: qual è la soglia di tolleranza? Bisogna chiudere un occhio perché una battuta così, alla fine, non mette a repentaglio le conquiste delle battaglie di genere? Oppure lo fa, così come, per analogia, un ladro di galline e un ladro di banche sono pur sempre due ladri allo stesso modo?

Felicia Sonmez, la redattrice. In una redazione importante come quella del WP, certe tematiche vengono affrontate con la stessa intensità con cui le si affronta sul giornale. D’altronde, le battaglie di civilità non possono terminare quando si timbra il cartellino. Tuttavia si apre un’altra questione: dopo aver sollecitato la dirigenza, Sonmez decide di rendere pubblica la diatriba pubblicando il suo j’accuse su Twitter. In questo caso, la visibilità aiuta o ostacola la risoluzione della controversia e, soprattutto, è finalizzata ad un bene superiore? Per fare un esempio virtuoso, quando divenne di tendenza il #metoo le donne che resero pubbliche le loro esperienze personali di disagi vissuti con gli uomini provocarono un doppio effetto: far sentire meno sole le altre donne vittime di molestia, sensibilizzare gli uomini facendogli capire che alcuni loro comportamenti erano inopportuni, se non pericolosi. Un win-win. Ma in questo caso? Dove sta il confine tra “insabbiare” la faccenda (perché tuteliamo il giornale) e cercare di risolvere la questione senza la pressione dell’opinione pubblica (perché tuteliamo i dipendenti)? Ad ogni modo, inutile dire che l’effetto è stato scontato: Weigel si è beccato un po’ di insulti da parte di centinaia, forse migliaia di sconosciuti. E anche volendone fare una questione di giustizia, il luogo era comunque inadatto: la rete non è un tribunale, anche se emette sempre una sentenza.

Jose A. Del Real, redattore gay e messicano. In un tentativo di conciliazione entra in gioco un altro personaggio. Del Real cerca, pur non giustificando il collega, di gettare acqua sul fuoco sostenendo che la questione sia sfuggita di mano. Ed è lui stesso a sottolineare che, appartenendo a una doppia minoranza, sa di cosa sta parlando. Questo intervento è interessante: da un lato è comprensibile la necessità di una figura super partes per dirimere la questione (sono uomo, ma sono gay e messicano, quindi lotto contro la discriminazione come fanno le donne = sono sensibile a entrambe le categorie) dall’altro è emblematico del solco che si è creato tra i due schieramenti. Infatti, sarebbe stato difficile per un altro attore, uomo o donna, intervenire da paciere senza essere accusato di sabotare l’una o l’altra fazione. Che poi fino a che punto si poteva spingere questa volontà punitiva? Weigel si è scusato, è stato sospeso, gli è stata tolta la paga. Per arrivare al punto di sollecitare l’intervento spontaneo dei suoi colleghi in sua difesa, pur essendo considerato nel torto, si sono forse pretese misure sproporzionate?

Il finale, alla Sergio Leone. È davvero difficile in storie come queste trarre una morale che non corra il rischio di essere troppo ideologizzata, e che quindi non sarebbe più una morale. Il problema di queste storie è che, ognuno puntando la pistola alla testa dell’altro, ogni presa di posizione rischia o di sminuire (suvvia ragazzi, tutto ‘sto casino per cosa?) o di sopravvalutare (oh ma il patriarcato si nasconde nei dettagli) una tematica che di per sé è fondamentale per il presente-futuro della nostra società. Certo, c’è da fare la tara: queste sono storie americane, di un Paese dove ogni cosa è più grande del normale, anche le parole. Ma ciò non deve far passare in sordina il fatto che i rapporti uomo-donna, che non sono conflittuali da oggi solo perché se ne parla di più, stiano diventando un terreno di scontro consapevole; e che questi episodi equivalgono ad una corsa agli armamenti. D’altronde, è la più classica della battaglie che promettono di rivelarsi sanguinose: tra gli uomini, il potere costituito, che temono di perdere lo status quo, e le donne, la “minoranza” oppressa, che hanno fretta di emanciparsi.

Cosa vuol dire essere pacifisti, oggi?

Da quando è iniziata la Guerra si è creato un interessante fenomeno nella ormai consueta polarizzazione del dibattito pubblico. Tradizionalmente, in questo genere di situazioni, ci si divideva in interventisti, se uno voleva la guerra, e non interventisti, se uno non la voleva. Viste le dinamiche più sui generis della guerra in Ucraina – nessuno voleva questa guerra, ma se proprio deve esserci che vinca l’aggredito – il dibattito si è sbilanciato solo da un lato creando due sottocategorie del pacifismo contrapposte tra loro, tra chi vuole la pace con la forza e chi la vuole senza. Quindi il problema non è che nessuno vuole la pace, solo che sono diverse le condizioni che si vogliono soddisfare per arrivarci. È difficile dire quale delle due filosofie sia la più giusta, perché entrambe vengono usate strumentalmente in base all’appartenenza politica o alla mediaticità del momento. E intendiamoci: parliamo di un pacifismo alquanto opportunista, di chi per esempio non vuole la guerra per poi favorire chi l’ha iniziata. Quindi invece che prendere le parti magari sarebbe più utile riassumere gli scenari.

Vogliamo la pace con la guerra. Quello che ha fatto la Russia dando inizio alla guerra è sostanzialmente un attacco a tutta l’impalcatura ideologica occidentale, grosso modo condivisa anche a livello mondiale. Ha rimesso in discussione equilibri e principi che sono stati forgiati nei duri anni della Seconda Guerra Mondiale e della Guerra Fredda. Si è fatta beffe dell’ordine internazionale pur essendone parte integrante e anzi, in qualche modo, godendo addirittura di una posizione vantaggiosa (la ormai celebre dipendenza energetica dell’Europa). Punirne uno per educarne cento, diceva quello. Aiutando attivamente gli ucraini, l’Occidente dimostra che è pronto a ribadire non tanto la sua sicurezza, ma gli ideali su cui si è (ri)costruito il mondo dopo il 1945. Mettendo in difficoltà l’esercito russo sul campo, si vuole dare una lezione esemplare a chiunque dovesse credere in futuro che invadere uno stato sovrano per motivi pretestuosi sia una scelta priva di conseguenze.

Vogliamo la pace senza la guerra. Chi stiamo difendendo di preciso? L’Ucraina non faceva parte dell’Unione Europea o della Nato. È un Paese che ha oscillato tra russofilia ed europeismo senza mai seguire un trend decisivo in un senso o nell’altro, nella sua breve storia di stato indipendente post-sovietico. Quindi perché ci stiamo prendendo la briga di esporci così tanto? D’altronde se la guerra rimaneva una questione regionale circoscritta, nessun equilibrio mondiale veniva messo a repentaglio. Perlomeno, non la nostra bolletta del gas. Non è tanto il fatto di inviare le armi che sta alimentando la guerra, anche se certamente ne ha alterato gli equilibri in favore dell’Ucraina, quanto la convinzione che stiamo dando a quella gente di avere il nostro supporto illimitato. Con questa certezza la guerra continua perché può continuare. Se avessimo lasciato scorrere gli eventi, con un po’ di distaccata realpolitik, avremmo potuto ragionare più lucidamente e magari trovare un compromesso senza vedere intere città ucraine ridotte in macerie.

Cronache (sbagliate) di guerra p. III

Prima di arrivare alla conclusione, due cose. La prima, più leggera, è che c’è qualcuno che ha riassunto in maniera molto più simpatica della mia tutta la dinamica dei talk show di cui parlavo nell’episodio II. L’altra, inquietante, è che Putin ha citato la cancel culture in riferimento alla Guerra. Insomma, c’è chi riesce a fare dei collegamenti più azzardati di quelli che si fanno in questo blog. Ma torniamo a noi.

Si dice che la prima vittima a morire in guerra è la verità. E considerato tutto il dibattito in corso queste settimane, verrebbe da aggiungere che la seconda a lasciarci è la logica. Il discorso fatto finora, Orsini, la propaganda, se sia giusto intervenire o meno, portava già in grembo questa riflessione. Solo che a volte la logica è d’intralcio quando si vuole prendere una posizione e convincere qualcuno che è pure quella giusta, se non l’unica. Nella solita divisione manichea del mondo con cui ormai affrontiamo qualsiasi argomento, ci dimentichiamo che anche se qualcosa è Yin non significa che non possa avere qualcosa di Yang, e viceversa.

Faccio un esempio. Nei primi giorni di guerra mi capitò nel feed di Instagram un post che consisteva in un collage di alcune foto ritraenti milizie ucraine appartenenti a gruppi smaccatamente neonazisti/ultranazionalisti in diversi momenti storici recenti. Nella descrizione, si faceva riferimento ad un’organizzazione paramilitare di estrema destra chiamata “Battaglione Azov”. Questo elemento fa subito saltare alla mente il discorso di Putin in cui annunciò al mondo l’inizio dell’operazione militare speciale, facendo ossessivamente riferimento alla necessità di “denazificare” l’Ucraina. Tutti pensammo ai deliri di un pazzo, a un pretesto così assurdo che davvero, il mio portavoce di fiducia con 10mila lire mi avrebbe trovato una scusa migliore per invadere un paese. Eppure, guardando alla storia recentissima dell’Ucraina, qualcosa di nazista come il Battaglione Azov è effettivamente esistito. Ma il fatto che questa cosa sia vera – e che quindi esistano effettivamente dei nazisti in Ucraina – non può far concludere che quindi l’Ucraina sia nazista tout court e che anzi, l’invasione se l’è pure meritata. E se ciò per Putin era l’aggancio perfetto per fare una dichiarazione di guerra, per chi subisce di rimando la propaganda russa non si capisce come questa possa essere una spiegazione esaustiva.

Solo che c’è bisogno di una cura ulteriore, anche da parte di chi è teoricamente ben vaccinato contro la fallacia logica. Tra mentire e mistificare c’è una differenza sostanziale, visto che nel secondo caso si parte da fatti invero oggettivi che poi vengono piegati per proprio tornaconto. Quindi può esistere una realtà in cui c’è qualche nazista in Ucraina e al tempo spesso ritenere la stessa Ucraina vittima dell’aggressione russa. Senza dimenticare però che anche se era solo qualcuno ad essere nazista è giusto che la storia sia severa nel suo giudizio, soprattutto quando ce n’era motivo. Insomma, spartirsi la verità in base al tifo è evidentemente inutile e dannoso, anche se è più semplice rispetto ad ammettere che a volte la realtà si compone di elementi contraddittori. Ammettere queste cose non sminuirebbe il senso generale della battaglia, della difesa della democrazia, della pace e così via, e si tenterebbe di guardare un po’ più verso l’orizzonte senza essere accecati dall’ideologia, possibilmente da ambo le parti.

D’altronde, la realtà si compone di pezzi di puzzle che ognuno incastra per ottenere l’immagine che preferisce. E se, per carità, ci è consentito non fidarci di chi ce li assembla al posto nostro e ci dice che il puzzle completo è come quello raffigurato sulla scatola, bisogna tuttavia aver pure l’onestà di non voler incastrare forzosamente pezzi che non c’entrano niente l’uno con l’altro.