Sono entrato nella cattedrale di Notre-Dame due volte, in coincidenza con le altrettante volte che ho visitato Parigi. L’aver familiarizzato con un luogo, seppur per poco, rende ancora più vivide le immagini che sono state trasmesse ieri dalle TV di tutto il mondo della cattedrale in fiamme.
Si è già detto tutto sul simbolo, sulle perdite, sul bisogno di ricostruire. Aggiungo, nel mio piccolo, una riflessione che non può che essere anche sul XXI secolo, sennò non ci avrei chiamato così il blog. In realtà, sorprendentemente, un giornalista del TG2 che riportava la notizia oggi all’ora di pranzo mi ha già dato uno spunto valido: parafrasando, il servizio ricordava che il nostro sconforto per quello che è successo deriva dal riconoscere la triste sorte dell’umanità, quella di essere soggetta all’imprevedibilità dell’esistenza; il fatto che Notre-Dame esista da più di 800 anni ma possa bruciare in un giorno non ci rassicura granché.
Negli ultimi anni ho riflettutto molto sul significato delle città, sia da un punto di vista tecnico/urbanistico che da un punto di vista di immagini, valori. Sappiamo che è di vitale importanza per la nostra società conservare, mi verrebbe da dire ibernare, il passato nelle sue manifestazioni più gloriose. Col tempo ho iniziato a chiedermi, perché ne abbiamo così bisogno? Tralasciamo le risposte che già sappiamo: perché esiste un “patrimonio dell’umanità” che è nostro dovere morale conservare; perché è una questione di “storia” o di “identità” degli stati; perché dobbiamo avere rispetto del passato. Ecco, a volte invece credo che la nostra società (almeno quella occidentale, almeno quella dell’ultimo secolo) abbia una sorta di timore reverenziale – se non un vero e proprio complesso d’inferiorità – verso il passato, più glorioso del presente per definizione.
È difficile spiegare questa percezione, perché di questo si tratta, senza scadere in una narrazione fin troppo romantica dei bei tempi che furono e troppo denigratoria dei tempi che sono. Quello che penso è che si sia rinunciato a costruire, a immaginare, il “bello” perché ci bastava quello che era già stato fatto dai nostri predecessori. Molte città europee, quasi tutte quelle italiane, sono rimaste sostanzialmente le stesse da secoli. Anche quando le contraddizioni tra la fruizione della città antica e quella moderna sembrano inconciliabili (vedi Roma) nessuno osa dire che il re è nudo. Ha senso questa concezione indiscutibile del passato? Ci aiuta davvero ad essere più saggi come società?
Quello che è successo ieri a Parigi ha messo in luce l’attaccamento che abbiamo verso questa idea. La prima cosa che il presidente Macron ha detto è stata “la ricostruiremo”. Con le dovute proporzioni, è successa la stessa cosa con la basilica di San Benedetto a Norcia colpita dal terremoto del 2016. Che poi, in entrambi i casi, non era la prima volta che si ricostruiva. E tante volte ancora. Forse mi sbaglio io, non è solo una questione del XXI secolo. L’umanità ha sempre avuto uno strano rapporto col passato.
Edit: c’è qualcuno che è d’accordo con me