Vaccinarsi è importante, per questo va fatto seriamente

Una volta smaltita l’adrenalina da “cambiamento della politica vaccinale last minute” (visto che mi ha riguardato da vicino), non ho fatto a meno di pensare alla schizofrenia dei governi nei confronti delle attuali decisioni in merito alla campagna vaccinale.

Da un lato abbiamo lo Stato (non necessariamente quello italiano, diciamo il concetto) che si trova a dover scegliere tra chi muore a causa della pandemia e chi muore, di meno, a causa delle vaccinazioni. Vuole salvare entrambi, in barba alla statistica. E lo vorremmo tutti, d’altronde. Ma non è fattibile.

Dall’altro c’è il fenomeno di massa della vaccinazione, che ha preso le sembianze di un’enorme sagra di paese. E c’è l’open-day dove corri a prender la fila per vaccinarti per primo, e c’è la birra in omaggio come in Israele, o lo spinello offerto come negli USA. Ma soprattutto c’è la grande promessa della salvezza dell’estate: vaccinati affinché tu possa andare in vacanza (più tranquillo, perché non ti devi fare ogni volta il tampone). Ecco no. La storia dell’incentivo alla vaccinazione non regge. Se ti vaccini è perché è una scelta di salute pubblica e perché, dati e raccomandazioni della comunità scientifica alla mano, è la cosa più sensata da fare per risolvere la pandemia. Tutto il resto è una leggerezza – e un trattare le persone come bambini semi-dotati, perché proprio non si vuole fare questo sforzo di spiegare le cose alla gente – che non è più tollerabile vista l’isteria con cui si cambiano le carte in tavola dall’oggi al domani.

Delle due l’una: se lo Stato non prende seriamente ciò che fa (e dovrebbe, visto lo sforzo monumentale degli ultimi mesi) i cittadini inizieranno a non prendere più seriamente ciò che gli devono. E questo non causa tanto l’aumento dei no-vax, quanto il clima di sfiducia e rassegnazione che ha già fiaccato l’animo di tante persone, come se non fosse bastato il virus da solo a farlo.

Solo gli stupidi non cambiano idea, diceva quello. Ma se lo si fa troppo spesso viene difficile fidarsi.

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Forse è meglio pensare al presente, per una volta

Ho letto un articolo che, cosa eccezionale di questi tempi, mi ha dato una punta di ottimismo per il futuro. Non perché farcito di “andràtuttobenismo”, che ormai ha fatto il suo tempo, ma perché mi ha fatto capire quanto discutibili possano essere alcune, molte, delle opinioni che abbiamo sentito da un anno a questa parte in materia di pandemia, specialmente per quanto riguarda il futuro – di questa e delle prossime; già, le prossime.

Praticamente, non soddisfatti che le cose siano già andate malissimo per la gran parte di questo recentissimo passato, molti degli addetti ai lavori hanno iniziato a dipingere un futuro a tinte fosche: ma non necessariamente sugli effetti collaterali del Covid-19, la crisi economica, tutta la sindrome post-traumatica che ne subiremo, ma proprio sul fatto che, teniamoci pronti, di pandemie ne verranno a iosa negli anni a venire – sempre che questa non ce la portemo dietro ancora per anni. Quindi, come se non bastasse, non sarà sufficiente avere l’ansia per il presente ma dovremo averla anche per il futuro, adesso.

Venendomi difficile contestare le ipotesi che si sono fatte sul futuro della pandemia (non sono uno scienzato e anche prevedere il futuro non mi riesce così bene) mi è venuto però da pensare che, almeno da una prospettiva comparata, mi sembra assurdo voler fare una previsione a tutti i costi su una cosa che è stata così imprevedibile fin dall’inizio. Di conseguenza, nel consueto stile di chi vuol indicare le cose lasciando il commento agli altri, vorrei elencare le previsioni più gettonate sul futuro delle pandemie e quello che grosso modo ci insegna il passato.

PREVISIONE: Il Covid-19 durerà altri 10 anni. Questa storia del decennio del Covid venne fuori, presumibilmente, dall’articolo di Science che, forse un po’ provocatoriamente, indicava nei lockdown continui una soluzione miope per risolvere sul breve periodo la pandemia. La notizia fu ripresa da tutti e rielaborata nella forma “il Covid ce lo porteremo dietro ancora per anni”.

FATTI DAL PASSATO: L’influenza spagnola durò dal 1918 al 1920; Le epidemie di peste (elenco non esaustivo): la Peste di Giustiniano 541 – 543, la Peste Nera 1346 – 1353, la Peste del Seicento 1629 – 1633, la Grande peste di Londra 1665 – 1666; L’influenza asiatica 1957 – 1960; Questi sono alcuni esempi celebri di pandemie del passato che sembrano essere durate in media 3, 4 anni (mi preoccupa la Peste Nera, ma comunque è stata sotto ai 10). Ora, qua magari c’è da intenderci sul significato di pandemia: anche l’AIDS è considerata una pandemia, che dura ininterrottamente dal 1981 ad oggi, ma che però viene contenuta grazie ai miglioramenti notevoli nella terapia e nella prevenzione, pur rimanendo senza una cura vera e propria.

PREVISIONE: Il riscaldamento climatico favorirà l’insorgere di altre pandemie. E magari ha favorito anche questa. Ad esempio si ritiene che molti virus siano rimasti congelati nel permafrost per millenni. Lo scioglimento dei ghiacci potrebbe liberarli.

FATTI DAL PASSATO: Tra il XIV e il XIX secolo si pensa che la Terra sia stata interessanta da un brusco calo delle temperature, tanto che quel periodo è stato considerato come una “piccola era glaciale”; il periodo indicato coincide – c’è da dire che è alquanto ampio – con alcune delle pandemie più mortali della storia. Tuttavia, alla fine le due ipotesi non si escludono.

PREVISIONE: la distruzione degli habitat naturali e la conseguente promiscuità con gli animali aumenterà il rischio del salto dei virus da specie a specie. Il riferimento, in questo caso, è a Wuhan e ai wet-market in generale. Nei mercati cinesi le norme igieniche non vengono rispettate. I mercati cinesi sono pieni di fauna locale molto particolare, provienente da zone remote di un paese enorme, che di norma non dovrebbe trovarsi nello stesso posto tutta insieme. Trovandosi a stretto contatto gli animali si scambiano virus, che poi magari arrivano all’uomo. Col progresso esponenziale e la continua sottrazione di spazi alla natura tutto ciò sarà più frequente.

FATTI DAL PASSATO: Una delle storie sulla peste, sul metodo di trasmissione, è il salto del morbo dalle pulci dei topi agli uomini con cui convivevano. La promiscuità uomo-animale è sempre esistita, anzi, sicuramente di più nel passato. E infatti le pandemie ci sono state anche per queste ragioni. Paradossalmente ma non troppo, l’urbanizzazione ha “sterilizzato” buona parte dell’ambiente mettendoci al riparo da un contatto troppo stretto con la natura. Anche se non griderei troppo al successo.

PREVISIONE: la globalizzazione renderà sempre più difficile il contenimento delle pandemie. Qua in realtà siamo più nel reame dei fatti che delle ipotesi. Il mondo è già globalizzato e la facilità di spostamento e la diffusione di virus vanno a braccetto.

FATTI DAL PASSATO: Da quando vogliamo far partire la globalizzazione? Da Marco Polo? Dai Conquistadores in America Latina? Anche se rudimentali, i mezzi con cui l’uomo ha viaggiato per la maggior parte della sua storia non hanno frenato la diffusione dei virus.

Insomma, prepararsi al peggio per non essere sorpresi è un atteggiamento positivo. Solo che è difficile capire se queste previsioni siano dettate dalla foga del momento di voler dire per forza qualcosa piuttosto che voler trovare una soluzione. Ok, ci saranno altre pandemie. Ma allora? Certo che ci saranno. In fondo lo sapevamo, solo che non ci pensavamo tutti i giorni. Sarebbe più interessante sapere quando avverranno, dove cominceranno, di che tipo saranno. Solo che questo genere di informazioni è impossibile da sapere, adesso. Quindi a cosa ci serve parlarne? Come ci migliora il futuro, se ancora non abbiamo risolto il presente?

Federico Chiesa è il calcio che vorrei

Se il 2020 è stato l’anno della pandemia, il 2021 è stato l’anno della pandemia e della Super Lega e sarà curioso chiedere tra 10 anni a chi ha vissuto entrambe le cose quale delle due venne considerata più odiosa. Almeno il virus, dirà qualcuno, era cattivo non per scelta ma per natura.

Il dibattito che ne scaturì ha portato i tifosi a riflettere sul significato del calcio, dei troppi soldi che ci girano intorno, della qualità dello spettacolo offerta, delle disparità tra le società e del bisogno di innovare il sistema. Ognuno poi si è appoggiato al proprio idolo pagano per trovare un’ancora emotiva e mantere un contatto con la “purezza” di questo sport.

Ne vorrei scegliere uno anch’io. L’avevo già fatto ad onor del vero, durante le poche partite che ho visto questa stagione, ma ieri sera ne ho avuto la conferma. Il mio totem calcistico oggi è Federico Chiesa.

In Chiesa ci ho visto quello spirito da millenial che tanto mi piace della mia generazione. Quando Chiesa ieri sera, dopo Juve – Atalanta, viene intervistato c’è tutta, quest’essenza.

Chiesa è contento di venire intervistato. Ancor prima che il giornalista finisca la prima domanda già sorride perché non vedeva l’ora di rispondere. E lo fa con un’espressione buffa, gli occhi sgranati, e quel ghigno di soddisfazione mista a incredulità di chi è consapevole di esser stato compagno di squadra di uno che era stato compagno di squadra del babbo. E ci ha vinto qualcosa insieme, da titolare.

Chiesa al giornalista gli dà del tu. Ma non è tanto l’informalità che è da sottolineare – non è che di solito i giocatori diano del lei al giornalista. È che quel “tu” personifica l’uomo-giornalista che sta davanti a lui, elevandolo al ruolo di persona con cui chiacchierare e non ad una mera macchina sforna-domande-stupide. E si eleva anche lui, emergendo dal prototipo di calciatore lobotomizzato che di solito partecipa alle interviste di rito.

Poi si parla del Covid, inevitabilmente. Chiesa torna serio e dice le cose che sono da dire. Sono frasi di rito ma le dice convintamente, di getto, e fa piacere sentirle anche se sono banali. Banali perché le avremmo dette tutti, non perché non siano sensate.

Chiesa è millenial anche in campo. Nulla di soprendente, spesso uomo e calciatore coincidono. Chiesa è quel tipo di giocatore che oltrepassa i propri limiti tecnici perché ci mette una convinzione pazzesca. E infatti spero che non la perda, visto che questa stagione è risaltato proprio perché i suoi compagni ne avevano meno di lui.

E allora, per queste ragioni, vorrei vedere più Chiesa nel calcio. Così come vorrei vedere più Chiesa in tanti altri posti. Ma non perché, badate bene, Chiesa sia uno “umile” o “semplice” – complimenti di solito al ribasso, per definire qualcuno che non è una cima ma piace proprio perché innocuo -, ma perché Chiesa è – o almeno sembra davvero – autentico.

AGGIORNAMENTO EURO 2021 – E parla un ottimo inglese

Fedez ha ragione perché tutti gli altri hanno torto

Vorrei subito esorcizzare un bias, in modo da affrontare la questione nella maniera meno emotivamente coinvolta possibile. A me Fedez sta sulle scatole. Non perché sia borioso, saccente e ipocrita come tanti, molti, artisti che hanno raggiunto notorietà e ricchezza. A me piace il rock, per dire, e quanti grandi maestri del genere sono comunque stati pessimi personaggi pubblici? Il fatto è che lui, Fedez, è famoso grazie a qualcosa che a me non piace: la sua musica e tutto lo showbiz che gli ruota intorno.

Questa aspra premessa mi aiuta a tenere a mente che, pur non stimando l’interlocutore, non significa che le battaglie – o meglio, le situazioni in cui si è trovato – perdano di valore solo perché sia stato lui a portarle avanti. Il recente caso del tentativo di censura della RAI nei suoi confronti e la sua reazione, un po’ teatrale nei modi ma senza dubbio condivisibile nei fatti, mi ha fatto ripensare alle più famose controversie di cui si è trovato protagonista. Abbiamo: gli scambi su Twitter col senatore Pillon (uomo di un’inadeguatezza inenarrabile a prescindere dal suo bigottismo), la lotta contro il Codacons (associazione tra le più insulse d’Italia), la sua fuoriuscita dalla SIAE (praticamente l’ente pubblico più impopolare della storia del nostro paese).

Se, come si suol dire, nel paese dei ciechi l’orbo è il re, l’avere ragione contro questi nemici (e Fedez ne ha sempre avuta da vendere in tutte queste storie) è praticamente una vittoria a tavolino. E questo è un vecchio tema che ritorna per l’ennesima volta d’attualità, quello che gli standard qualitativi del dibattito pubblico sono così scesi verso il basso che tocca essere d’accordo con Fedez, personaggio di buon cuore che si sobbarca l’onere di difendere i diritti civili perché non c’è nessun altro altrettanto credibile e popolare da esserne capace.

E la cosa tragicomica della faccenda è che anche i cattivi, vedi i censori della RAI a questo giro, sembrano personaggetti così insignificanti – balbettavano mentre Fedez li incalzava – che davvero fanno dubitare l’esistenza di qualsivoglia “sistema” del male che soffoca la libertà di espressione degli artisti.

Rielaboriamo gli anni duemila: Malcolm in the middle era davvero una bella serie

Continuiamo con la seconda puntata della serie “i bei vecchi tempi della nostra adolescenza”. Dopo Scrubs, c’è un’altra sitcom – prima che venissero chiamate serie – che davvero aveva un grande spessore nella sua apparente semplicità. La trama, in breve, è la storia di Malcolm, un ragazzo intelligentissimo ma (o proprio a causa di ciò) dannatamente infelice. Nel 2017 trovai forse l’unica lettura di questa serie in chiave “sociale” in questo articolo di Vice, che partiva da ottime premesse per poi perdersi un po’.

Malcolm è una specie di racconto di formazione con elementi che fanno pensare al verismo di Verga. È stata una delle poche creazioni popolari dello spettacolo americano fatta in America ma allo stesso tempo lontanissima dalla cultura (cinematografica e non) Americana. Questo perché in Malcolm non esiste quella dimensione caricaturale dell’eroismo hollywoodiano dove il protagonista, dotato di un’abilità speciale, affronta un percorso difficile e lo supera con un lieto fine. Il finale di Malcolm [SPOILER] consiste in Malcolm che riesce ad iscriversi ad un importante college nonostante le ristrettezze economiche della famiglia, ma se lo può permettere lavorandoci nelle ore libere come bidello.*

Malcolm non viene rispettato perché è dotato, anzi, viene bullizzato come – se non più – di un ragazzo normale. L’intelligenza di Malcolm non gli conferisce una visione lucida delle cose ma lo angoscia. E soprattutto, cosa che sancisce l’originalità della serie, quando alla fine della puntata Malcolm subisce l’ennesima sconfitta non ci viene neanche voglia di compatirlo, perché in fondo se l’è cercata. Il personaggio di Malcolm cresce ad ogni episodio ma il suo percorso, come quello di tutti noi, non è lineare bensì discontinuo; non è detto che ad ogni errore commesso segua una lezione imparata (non nell’immediato almeno).

Se Malcolm da un lato incarna la parte più simbolica della serie – l’adolescenza, la crescita, il sentirsi accettati dai propri pari – dall’altro la sua famiglia rappresenta il contesto sociale americano reale. È per questo che l’articolista di Vice definisce la serie “un capolavoro socialista”, probabilmente scambiando chi semplicemente subisce le storture del capitalismo per socialista. Il fatto è che la famiglia di Malcolm è economicamente disagiata: nonostante entrambi i genitori lavorino – sviliti, demotivati e sottopagati – e ai figli venga consigliato (vedi imposto) di fare dei lavoretti saltuari per far quadrare i conti, i conti a fine mese non tornano mai e la famiglia si trova sempre sul lastrico. Intendiamoci, parliamo di una povertà relativa ma soprendentemente tangibile per gli standard di una serie americana: banalmente, in ogni sitcom americana c’è un arco narrativo che si svolge in qualche isola tropicale tipo Bahamas o Hawaii per far fare agli attori e allo staff qualche bella sessione di riprese rilassanti. E non si capisce come i personaggi di queste serie, nel loro mondo fittizio, riescano a permettersi queste vacanze perché non li si vede mai lavorare o pagare le bollette. In Malcolm le cose sono più verosimili: la famiglia si permette al massimo il lusso di una gita in un anonimo lago in una chiatta troppo stretta per un solo triste weekend. Ma la famiglia di Malcolm, contrariamente all’articolo citato, non vive una rivoluzione socialista; più che altro ne subisce una fatalista. A tavola non si parla di quanto il sistema ingiusto faccia vivere tutta la famiglia nella frustrazione e nell’ansia di non condurre una vita più agiata ma si accettano le regole del gioco e le si subiscono in silenzio. Questo, purtroppo, può sembrare una triste accettazione dello status quo, un’agiografia del capitalismo, che per quanto crudele è così e bisogna accettarlo. Ma, e qua l’agiografia la faccio io, non si può rimproverare alla famiglia di Malcolm non essere abbastanza rivoluzionaria: ognuno, nel mare in tempesta, si rifugia sull’isola che può più dargli un conforto, anche se momentaneo. E in Malcolm quest’isola, per quanto bistrattata, è la famiglia stessa.

Il periodo storico della messa in onda dello show – dal 2000 al 2006 – è interessante perché, generalizzando, la storia della famiglia di Malcolm era ed è oggi ancor di più la realtà di molte famiglie medie americane – o forse occidentali, con i dovuti distinguo Europa-USA. Non è un caso che quella dagli anni ottanta al 2007 sia stata definita l’epoca della “Grande moderazione“: perché la regola di tante famiglie era (ed è) quella di condurre una vita, economicamente parlando, modesta, lontana dal luccichìo delle mirabolanti ricchezze che il capitalismo (o meno marxisticamente: la società moderna) promette vicine. Anzi, quando si prova a fare gli Icaro del consumismo ci si pente di aver osato troppo con le soddisfazioni effimere che il denaro permette di avere (la casa di Malcolm è piena di acquisti inutili di cui viene rigorosamente puntualizzato l’insensatezza). Per farla breve, uno show umile come questo aveva dato una visione della realtà della vita quotidiana della famiglia media americana più verosimile dei modelli degli economisti pre-crisi.*

Un altro tema molto sottile ma pulsante della serie è il rapporto con la diversità, di cui parla anche Vice: non solo c’è una ricca diversità culturale dei personaggi ma c’è anche un’intersezionalità “virtuosa”.* Per intenderci, i migliori amici del papà di Malcolm, Hal, sono degli afromericani benestanti con cui gioca spesso a poker e che lo prendono in giro perché non ha accessori costosi come i loro. Sarebbe interessante capire se c’era del simbolismo anche in quello o era solo un rovesciamento della realtà a fini comici: era perché si voleva far notare che esiste anche una borghesia afroamericana, con gli stessi vizi di quella bianca? O perché ci fa capire meglio cosa significano le differenze di censo, che sono più evidenti quando si rovesciano le parti? In ogni caso è stupefacente quanto l’ingenuità delle battute dei personaggi sembri così autentica: quando Hal si lamenta delle angherie dei suoi amici neri lui dice di sentirsi discriminato perché diverso; e quando i suoi amici cambiano espressione pensando si riferisca al colore della pelle lui aggiunge: “Perché voi siete professionisti e io no”.

E poi c’è la famiglia. Quella di Malcolm è una di quelle da farti venire traumi a tutte le età: c’è Lois, la mamma dispotica, Hal, il papà sconclusionato, Francis il figlio teppista, Reese quello scemo, Dewey quello strano. Anche qua la serie si distacca dallo stereotipo della famiglia americana-tipo che ci aspettiamo, quella dove i genitori sono figure occasionali che si dissolvono dopo che hanno cacciato da casa a pedate i figli non appena compiono 18 anni. La famiglia di Malcolm è una famiglia molto all’italiana, onnipresente e ingombrante, che pretende di controllare ogni aspetto della vita dei figli. Tanto che in un episodio, Malcolm viene ammesso a una prestigiosa università di Londra e quando dice al padre che vorrebbe andarci lui gli risponde: “Assolutamente no, se te ne vai tu come faremo? Sei la nostra unica salvezza!”.

L’articolo di Vice conclude, con una forzatura dettata dal momento storico, chiedendosi se la famiglia di Malcolm avrebbe votato Donald Trump (secondo me, contrariamente ai caratteri dei personaggi, Hal è repubblicano e Lois è democratica). Ecco, secondo me è proprio sbagliata la domanda. Probabilmente la politica era un tema che tangeva superficialmente la famiglia di Malcolm e parlarne non aiutava di certo a sbarcare il lunario. In tutto ciò Malcolm è probabilmente stata la serie meno patriottica d’America senza volerlo. Ed è per questo che è piaciuta un po’ in tutto il mondo.

*Le parti in asterisco sono quelle che mi sono accorto di aver scritto uguali all’articolo senza rileggerlo. Un plagio inconsapevole è pur sempre un plagio.

Mi sono ricordato che Giovanni Tria era ministro dell’economia, due anni fa

Era quell’ometto con l’espressione paciosa a cui bisognava sempre chiedere se si poteva aumentare il deficit pubblico di qualche zero virgola percentuale; e che poi lui chiedeva a sua volta alla Commissione Europea se poteva farlo davvero. Oh, all’epoca era un argomento che infiammava il cuore della gente.

Correva l’anno 2019: l’anno che sembra l’anno scorso ma è l’anno prima ancora.

Quest’informazione che ho ripescato dalla mia memoria a lungo termine mette un po’ tutto in prospettiva: a pensarci adesso, chi se ne frega di Tria e del suo ingrato compito di alzare il deficit? E questo vale per tutti, e per tutto; erano decisioni che sembravano così determinanti per la nostra vita. Tra poco svaniranno anche le memorie di Giuseppe Conte, di Lucia Azzolina, di Domenico Arcuri … dei DPCM e delle zone rosse scuro rafforzate che manco fosse antani.

Fa riflettere: le priorità che impostiamo come società sembrano alle volte abbastanza insignificanti. Gli uomini che le impersonano evanescenti come il vento.

Un anno di assurdità

Il seguento elenco, in ordine non cronologico, vuole essere una raccolta di momenti assurdi di un anno assurdo. Il tutto, ci si prova, senza vena polemica o saccente e senza voler esprimere un giudizio di merito. Inevitabilmente, il solo fatto di includere qualcosa in questa lista o porlo in una determinata forma è soggetto a dei bias che potrebbero tradire una mia opinione in merito. La lista sarà lunga quindi mi riservo di aggiornarla ogni tanto. Ah, mi viene da darlo per scontato ma non lo è: il tema è la pandemia.

È che mi dispiace per Gina Carano

Della storia di Gina Carano, Cara Dune di The Mandalorian, non si è parlato poi molto da queste parti. Oggi però ho letto un articolo, bruttino ma da apprezzare la posizione scomoda che ha preso, che mi ha fatto venire voglia di parlarne, a me stesso.

Sono storie che si sentono spesso in questi ultimi tempi ed è ancora difficile riuscire a cavarne una morale a prescindere dalla posizione che si prende. Quindi, faccio uno sforzo e provo a prenderle tutte, solo per metterle a confronto.

Gina Carano meritava di essere licenziata. Sì, perché non è solo il fatto che hai paragonato la condizione dei repubblicani a quella degli ebrei durante la persecuzione nazista ma sei anche no-mask e pensi che le ultime elezioni americane sia state viziate da brogli. Sei un personaggio pubblico, hai un seguito importante perché fai parte di una serie di successo, puoi avere le tue idee, certo, magari anche in disaccordo con la compagnia per cui lavori, ma è il caso di sfruttare la tua notorietà per fare, quella che di fatto è, propaganda? E poi sei un’attrice: rappresenti un volto, un personaggio, che ti porti dietro anche nella vita privata, almeno per le milioni di persone che ti vedono sullo schermo. Se non rispecchi l’immagine che la Disney vuole dare di sé, la Disney è libera di non ritenerti idonea per future collaborazioni nei suoi progetti.

Gina Carano non meritava di essere licenziata. No, perché hai sicuramente fatto un paragone iperbolico e abbastanza inopportuno ma sei stata tacciata di un negazionismo che non sta in piedi. Non hai negato l’olocausto, anzi, lo hai usato per trasmettere l’idea che, secondo quello che percepisci, sta accadendo qualcosa di simile (inteso come intolleranza) ai repubblicani. Ok, hai sostenuto i no-mask. E sì, dici che ci sono stati brogli alle elezioni. Come lo sostengono altri milioni di americani, magari anche loro su internet, ma senza venire licenziati per questo. E, in ogni caso, se qualcuno ha scarsa fiducia nel sistema perché non venirgli incontro e parlargli invece di censurarlo perché tanto dice solo sciocchezze? Davvero la risposta alle idee “sbagliate” è impedire di esprimerle?

Gina Carano meritava di essere licenziata, ma mi dispiace lo stesso. Scrivendo, faccio fatica anche io a giustificare quello che ha scritto Gina Carano. Sento che c’è qualcosa di sbagliato però, qualcosa di non risolutivo in storie di questo genere. Per quanto sia un sostenitore convinto del paradosso della tolleranza, sento che si stanno attaccando dei nemici che in realtà non lo sono, ma che possono diventarlo se li si tratta in un certo modo. Trattare Trump e un sostenitore di Trump come se fossero la stessa cosa non funziona, ed ho la ferma convinzione che sul lungo termine non porti a nulla di buono. E anche se Gina Carano dice cose che non condivido non riesco ad odiarla. La apprezzo per quello che rappresenta nello show di cui fa parte. Mi piace perché mi piace su The Mandalorian. Del resto, fa sempre male scoprire quando qualcuno che ti sta simpatico non la pensa come te.

Le invasioni barbariche, oggi

Quello che è successo negli Stati Uniti, Jack sedicente Angeli, Trump bannato da Twitter e una proposta di impeachment a un presidente il cui mandato scade tra meno di 10 giorni, è tanta roba da elaborare tutta insieme.

Non so quanto si sia realizzato, al di qua dell’oceano, quanto sia stato forte, emotivamente, quello che è successo al Congresso. Personalmente, l’ho capito solo a distanza di qualche giorno.

Lasciamo perdere tutti i significati e le razionalizzazioni che ci sono dietro a questo atto: l’attacco alla democrazia, il fallimento delle forze di sicurezza più militarizzate al mondo, Trump che getta benzina sul fuoco contro le istituzioni di cui formalmente è ancora presidente.

Il fatto è che è successo davvero. Ci sono, davvero, persone in abiti più o meno civili di un paese occidentale che spingono le transenne schiacciando i poliziotti. E poliziotti che prendono la rincorsa per dare dei pugni ai manifestanti. E c’è una guardia, da sola, che aspetta in cima alle scale un gruppo di rivolosi, che scappa roteando senza troppa convinzione un manganello. E c’è sangue, diverso sangue. E poi ci sono 5 morti. E sono morti strane, che inspiegabilmente pesano tanto.

Insomma, non è stato solo uno a torso nudo col copricapo da vichingo. Anzi, sì: ma era solo uno. Il problema è che c’è stato anche molto altro.

C’era poi la gente che è uscita ordinatamente in fila fuori dall’edificio e, ripresa, si dava alle più svariate esternazioni. Chi gridava, chi inveiva, chi diceva “ehy adesso andiamo a farci una birra”; c’era quello col telefono in mano, l’anziano che diresti rispettabile, una donna che marcia fiera con la bandiera a stelle e strisce sulla spalla, scommetto mamma di due bellissimi bambini biondi. C’erano quelli vestiti con equipaggiamento militare che avevano messo delle bombe, rudimentali, nelle sedi dei partiti. Entrambi.

Tutta quella gente, eccetto un deputato repubblicano che ci teneva così tanto a farsi scoprire da riprendersi dicendo il suo nome, probabilmente non avrebbe mai messo piede in quei posti. Né da politici, né da turisti in visita guidata nelle sale aperte al pubblico. E questo fa riflettere: perché la politica è lontana dai cittadini e anche la democrazia, il sistema che dovrebbe dare a tutti le stesse opportunità di rappresentanza, ha creato un circuito chiuso a tenuta stagna che bla, bla, bla.

Probabilmente qua si sta sbagliando il piano di valutazione. Forse quello di qualche giorno fa non è stato un attacco alla democrazia. Piuttosto, forse questa è stata una regressione a un’idea di società pre-democratica. Quelle persone non ce l’hanno necessariamente con un partito – non tutte, o almeno non con uno solo, vedi la storia delle bombe; diamine, magari non ce l’hanno nemmeno con la democrazia, che dopotutto è stato il sistema col quale hanno scelto il loro amato presidente. Quelle persone ce l’hanno col fatto che l’idea che hanno del mondo, incarnata da Donald Trump, stia svanendo con la fine del suo mandato. Quelle persone appartengono al clan di Trump, non al suo partito o alla sua agenda politica. A quelle persone piace la persona che è Trump. E questo non è cambiato con le elezioni.

Quindi si toglie Twitter a Trump perché è pericoloso e incita la folla, e ci sta bene. Però non si ragiona abbastanza sul fatto che a quella folla piace farsi incitare. E il motivo è presto detto: perché essendo popolo è, per definizione, incapace di intendere e di volere. Allora si normalizza il fatto che se è il presidente a dire quello che dice allora qualcuno gli sta dando retta perché è il presidente. Ci vorrebbe un diagramma di flusso, insomma.

Chi vogliamo proteggere allora? Il popolo che paternalisticamente riteniamo non sia in grado di badare a sé stesso e che forse è sempre stato un po’ trumpiano, ma non lo è mai stato così tanto da quando c’è effettivamente Trump alla Casa Bianca? O le istituzioni, che sono la garanzia di un sistema imperfetto, ma comunque il migliore che abbiamo, che reggono questa idea astratta di democrazia di cui tanta gente vuole tastare i limiti con mano perché non capisce più di preciso come migliori la propria vita?

Ma la vera domanda è: siamo disposti a capire e ad accettare un mondo – sociologico, antropologico – così alieno che ogni nazione si è scoperta avere in grembo? E poi, una volta capito e accettato, cosa ne facciamo?