Il problema della cronaca nera

Una cosa che non ho mai compreso e accettato nei Telegiornali è stata la sistematica presenza della cronaca nera, ogni giorno, spesso padrona del palinsesto. Facciamo i nomi e non generalizziamo: questo succede regolarmente durante le edizioni del TG2, di Canale 5 e di Studio Aperto; più raramente in quello di LA7, che fino al 2018 dedicava una rubrica esclusivamente alle notizie di cronaca (TG LA7 Cronache).

Questo mio fastidio si è recentemente accentuato da una notizia tanto drammatica quanto sorprendente. Mi riferisco all’arresto di Said Mechaout, che ha confessato di aver ucciso Stefano Leo il 23 febbraio scorso. Ciò che colpisce è stato il movente: l’assassino ha detto di averlo fatto perché la vittima sorrideva troppo. Le indagini e gli accertamenti sono ancora in corso quindi è bene non prendere troppo per oro colato le prime notizie che la stampa ha fatto trapelare.

Il TG2 ha dato la notizia ieri all’ora di pranzo, sono stati mandati in onda due servizi, e l’ha riportata anche oggi. Il rito che si è presentato è sempre il medesimo: interviste ai famigliari della vittima, alle persone vicine (colleghi, amici) e ai passanti della città, Biella in questo caso. L’inviato del TG2 sulla scena del crimine ha descritto con particolare minuzia i dettagli dell’uccisione di Leo, anche questa una parte immancabile della “narrazione” delle notizie di cronaca nera.

Non posso negare che nonostante tutto il fastidio che provi nei confronti della metodologia con la quale si affrontano queste tematiche questo episodio mi abbia colpito. Se il movente viene confermato diventa difficile accettare razionalmente avvenimenti di questo genere. D’altro canto è proprio questa mia reazione emotiva a farmi capire che la misura è colma. Ci sono due piani su cui articolo la mia critica.

Il piano informativo. Un Telegiornale dell’emittente pubblica nazionale informa il paese di un fatto di cronaca. Qual è l’utilità dell’informazione (in termini qualitativi) di cui gode il pubblico? Ci sono aspetti politici da considerare (l’assassino è di origine straniera, ma non ha agito in quanto terrorista o espresso un disagio legato alla sua condizione di “non italiano”)? Si danno degli strumenti conoscitivi utili per prevenire/contrastare episodi del genere (meglio non sorridere troppo quando si cammina?, dobbiamo avere – più – paura degli sconosciuti?)? Insomma, perché questo fatto – e tutti gli altri della cronaca nera – sono aprioristicamente degni di essere riportati (con tale enfasi)?

Il piano emotivo. Come scrivevo qualche riga più in su, questo particolare episodio ha scosso anche me che ormai sono tendenzialmente assuefatto alla cronaca violenta (e l’assuefazione è un’altra grossa conseguenza della sovraesposizione mediatica). La cosa che colpisce è la freddezza con cui il giornalista racconta, o sarebbe più corretto dire elenca, quotidianamente i fatti di cronaca. Il tono monotono, il mix di frasi rituali, talvolta il sensazionalismo inopportuno. Insomma, l’inadeguatezza. Mi ricordo che, fino a un anno e mezzo fa almeno, nei servizi relativi ai femminicidi il TG2 della Rai faceva comparire in grafica un contatore che scorreva all’aumentare delle vittime nel corso dell’anno. Non esiste una dimensione emotiva se non quella, indirettamente, di alimentare un senso di sfiducia verso tutto ciò che ci circonda. La cronaca nera ci ricorda che il mondo è un posto brutto, quasi a volerci rassicurare che tanto non possiamo farci nulla.

Un esempio

Mi chiedo, se proprio è necessario farlo, non esiste un altro modo di raccontare la cronaca? D’accordo il giornalismo è per sua natura neutro, sentimentalmente asettico e gli si chiede come minimo il compito di riportare dei fatti. Ma ciò che è professionale è sempre giusto?

Fa ridere, ma succede così

Vent’anni di Matrix

Proprio ieri ricorrevano i venti anni dall’uscita del film Matrix. Correva l’anno 1999. Ignaro di questo anniversario qualche giorno fa me lo ero riguardato, dopo che era stato aggiunto insieme agli altri due capitoli della trilogia sul catalogo di Netflix.

Rivederlo mi è servito a due cose. 1) Leggendo qua e là ho scoperto che era stato criticato da molti nonostante il successo al botteghino (anche da Jean Baudrillard, che ispirò i registi) e 2) ho capito quanto sia stato un film importante per definire l’inizio del nostro secolo. Sarebbe inutile ripetere trama, filosofia e impatto cinematografico che Matrix ha avuto dato che persone più qualificate di me hanno già detto tutto a loro tempo. Mi limiterò a riportare qualche pensiero utile ai fini di questo blog.

La prima cosa che mi sono chiesto è stata: Matrix è stata una profezia sul futuro o una semplice constatazione del presente che era in atto? Non importa. Matrix mi è sembrato un film concepito da una civiltà giunta alla sua maturità che ha iniziato ad interrogarsi non solo sull’umanità ma anche sulla sua esistenza (o meglio sulla sua consapevolezza di esistere) in quanto tale. E ha trovato il modo più efficace di spiegarlo tramite numeri verdi che scorrono su di uno sfondo nero.

Ho sempre trovato particolarmente sorprendenti alcune analogie tra l’informatica e la realtà. Quando Neo diventa l’eletto – e lo diventa perché eletti non si nasce (e qua si aprirebbe tutta un’altra parentesi sulla predestinazione, ma facciamo un’altra volta) – vede l’agente Smith e la realtà Matrix che lo circonda per quello che è, ossia righe di codice di programmazione. D’altronde Neo, quando viene scoperto da Morpheus, era un abilissimo hacker.

Ecco, c’era una visione di internet molto romantica vent’anni fa. Il protagonista del film era semplicemente una persona che ci sapeva fare col computer, un’idea lontana anni luce dall’archetipo dell’eroe armato di spada e scudo. All’inizio del secolo, l’umanità che descriveva Matrix era in lotta contro le macchine che l’avevano resa schiava e contro la realtà stessa dell’esistenza. Con le macchine non ci stiamo (ancora) combattendo, ma con l’esistenza?

E ho riscoperto anche questa band ultra-gasante

Chi ha paura del progresso?

Tra le innumerevoli produzioni originali Netflix, spesso contraddistinte da una qualità alquanto scadente, capita di trovare alcune perle rare soprattutto nella categoria dei documentari. Una che sento di consigliare è “Lo and Behold” e parla di Internet, dalla sua nascita alla progressiva interconnessione che sta sviluppando con ogni tecnologia di cui disponiamo e disporremo in futuro. Il documentario è diretto e condotto da Werner Herzog che con le sue domande intelligenti punzecchia scienziati, informatici e ingegneri sul rapporto che la tecnologia sta sviluppando con l’essere umano.

Ma prendiamo questo post un po’ alla larga, come piace fare a me. Ho visto questo documentario dopo la tragedia del Boeing 737 Max 8 dell’Ethiopian Airlines che è precipitato poco fuori Addis Abeba il 10 marzo scorso. Gli incidenti aerei hanno un impatto emotivo notevole e contribuiscono ad alimentare una paura (statisticamente irrazionale, ma umanamente comprensibile) nei confronti di un mezzo di cui non ci siamo mai fidati completamente. Questo però non è stato un incidente aereo qualsiasi. Il dibattito che ne è scaturito è stato sulla natura di questo nuovo modello prodotto dalla Boeing caratterizzato da un sistema di pilotaggio parzialmente basato su un software che, analizzando alcuni parametri di volo, poteva intervire a sostegno – e in sostituzione – dei piloti. Le indagini sono ancora in corso ma per la natura dell’incidente questa volta l’errore sembra non essere stato umano, ma della macchina. Tutti i paesi che avevano ricevuto in dotazione i 737 Max 8 hanno infatti deciso di sospenderne l’utilizzo.

Mentre a terra si parlava da anni delle auto che si guidano da sole e dei risvolti che potessero avere sulla nostra vita, sembrava essere passato inosservato che anche in cielo si stava andando grossomodo nella stessa direzione. Anche con le self-driving cars ci sono stati degli incidenti fatali, ma non sono ovviamente paragonabili a un disatro aereo. Quello che mi ha spinto a riflettere ancora di più su questa storia è un tweet di Donald Trump in seguito all’incidente, riportato da Repubblica.

Ringrazio il buon Luca che mi ha mandato lo screen qualche giorno fa

Il campo filosoficamente minato della questione è stabilire l’equilibrio tra l’intervento umano, potenzialmente salvifico, sulla macchina e la libertà della stessa macchina di agire per assicurare, complessivamente, una sicurezza maggiore. Ora, Donald Trump non rappresenta ai miei occhi un interlocutore valido per dirimere la questione. Eppure su questo tweet, piuttosto che liquidarlo come semplice nonsense, mi ci sono dovuto soffermare. “Le cose vecchie e semplici” è un modo sgraziato di dire che abbiamo paura che venga sottratta all’uomo la libertà di sbagliare e di prendersene la responsabilità. Se è un software a sbagliare, tutta la gamma delle reazioni umane deve essere rivisitata: di chi è la colpa? Dei programmatori? Ok, ma quali? O rendiamo i software, magari quando diventeranno più vicini a intelligenze artificiali, soggetti giuridici che possiamo colpevolizzare e quindi punire – che poi, dove starebbe la soddisfazione nel punire una cosa che abbiamo creato noi? La realtà è che l’errore umano, in qualche modo, è confortante. L’errore della macchina aggiunge, paradossalmente, imprevedibilità a un’esistenza già scandita dalle coincidenze. E oggi, 20 marzo 2019 d.C., non siamo disposti ad accettarlo.

Affrontare questo ragionamento dopo aver visto il documentario citato qualche riga fa rende più sfaccettato (e intricato) il mio ragionamento. La quasi totalità degli intervistati in “Lo and Behold” era entusiasta delle potenzialità che la tecnologia ci offrirà a breve. La componente etica, o umanistica se vogliamo, veniva liquidata abbastanza in fretta. Per fare un esempio, quando Werner chiedeva provocatoriamente a uno dei suoi intervistati – che sosteneva che le macchine saranno in grado di fare qualsiasi attività umana meglio degli umani stessi – se saremmo stati battuti anche nella capacità di amare lui rispondeva: “francamente a me non interessa che la mia lavastoglie si innamori del frigorifero”.

Nello scrivere queste parole sono consapevole di inciampare nella sindrome da uomo-timoroso-del-suo-secolo che teme l’imprevidibilità del cambiamento epocale. Che poi suona pure contradditorio, visto che qualche riga fa sostenevo di essere un amante della fantascienza e anzi, mi lamentavo di un presente non abbastanza futuristico. Eppure, credo che il mio sia un tentativo di rivendicare un progresso consapevole: tra un approccio taumaturgico nei confronti della tecnologia e un ingenuo ritorno al tempo delle caverne, scelgo uno sviluppo slow e à la carte. Slow per renderlo meno traumatico, impedendo ai più timorosi l’uso di torce e forconi contro la scienza; à la carte perché mi sto convincendo che non per forza tutto, ma proprio tutto, debba essere sostituito dalla tecnologia.

Così robot, così umano

Greta Thunberg e l’Uomorsomaiale

Oggi in centinaia di città del mondo si è tenuto il Global Strike for Future, la manifestazione di solidarietà sul tema dell’ambiente e del cambiamento climatico innescata da Greta Thunberg, la ragazza svedese di 16 anni che ha iniziato da mesi a protestare davanti al Parlamento del suo paese chiedendo più sforzi per l’ambiente.

C’ero anche io, a Perugia.

Non il mio profilo migliore ma grazie Andrea per la foto

Non sono mai stato un entusiasta delle manifestazioni o dei cortei ma oggi non me la sono sentita di mancare; e sono stato felice di aver partecipato insieme a tanti ragazzi che hanno voluto dimostrare che per l’ambiente sono disposti a lottare. A proposito di lotta, vorrei fare proprio una riflessione su questo punto.

Recentemente ho rivisto una puntata di South Park del 26 aprile 2006 intitolata “ManBearPig” (Uomorsomaiale, come da titolo). La puntata parlava di Al Gore, candidato democratico (e icona ambientalista ante litteram) alle presidenziali USA del 2000 sconfitto da G. W. Bush, che teneva una conferenza alla scuola di South Park proprio su questa strana creatura. Quando vidi anni fa la puntata per la prima volta, molto ingenuamente, non capii che la satira degli autori di South Park era rivolta al cambiamento climatico: l’Uomorsomaiale era la metafora di un pericolo irrealistico di cui qualche personaggio stravagante parlava ma che nessuno effettivamente vedeva, cioè l’aumento della temperatura del nostro pianeta. Insomma, Matt Stone e Trey Parker erano all’epoca dei negazionisti del climate change. Oggi si sono ricreduti e si sono umilmente scusati con un altro episodio dell’ultima stagione sempre dedicato ad Al Gore, dove questa volta aveva ragione.

South Park aveva preso una cantonata. Una delle poche aggiungerei, in uno show che sa essere di una profondità unica. Eppure, c’è una piccola lezione che possiamo prendere da quell’episodio e riportarla agli eventi di oggi, 15 marzo 2019. Quello che si criticava di Al Gore era il suo ostentare una presunta superiorità morale nei confronti degli altri, avendo speso molto del suo capitale politico proprio sul tema del cambiamento climatico. Alla fine dell’episodio si accusava Al Gore non tanto di essere ambientalista quanto di essersi inventato la storia dell’Uomorsomaiale perché, altrimenti, nessuno si sarebbe ricordato di lui – come purtroppo capita ad ogni sconfitto. Infatti, Al Gore veniva rappresentato con un mantello rosso da supereroe mentre fingeva di volare.

Al Gore al termine della puntata

Greta Thunberg non è Al Gore. Non sta facendo campagna elettorale, non sta protestando per attirare l’attenzione su di lei. Ma, probabilmente suo malgrado, è già diventata un simbolo, un’icona. Nei giorni che precedevano la manifestazione di oggi i social network hanno iniziato a gorgogliare, e qualcuno sta commentando, non solo positivamente, la figura di Greta. Questi commenti sono stati citati e disapprovati anche in alcuni interventi di oggi – almeno a Perugia – e penso che siano un campanello d’allarme da tenere da conto.

Non trasformiamo questa nuova ondata ambientalista nell’ennesimo sfogo di rabbia e odio. Non dividiamo il mondo tra seguaci e detrattori di Greta. Non lasciamo a una sola persona la responsabilità di tutto il pianeta.

Non manifestiamo per Greta, manifestiamo insieme a Greta.

Non abbiamo bisogno di un altro Al Gore, un altro eroe da martirizzare sull’altare delle nostre buone intenzioni. Questa volta non esiste un noi e un loro: tutti siamo stati complici della superficialità con cui abbiamo trattato l’ambiente e tutti dovremo essere alleati per risolvere il problema. Se vogliamo cambiare i paradigmi della nostra società iniziamo a cambiare anche i paradigmi con cui chiediamo i cambiamenti che vogliamo.

Perché questo blog /3

Ok, questo sarà l’ultimo post introduttivo.

Quando mi immaginavo il futuro (cioè adesso) da bambino – per colpa di Star Wars mi appassionai alla fantascienza precocemente – sentivo che avrei vissuto la mia giovinezza in un mondo di robot e di astronavi. E in effetti è così. Oggi si parla di intelligenza artificiale, di macchine che si guidano da sole, dell’internet of things; la Cina fa sbarcare un lander sulla faccia nascosta della Luna, i giapponesi “sparano” a un asteroide e Elon Musk promette una colonia umana su Marte nei prossimi anni. Eppure, quando faccio una passeggiata al centro di Spello, tutto mi sembra tranne che vivere in un presente futuristico.

Ovvio, la mia è una provocazione. Il progresso non avviene così repentinamente e spesso si manifesta a macchia di leopardo. Probabilmente nei prossimi decenni arriverà un mondo alla Futurama, ma per ora dovremo accontentarci di Alexa che ci imposta il timer per il tempo di cottura della pasta. Di nuovo, questo decennio verrà sicuramente evidenziato dai cronisti del futuro come fondamentale per il progresso tecnologico ma forse non riuscirà a descrivere quanto le aspettative di noi contemporanei fossero ben più alte rispetto a quello che abbiamo effettivamente vissuto.

La stessa fantascienza attuale sembra diventata noiosamente umile. Prendiamo due grandi film recenti come The Martian e Interstellar. Due cose li contraddistinguono: il realismo e l’attendibilità scientifica. Non mi metto a fare il critico cinematografico, tra l’altro li reputo due ottimi film, eppure entrambi mi sono sembrati eccessivamente prudenti sul futuro che immaginavano. Anche perché i problemi che affrontavano – la vita su Marte il primo, l’ambiente (tra le altre cose) il secondo – sono già attuali oggi, nella realtà. La fantascienza, a parer mio, dovrebbe avere l’ingenuo coraggio di immaginare l’impossibile, come Luke Skywalker che capiva ciò che diceva R2D2.

Ecco che qua ritorna il tema del blog. Sono gli anni delle aspettative disilluse? Siamo in un limbo storico? Come percepiamo l’epoca in cui viviamo? E, tornando un po’ meno seri, se oggi si fanno le feste a tema in un range compreso tra gli anni ’50 e gli ’00, come saranno quelle a tema anni ’10 del duemila?

Tenetelo a mente mentre ascoltate questo bel pezzo

Perché questo blog /2

Parliamo di contenuti. Questo blog nasce da una riflessione che ciclicamente pongo ai miei amici: come verrà ricordata la nostra epoca dagli storici del futuro? Definiamo “la nostra epoca”. Sono nato nel 1993 e, direi ormai abbastanza compiutamente, gli anni novanta sono stati coperti e discussi – anche se magari non del tutto elaborati. Cosa dire invece dei primi anni duemila e degli anni dieci del duemila che si concluderanno a breve? Non fraintendemi, è palese che ci sono già stati degli eventi che saranno elementi cronologicamente caratterizzanti della nostra epoca: l’11 settembre, la crisi economica, il terrorismo islamico in Europa, l’elezione di Donald Trump, il populismo, ecc. La storia, in qualche modo, si scrive da sé ma non è il punto della questione. Quello su cui rifletto spesso è l’aspetto culturale; culturalmente, che anni sono stati i primi 19 anni del duemila?

Nell’immaginario collettivo ogni decade del novecento ha una collocazione culturale che noi, a volte arbitrariamente, le attribuiamo. Gli anni venti della jazz age, gli anni cinquanta dell’american dream, i sessanta degli hippy e della contestazione giovanile, i settanta della musica disco, gli ottanta degli yuppie. Mettendo a fuoco la vista, posso percepire qualcosa dei primi anni duemila, il cui ricordo è annebbiato dato che all’epoca compivo 7 anni. Vedo un mondo fatto di un’estetica plasticosa, grossi monitor sulle scrivanie degli uffici e i video di Moby. In realtà è stato proprio un video di Moby a darmi l’idea del duemila che mi sono fatto.

Perché questo blog

Ho iniziato e cancellato blog almeno quattro o cinque volte.

Quando andavano di moda, ero fissato coi forum: anche in quell’ambito ne creai un paio. Li cancellai dopo poco tempo.

Penso che ci siano stati due motivi per cui non riuscivo a mantenere aperto uno spazio su internet: a) avevo grandi aspettative per quei progetti e b) non era chiaro di cosa volessi parlare.

Ho risolto questi due problemi e, forse, questo blog durerà un po’ di più per i miei standard. Questa volta l’unica aspettativa è quella di scrivere in primis per me e poi, dovesse mai capitare, per qualche sventurato di passaggio. Per quanto riguarda il tema ho ritenuto di aver trovato un argomento, o meglio una scusa, per non essere mai a corto di idee: il presente.