Deep adaptation

Era da qualche anno che avevo salvato questo paper che mi ripromettevo di leggere e che continuavo a rimandare. Forse perché in fondo parlava di una cosa che pensavo già. Quindi ho pensato che potesse essere utile, per quei soliti viandanti del web che finiscono qua per caso, riassumerne i punti salienti.

L’autore del paper cerca di dimostrare che l’approccio adottato finora dalla comunità scientifica e dai gruppi di interesse ambientalistici per la divulgazione delle conseguenze del cambiamento climatico sia sostanzialmente sbagliato. In breve per Jem Bendell, l’autore, la situazione è ormai talmente compromessa che dovremmo iniziare a fare i conti con l’idea del collasso stesso della società. L’approccio mainstream, sostiene, viene edulcorato per il grande pubblico per non generare una sensazione di sconforto, che spazzerebbe via la speranza di poter effettivamente rendere reversibile il degrado dell’ambiente. Il che è stucchevolmente paternalistico, dice Bendell, in quanto le opinioni dei cittadini raccolte dai sondaggi in merito alla questione lasciano intendere che in molti sono coscienti della gravità della situazione e non è detto che un linguaggio più franco non sia foriero di una maggiore disponibilità al sacrificio. Questa impostazione del dialogo tra esperti e pubblico è frutto di uno stato di perenne negazione, tipica di ogni civiltà che ha il suo “blind spot” da cui non riesce a percepire la sua stessa fine.

La stessa terminologia in voga sembra mancare il nocciolo della questione. Si pone l’accento sui concetti di “resilienza” e di “sostenibilità”, che lasciano intendere una volontà di mantenimento dello status quo: la società diventa più resistente al mutare del clima e si riforma in modo da azzerare il suo impatto sul pianeta; tuttavia rimangono soluzioni parziali, perché sterilizzano le conseguenze di comportamenti sbagliati lasciandoli inalterati. Dovranno seguire le fasi di “relinquishment”, il lasciare andare per sempre alcune cose che diamo per scontate (città lungo la costa, settori di produzione industriale che non producono cose necessarie se non per la nosta ingordigia consumistica), di “restoration”, in cui si dovranno riprendere gli usi che sono stati cancellati dalla società a trazione-fossile (sia nei consumi, ma anche dal lato sociale), e di “reconciliation”, ossia vivere con la consapevolezza che tutti gli sforzi potrebbero anche non bastare – che è un po’ la fase dell’accettazione nel lutto. Insomma, è questione di un adattamento profondo, da qui il titolo dell’opera, che richiede uno sforzo superiore all’installazione di qualche pannello solare. Ma ci stiamo preparando come si deve?

Concludo con un contributo mio, ma che in realtà copio da un pezzetto di Vice, la storia di Dick Cheney: lo stesso termine “cambiamento climatico” è l’ennesimo, subdolo, funambolico gioco linguistico che disinnesca un concetto altrimenti troppo destabilizzante. Nei primi anni duemila si parlava di riscaldamento climatico e non di un più assuefacente cambiamento. Sarebbe ora che la coscienza del disastro, da sempre temuta perché si ritiene conduca all’anarchia, diventi un esercizio di saggezza collettiva. Invece di vivere in uno stato di negazione – di cui la crisi ambientale è solo l’ultima grande testimonianza – si potrebbe fare uno sforzo e migliorare come esseri umani. Direi che nella società libera e democratica che abbiamo costruito si dovrebbe avere anche il diritto di sapere le cose anche quando sono disperate. D’altronde, a quasi 300mila anni di età siamo bimbi grandi, ormai.

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