Ci sono episodi della storia umana che se non fosse per l’occhio acuto di alcuni attenti spettatori passerebbero inosservati, cadendo nell’oblio. D’altronde, come vuole l’enigmatico adagio, non si sente il rumore che fa l’albero caduto nella foresta se non c’è nessuno ad ascoltarlo. Ecco, quello che accadde a Parma nel 2015, invece, di rumore ne fece parecchio, almeno tra quella fetta di persone direttamente coinvolte nella vicenda. Quella di Parma era una storia di sport, una storia di calcio. Anzi, era qualcosa di ancor meno interessante, sia tra chi lo sport lo segue che tantomeno tra chi di calcio non vuole neanche sentir parlare: era una questione societaria o meglio, di management dello sport.
Per farla breve, il Parma, all’epoca, si trovò sommerso da una montagna di debiti. Cosa che succede spesso nelle società di calcio. In questi casi, qualcuno interessato (a volte per affetto, più spesso per soldi) a rivitalizzare l’asset interviene, sonda il terreno, e se il gioco vale la candela salva – almeno fino a che gli conviene, di solito il tempo utile per rivendere – la società. Col Parma calcio si stava seguendo grosso modo questo canovaccio, eppure fin da subito iniziarono ad accadere cose fuori dall’ordinario, che divennero repentinamente grottesche. Infatti, la storia che davvero vale la pena raccontare riguarda i personaggi che apparvero a mo’ di sciacalli tra le macerie della società, che si presentarono ai tifosi e alla città nelle vesti di improbabili salvatori.
È possibile ricostruire così bene i fatti di dieci anni fa grazie al lavoro certosino del canale YouTube Mapi Channel, così chiamato in onore della società Mapi Group di Giampietro Manenti, protagonista indiscusso di tutta la faccenda. La prima cosa che colpisce è che Mapi Channel nasce nel 2021, quindi ben sei anni dopo le sfortunate vicende del Parma calcio dell’epoca: frutto dell’afflato poetico di un misterioso autore – si parlava degli spettatori attenti della storia -, forse chiuso in casa in una delle tante zone rosse intermittenti di pandemica memoria. La seconda cosa rilevante è che il canale ha avuto successo: non era così scontato, dopotutto la storia che racconta si svolge nell’arco di qualche settimana e io stesso che il calcio all’epoca lo seguivo più assiduamente faccio fatica ad avere memorie nitide di quei momenti in diretta. Eppure una volta che si entra nel loop di quei video non si riesce ad uscirne: le parole che vengono proferite dai diretti interessati, presidenti, giornalisti, opinionisti, sono così ripetitive e vacue che diventano rumore bianco; i video di Mapi Channel diventano puro ASMR, di cui fruire quando non si riesce prendere sonno o si sta pulendo casa. Si è creata una relativamente piccola ma affiatata community di utenti (il canale ha 20mila iscritti) che fa a gara a scovare i dettagli più astrusi di ogni intervista e che ti coinvolge in un modo che solo su YouTube, tocca rendergli merito, può capitare. Non solo. L’effetto ipnotico causato da tutto questo materiale deriva anche dal fatto che quei concetti, ripetuti così alla nausea, spalancano le porte della percezione, facendoci realizzare che il linguaggio, e il modo in cui definiamo la realtà attraverso di esso, sia un mero costrutto che traccia i labili confini in cui organizziamo il nostro vivere nel mondo; confini che possono essere messi in discussione in un batter d’occhio, perché non è chiaro se è la percezione a fare il mondo o viceversa.
C’è ancora qualcos’altro però, che va oltre all’esilarante nonsense e alla memizzazione a cui i fatti di Parma si prestano in maniera eccezionale. Quello che accadde a Manenti – o meglio, quello che Manenti fece accadere – fu la dimostrazione della porosità del nostro “sistema”, composto da meccanismi astratti e normalizzanti, a loro volta frutto di automatismi tali che prima di farci accorgere che sta succedendo qualcosa di sbagliato (o più correttamente: di dissonante) reagisce con estrema lentezza, per poi (se ci riesce) espellere l’intruso. Manenti compra il Parma calcio con un solo euro, che è probabilmente lo stesso valore della giacca che indossa durante la conferenza stampa in cui si presenta al mondo. Eppure, nonostante il personaggio abbia appesa in faccia una luce al neon che illumina la scritta “non fidatevi di me”, riesce a risultare passabile agli occhi delle istituzioni della Serie A, del manager che lo affianca, dei sopravvissuti vertici dirigenziali del Parma AC. Sembra difficile credere che tutta la filiera calcistica abbia avuto così tante sviste da così tanti soggetti tutti insieme, ma al di là dei risvolti poco trasparenti della vicenda – forse Manenti era un semplice prestanome di qualche interesse occulto, o magari era lui stesso ad avere intenzioni truffaldine, oppure a Parma la situazione era talmente disperata (e lo era) che faceva comodo avere un utile idiota a fare da parafulmine – non è stata mai smentita la possibilità che un unico uomo possa aver provocato tutto questo bailamme solo perché, alla fine, poteva vivere uno spettacolo da protagonista al prezzo di dieci goleador. D’altronde, in quel mese scarso di visibilità, Manenti ha visto partite allo stadio, entrava regolarmente negli spogliatoi della sua squadra, ha incontrato i vertici della Lega Serie A, il tutto mentre decine di giornalisti gli puntavano addosso un microfono in attesa che le sue parole acquisissero finalmente un senso. Insomma, Manenti ha portato Andy Warhol all’estremo. E proprio in virtù di ciò non sembrano tanto le ragioni di Manenti, oneste o meno che fossero, ad essere degne di analisi, quanto tutta l’impalcatura che venne costruita su di lui e che resse per settimane.
La prima conferenza stampa di Manenti è il momento topico di questa vicenda, non a caso il video più visto sul canale di Mapi Channel. Lo stesso contesto è improbabile: la conferenza stampa è un momento rituale e noioso, in cui i giornalisti fanno domande oziose o velleitarie ad interlocutori che rispondono con frasi fatte e fotocopiate. Quelle che passano alla storia sono quasi esclusivamente quelle in cui gli allenatori sbroccano, possibilmente italiani che allenano all’estero. Ma, di nuovo, non è tanto lo show di Manenti a lasciare perplessi: è l’atteggiamento velatamente accomodante (con qualche eccezione positiva) con cui viene trattato il personaggio, dalla stampa o dai controllori disattenti che citavamo, che stona ancor di più se consideriamo la roccambolesca uscita di scena di un altro protagonista di questa epopea. Pochi giorni prima di cedere la presidenza a Manenti infatti, c’era stato un personaggio all’apparenza più presentabile, l’avvocato Fabio Giordano, che si presentò febbricitante ai giornalisti contribuendo alla realizzazione della conferenza stampa più lisergica trovabile sul web. Quindi se una svista poteva capitare, con due diventa difficile essere indulgenti.
C’è un’ulteriore, ennesima, cosa però. La transizione tra il Parma AC nella sua fase storica rispettabile e la banter era manentiana è così sfumata e contigua che spalanca le porte a una riflessione (ancora) più ampia. La cosa affascinante del pallone ai livelli più alti è che a un certo momento strategia aziendale e risultato sportivo si fondono ad un punto tale che è difficile capire, tra le due cose, quanto l’una abbia portato all’altra. L’aleatorietà dei risultati nello sport rischia al tempo stesso sia di vanificare una gestione oculata di una squadra-azienda, quando sono negativi, sia di occultarne le mancanze, laddove una o più stagioni fortunate gonfino i meriti delle persone che siedono dietro le scrivanie. Ma la cosa ancora più affascinante è che le stesse dinamiche possono benissimo manifestarsi anche fuori dal calcio, in qualsiasi azienda, ed è per questo che la storia di Parma intriga e fa riflettere, come si dice quando si sta per arrivare a una morale. Alla fine Elon Musk non è un po’ un Giampietro Manenti che i soldi li ha davvero?
Ecco, è questa la piega che alla fine voleva prendere il nostro racconto, collegandosi con l’attualità. Manenti, volendo adeguatamente romanzare le cose, è stato apripista, fosse anche per una mera questione cronologica, di tutto il periodo storico di assurdità che iniziò proprio in quegli anni là e che perdura tuttora: della post-verità, dell’incompetenza assurta a virtù, del farsi talmente beffe della realtà al punto che conoscerla diventa superfluo. Guarda caso, dopo di lui venne Brexit, Trump, l’ascesa del populismo e il surrealismo della gestione della pandemia, fino ad arrivare al criptofascismo tecno-incompetente attuale. Questo perché, con la stessa pigrizia con cui si affrontò il personaggio, si sono affrontati avversari ben più pericolosi, con il fare da temporeggiatori di quelli che dicono “aspettiamo, tanto ad un certo punto si accorgerà pure lui di quant’è inadeguato”. Il fatto è che di Manenti, alla fin fine, ce ne sono pochi; però il problema è che di pigri ce ne sono sicuramente di più.
Giampietro Manenti venne arrestato il 18 marzo di quell’anno, dopo un mese e mezzo di presidenza, con l’accusa “di reimpiego di capitali illeciti, per aver provato a ottenere con l’aiuto di complici 4,5 milioni di euro da versare al club tramite l’utilizzo di carte di credito clonate”, il che farebbe inferire che tutto ciò che aveva fatto prima di comprare il club fosse stato in effetti nei limiti della legalità. Quindi quello che incastrò Manenti fu un reato commesso in veste di presidente del Parma, tra l’altro nell’atto di portare concretamente soldi nelle casse della società – cosa non banale, visto che chi lo precedette, e lo seguì, non ottenne poi risultati migliori. Esiste qualcosa di più poetico?
“Lei è un bluff?” “Probabilmente sì, probabilmente no”
