Dinosaurs era una serie per bambini che avrebbero avuto paura del loro futuro

È esistita un’epoca, quella degli anni novanta, in cui il nostro rapporto con la televisione era molto diverso rispetto ad oggi. Mentre oggi la TV è mero strumento a disposizione della nostra bulimica ricerca di novità, sui cui contenuti vale la pena investire nei dettagli fino a un certo punto vista la compulsività con cui vengono consumati, c’era stato un tempo in cui gli show televisivi (prima che venissero chiamate serie TV) venivano fatti con una certa cura artigianale. Dinosaurs è stata anche questo: la famiglia di dinosauri protagonista della serie era animata da un mix di marionettisti e pupazzi meccanici che interagivano tra loro con una naturalezza tale da sembrare veri. Talmente veri che alla fine Dinosaurs era diventata la mezz’ora di televisione più costosa dell’epoca, tanto da dover essere cancellata nonostante fosse acclamata dalla critica e apprezzata dal pubblico.

Questi pezzi di passato di un’epoca in cui non esistevano ancora le piattaforme streaming, ma che tocca ammettere vengono riscoperti proprio grazie ad esse, a volte rimangono conservati sotto forma di nicchie nella propria memoria. Avevo il vago ricordo di questa cosa che mi compariva al mattino in TV quand’ero bambino, ma non immaginavo che a rivederla da adulto avrebbe avuto ancora qualcosa da comunicarmi; o meglio, che mi avrebbe comunicato qualcosa che avrei capito solo da adulto. Il fatto è che Dinosaurs, pur dando voce a dei dinosauri, in realtà parla degli (e agli) umani. L’allegoria è lineare ma potente: la società dei dinosauri ricalca quella degli uomini, sebbene la natura sia più selvaggia e il continente, Pangea, sia solo uno. E però se la trama può sembrar banale, è la sua narrazione che diventa sofisticata.

Il mondo dei dinosauri declinato al moderno, così come se lo immagina la serie, è un mondo che oggi definiremmo liberista nella sua forma più primigenia o incontrollabilmente capitalista. Per dirne una, il lavoro di Earl, il capofamiglia, consiste nell’abbattere alberi per conto di una corporation che non si cura minimamente del fatto che un giorno gli alberi da abbattere per far spazio al progresso finiranno. E quando ciò effettivamente accade, il problema diventa non dell’azienda ma dei suoi dipendenti, licenziati in tronco (no pun intended) perché non più necessari. La stessa famiglia protagonista della serie vive i suoi rapporti più intimi in maniera piuttosto lasca, consapevole di vivere in un mondo in cui se i propri figli non tornano a casa per l’ora di cena è perché potrebbero essere stati mangiati da un predatore più grande. Così va la vita. I momenti più “autentici” che inframezzano la vita moderna dei personaggi sono riti ancestrali le cui origini e motivazioni si perdono nei secoli ma che però vengono ripetuti stancamente nella loro ottusa crudeltà. I rapporti di genere, un altro tra i temi più avanguardistici sollevati dalla serie, sono scanditi da un machismo tossico che viene facile rappresentare visto che i personaggi sono, alla fine della fiera, degli animali. Far parlare dei dinosauri di queste cose, esseri che ci immaginiamo violenti per natura perché era violenta la stessa natura di cui facevano parte, diventa un escamotage incredibilmente efficace proprio perché questo è sempre stato il nodo gordiano dell’umanità: riuscire a far coesistere gli istinti primordiali col bisogno di civilizzazione.

Non di rado nella serie la provocazione è evidente. Per 140 milioni di anni erano i dinosauri la specie dominante sul nostro pianeta mentre oggi le loro ossa impolverate sono sorvegliate da annoiati custodi all’interno di musei. Questo dinosauro-centrismo dello show fa il verso all’umana presunzione di essere la specie definitiva, la manifestazione della natura più cosciente di se stessa e per questo incapace di immaginare un futuro in cui non esista più. Eppure la serie soffre di uno spoiler intrinseco: tutti sappiamo la fine che hanno fatto i dinosauri, anche se possiamo scommettere che non abbiano avuto una vera consapevolezza della loro stessa estinzione. La sorpresa che ci lascia la serie, e qua attenzione che d’ora in avanti lo spoiler ce lo metto io, è che a far morire i dinosauri non è stato un meteorite ma la scelleratezza con cui hanno distrutto il loro stesso habitat. Ma se il messaggio ecologista arriva forte e chiaro senza bisogno di approfondirlo ulteriormente, gli ultimi attimi dei protagonisti coincidenti con i minuti finali della serie hanno un che di anomalo da un punto di vista comunicativo, almeno per come siamo stati abituati dal mondo dell’intrattenimento.

Quando Earl riflette ad alta voce su come la sua cieca fiducia nel progresso gli abbia fatto perdere di vista la fragilità della natura, interviene ad un certo punto il suo figlio più piccolo senza nome, chiamato semplicemente Baby, il quale per tutta la serie ricopre il ruolo della macchietta che serve a strappare una risata. Quando chiede al padre cosa sarà della loro famiglia visto che il mondo sembra condannato, tutti si guardano mestamente, senza riuscire a dargli una risposta davvero rassicurante. Non si riesce a dare una risposta rassicurante ad un bambino, in uno show per bambini. Ed è così che cala il sipario. Con un silenzio che non ha bisogno di alcuna spiegazione.

Verrebbe da definirlo un finale commovente e strappalacrime, ma non sarebbe una definizione corretta. Ci lascia con una sensazione di spiazzante angoscia, fino al punto da farci sentire a disagio, e proprio per questo è uno dei finali più originali mai trasmessi in televisione.

Adattarsi all’inevitabile

Deep adaptation è il nome di un paper alquanto scomodo, che ha avuto una limitata diffusione e condivisione da parte di chi pensa che il cambiamento climatico sia una cosa seria, molto seria. Seria al punto da farsi venire lo scrupolo di chiedersi: ma ci stiamo preoccupando abbastanza?

Jem Bendell, l’autore del paper, vuole dimostrare che l’approccio adottato finora dalla comunità scientifica e dai gruppi di interesse ambientalistici per la divulgazione delle conseguenze del cambiamento climatico sia sostanzialmente sbagliato. Per farla breve, la situazione è ormai talmente compromessa che dovremmo iniziare a fare i conti non tanto con l’idea che la temperatura globale continuerà a salire, ma col collasso stesso della società. L’approccio mainstream, sostiene l’autore, dà una versione edulcorata della situazione per non generare una sensazione di sconforto, che spazzerebbe via la speranza di poter effettivamente rendere reversibile gli effetti dell’attività umana sul clima. Il che è stucchevolmente paternalistico, sottolinea Bendell, visto che in molti – i molti sono quelli che hanno una coscienza del fenomeno, chi non se ne cura rimane ignaro comunque – sono già coscienti della gravità della situazione e non è detto che un linguaggio più franco non sia foriero di una maggiore disponibilità al sacrificio. Questa impostazione del dialogo tra esperti e pubblico è frutto di uno stato di perenne negazione, tipica di ogni civiltà che ha il suo “blind spot” da cui non riesce a percepire la sua stessa fine.

La stessa terminologia green più in voga sembra voler mancare di proposito il nocciolo della questione. Si pone l’accento sui concetti di “sostenibilità” o di “neutralità carbonica”, che lasciano intendere una volontà di mantenimento dello status quo: soluzioni parziali, che pretendono di sterilizzare le conseguenze di comportamenti intrinsecamente sbagliati lasciandoli inalterati. È la stessa natura della vita moderna (occidentale, soprattutto) ad essere dannosa per l’ambiente e non importa quanti alberi si piantino per voler compensare la nostra insostenibilità. Infatti, per forza o per amore, toccherà passare per delle fasi, dice Bendell: di “relinquishment”, cioè lasciare andare per sempre alcune abitudini che diamo per scontate come uomini-economici; di “restoration”, in cui si dovranno riprendere gli usi che sono stati cancellati dalla società a trazione-fossile, sia dal lato consumista che sociale; e di “reconciliation”, ossia il vivere con la consapevolezza che tutti gli sforzi che faremo potrebbero anche non essere sufficienti. Insomma, c’è ancora tutto da fare e tutto quello che si è già fatto rischia di aver mancato l’obiettivo.

Anche armati di buona volontà e visioni lungimiranti, tocca ammettere però che non è facile far coesistere un’agenda ambientale così radicale con quella politica, democratica e liberale. Lo stile di vita che abbiamo acquisito, e quello che stanno acquisendo posti nel mondo che il benessere lo vedono da solo poche decine di anni, è un privilegio che viene difeso con le unghie e con i denti perché purtroppo la modernità non ci ha portato in dote la capacità di empatizzare col nostro futuro. Tra le cose che possiamo cambiare fin da subito invece, qualche sforzo in più sul come parlarci non sarebbe vano. Per esempio sarebbe ora che la coscienza del disastro, da sempre temuta perché si ritiene conduca all’anarchia, diventi un esercizio di saggezza collettiva. Invece di vivere in uno stato di negazione – di cui la crisi ambientale è solo una (grande) testimonianza tra le altre, si veda la Guerra – si potrebbe semplicemente accettare di migliorare come homo sapiens, visto che l’evoluzione della specie è un processo che ci dimentichiamo troppo spesso essere ancora in itinere. D’altronde, arrivati a quasi 300mila anni di età, siamo diventati abbastanza grandi da aver acquisito il diritto di sapere le cose come stanno anche quando sono disperate.

Greta Thunberg ha ragione, Greta Thunberg ha torto

Venerdì 27 settembre c’è stato il terzo sciopero globale per il clima. L’evento è stato cronologicamente vicino all’intervento di Greta Thunberg all’ultimo vertice sul clima dell’ONU del 23. Dopo aver visto il suo intervento ho iniziato a elaborare un pensiero che si discosta leggermente rispetto a quello dicevo – comunque con cautela – in questo mio post di marzo.

L’alta esposizione mediatica a cui è stata sottoposta Greta ha fatto sorgere un po’ di scetticismo – già avevamo parlato di quello becero dei suoi spietati oppositori – anche tra chi nel cambiamento climatico ci crede eccome. Sebbene le accuse della serie “è pilotata da qualcuno” o “tanto lo sappiamo che è di buona famiglia” siano forzate dato che non sappiamo se sia davvero stato per queste ragioni che è successo quello che è successo, di sicuro c’è l’eccezionalità di vedere una ragazza di 16 anni invitata a tutti gli eventi sul clima in un momento topico per la storia umana. Diciamocelo, la protesta che iniziò in Svezia davanti alla sua scuola è stata sicuramente unica per la sensibilità che Greta ha dimostrato così precocemente (ma è davvero così unica? c’è sempre la tendenza a considerare gli adolescenti bestie prive di ideali) ma sorprende il fatto che la notizia non sia rimasta una notizia di cronaca svedese o al limite una comparsata su qualche testata internazionale.

La mia conclusione, amara, non è che Greta sia stata strumentalizzata o teleguidata: è che – e ne sono terrorizzato – sembra che l’umanità stia consegnando le chiavi del suo futuro non tanto ad una ragazza così giovane, ma ad una sola singola persona, punto. Viviamo tempi così eccezionali che deve essere Greta a dire all’ONU che bisogna fare qualcosa per il clima, accusando quegli stessi governi – ma non i popoli, che però si omette di dire che sono altrettanto restii a cambiamenti dei loro stili di vita in senso più sostenibile – che ne fanno parte; facendo degli interventi basati sull’invettiva e sulla pietà che però non aiutano nessuno a risolvere il problema. Perché ancora una soluzione non c’è.

Insomma ci siamo riusciti. O sei con Greta e sei ambientalista o sei contro di Greta e, quindi, non lo sei.

L’ambientalismo che non vedo

Mi sorprende vedere quotidianamente alcuni, tanti, gesti di per sé insignificanti ma significativi nel supposto clima di emergenza da cambiamento climatico che abbiamo iniziato a vivere negli ultimissimi anni.

Cannucce nei drink, bicchieri di plastica per un sorso d’acqua, macchine in sosta lasciate accese, temperature glaciali negli ambienti climatizzati. Azioni che magari sono svolte dalle stesse persone che sono sinceramente dedite alla causa dell’ambiente ma che sembrano non contare, perché ci siamo troppo abituati a degli standard di vita da bambini viziati.

È un po’ la storia della civiltà occidentale: pulirsi la coscienza, ma male.

Greta Thunberg e l’Uomorsomaiale

Oggi in centinaia di città del mondo si è tenuto il Global Strike for Future, la manifestazione di solidarietà sul tema dell’ambiente e del cambiamento climatico innescata da Greta Thunberg, la ragazza svedese di 16 anni che ha iniziato da mesi a protestare davanti al Parlamento del suo paese chiedendo più sforzi per l’ambiente.

C’ero anche io, a Perugia.

Non il mio profilo migliore ma grazie Andrea per la foto

Non sono mai stato un entusiasta delle manifestazioni o dei cortei ma oggi non me la sono sentita di mancare; e sono stato felice di aver partecipato insieme a tanti ragazzi che hanno voluto dimostrare che per l’ambiente sono disposti a lottare. A proposito di lotta, vorrei fare proprio una riflessione su questo punto.

Recentemente ho rivisto una puntata di South Park del 26 aprile 2006 intitolata “ManBearPig” (Uomorsomaiale, come da titolo). La puntata parlava di Al Gore, candidato democratico (e icona ambientalista ante litteram) alle presidenziali USA del 2000 sconfitto da G. W. Bush, che teneva una conferenza alla scuola di South Park proprio su questa strana creatura. Quando vidi anni fa la puntata per la prima volta, molto ingenuamente, non capii che la satira degli autori di South Park era rivolta al cambiamento climatico: l’Uomorsomaiale era la metafora di un pericolo irrealistico di cui qualche personaggio stravagante parlava ma che nessuno effettivamente vedeva, cioè l’aumento della temperatura del nostro pianeta. Insomma, Matt Stone e Trey Parker erano all’epoca dei negazionisti del climate change. Oggi si sono ricreduti e si sono umilmente scusati con un altro episodio dell’ultima stagione sempre dedicato ad Al Gore, dove questa volta aveva ragione.

South Park aveva preso una cantonata. Una delle poche aggiungerei, in uno show che sa essere di una profondità unica. Eppure, c’è una piccola lezione che possiamo prendere da quell’episodio e riportarla agli eventi di oggi, 15 marzo 2019. Quello che si criticava di Al Gore era il suo ostentare una presunta superiorità morale nei confronti degli altri, avendo speso molto del suo capitale politico proprio sul tema del cambiamento climatico. Alla fine dell’episodio si accusava Al Gore non tanto di essere ambientalista quanto di essersi inventato la storia dell’Uomorsomaiale perché, altrimenti, nessuno si sarebbe ricordato di lui – come purtroppo capita ad ogni sconfitto. Infatti, Al Gore veniva rappresentato con un mantello rosso da supereroe mentre fingeva di volare.

Al Gore al termine della puntata

Greta Thunberg non è Al Gore. Non sta facendo campagna elettorale, non sta protestando per attirare l’attenzione su di lei. Ma, probabilmente suo malgrado, è già diventata un simbolo, un’icona. Nei giorni che precedevano la manifestazione di oggi i social network hanno iniziato a gorgogliare, e qualcuno sta commentando, non solo positivamente, la figura di Greta. Questi commenti sono stati citati e disapprovati anche in alcuni interventi di oggi – almeno a Perugia – e penso che siano un campanello d’allarme da tenere da conto.

Non trasformiamo questa nuova ondata ambientalista nell’ennesimo sfogo di rabbia e odio. Non dividiamo il mondo tra seguaci e detrattori di Greta. Non lasciamo a una sola persona la responsabilità di tutto il pianeta.

Non manifestiamo per Greta, manifestiamo insieme a Greta.

Non abbiamo bisogno di un altro Al Gore, un altro eroe da martirizzare sull’altare delle nostre buone intenzioni. Questa volta non esiste un noi e un loro: tutti siamo stati complici della superficialità con cui abbiamo trattato l’ambiente e tutti dovremo essere alleati per risolvere il problema. Se vogliamo cambiare i paradigmi della nostra società iniziamo a cambiare anche i paradigmi con cui chiediamo i cambiamenti che vogliamo.