L’esaltazione della mediocrità

Da quando Giuseppe Conte si è dimesso sembra quasi che ci si sia resi conto che Matteo Salvini non sia poi un politico così scaltro. Sebbene ancora qualcuno si ostini a dire che il ministro dell’interno abbia un piano o che tanto-se-si-vota-prende-il-50-percento, l’assurdità sta nel fatto che si sia sopravvalutato così a lungo un uomo dalle capacità politiche così mediocri.

Il Salvini grande comunicatore somiglia tanto a quegli stanchi luoghi comuni politici sulla falsariga del “puoi dire tutto a Berlusconi ma almeno è stato un grande imprenditore”. No, Salvini non è mai stato un grande comunicatore. Come non è lo stato Trump, o Bolsonaro o Farage. Salvini dice quello che gli passa per la testa. Ogni giorno si limita a scegliere tra il suo set di 3/4 pensieri elementari che hanno fatto la sua campagna elettorale. Sono pronto a scommettere che non abbia mai avuto bisogno di un ghost writer o di un social media manager. Eppure, nel mare di mediocrità politica in cui sembra sia sommerso tutto il mondo, le doti comunicative di Salvini suscitano apprezzamenti anche tra i suoi detrattori.

“Vincere” le elezioni non basta per essere un buon politico.

L’ambientalismo che non vedo

Mi sorprende vedere quotidianamente alcuni, tanti, gesti di per sé insignificanti ma significativi nel supposto clima di emergenza da cambiamento climatico che abbiamo iniziato a vivere negli ultimissimi anni.

Cannucce nei drink, bicchieri di plastica per un sorso d’acqua, macchine in sosta lasciate accese, temperature glaciali negli ambienti climatizzati. Azioni che magari sono svolte dalle stesse persone che sono sinceramente dedite alla causa dell’ambiente ma che sembrano non contare, perché ci siamo troppo abituati a degli standard di vita da bambini viziati.

È un po’ la storia della civiltà occidentale: pulirsi la coscienza, ma male.

Ci vuole coraggio ad indignarsi

Mi è capitato di leggere in una rivista locale l’intervista di una signora che ha partecipato al concorso “Vinci Salvini”; e lo ha pure vinto. La posta in palio era una telefonata di 30 minuti col ministro dell’interno. La signora era riuscita ad escogitare un sistema per aumentare le sue probabilità di vittora grazie ad una sorprendente conoscenza dell’algoritmo che gestisce i mi piace di Facebook. Chapeau.

Dopo la chiacchierata la signora ha detto che, tra le altre cose, le è piaciuta la capacità di Matteo Salvini di indignarsi per le cose che non vanno… E mi è subito venuto in mente questa cosa qui.

Essere umano qualsiasi : Sono indignato!
Pubblico : Bravo! Bravo! Ha ragione… questo è uno che mi piace!

Perché la politica è noiosa /3

Concludo la trilogia. Giuro che non la riesumerò come stanno facendo ad Hollywood con tante saghe del passato (tra l’altro anche questo sarà oggetto di post, in futuro).

L’altra ultima questione che mi ha portato a fare questa riflessione è una tendenza più generale che può essere applicata a tanti altri aspetti della nostra società. Uso una definizione che ho coniato io stesso: la memizzazione della realtà (per fare il verso alla Scomparsa della realtà di Baudrillard).

I meme sono una forma di comunicazione della nostra epoca. Si tratta di un modello standardizzato che descrive eventi, per lo più in chiave comica, riproducibile in serie e replicabile con lievi modifiche da chiunque. Insomma, (il senso del)lo spirito del web.

Tra l’altro esiste una pagina chiamata meme generator, tanto per far capire la logica produttiva che si cela dietro a queste immagini.

I meme sono prosperati con la nascita dei social network. In questi spazi si è creata la necessità (o forse è venuta spontaneamente) di adottare un linguaggio franco, immediato, comprensibile a tutti, utile a creare una visione della realtà condivisa da una comunità. Ecco, è qua che nasce un cortocircuito. Ad un certo punto non sono state solo le battute o i riferimenti alla vita quotidiana ad essere memizzati, ma anche temi politici o di attualità generale. La conseguenza – opinione mia – di tutto ciò è stata una perdità della serietà con cui si considera la realtà.

Tuttavia questa non è una tendenza che si è manifestata esclusivamente dal basso. Se c’è una definizione azzeccata di questi ultimi 3 anni di attualità internazionale è stata quella di “post-verità“. Questo concetto non significa che il dibattito mondiale sia tendenzialmente caduto vittima della falsità (a quello ci pensano le fake news) ma che la realtà, i fatti, siano diventati essenzialmente superflui per la nostra conoscenza del mondo. Insomma, si è creato un circolo vizioso dove la politica non viene presa sul serio perché non più capace di farsi prendere più sul serio. Quando penso ai primi mesi del governo Lega-5stelle e a quanto si affannassero i giornali a sezionare ogni dichiarazione approssimativa, se non del tutto falsa, dei suoi esponenti mi chiedo quanta utilità abbia avuto il cosiddetto debunking per riportare l’oggettività nel dibattito. Nessuna, temo, perché se non interessa più la realtà qual è il senso di parlarne?

E così si è creata questa strana competizione. Il politico che giorno dopo giorno abbassa l’asticella qualitativa del dibattito, l’intellettuale che cerca di riportare all’oggettività ma appena lo fa deve già “smontare” la nuova bufala del momento. Il tutto accompagnato sullo sfondo da una cittadinanza virtuale che segue la politica solo tramite l’ironia dei meme. È come se fosse saltato il fusibile: si può dire tutto e il contrario di tutto ma non importa, basta dire qualcosa. Anche il meccanismo dell’indignazione si è inceppato. Condividere gli strafalcioni dei politici tanto per sbertucciarli porta solo ad un vicolo cieco.

Per non essere troppo distruttivo mi sento di dare un consiglio: torniamo alla realtà. Cosa significa di preciso? Onestamente, non lo so.

Uno dei personaggi più assurdi dei nostri tempi può aiutare a capire

Perché la politica è noiosa /2

Per continuare la mia riflessione sulla noia della politica scelgo, non tanto casualmente, il giorno seguente alle elezioni Europee. Se questo post avesse un sottotitolo sarebbe “la leggenda del voto utile“.

Ieri si è consumata l’ennesima battaglia tra le forze del bene e quelle del male, tra noi progressisti, colti, buoni e loro rozzi, incapaci, cattivi (tendenzialmente ogni schieramento si sente sempre come il “noi“, a ragione). Qualcuno ha vinto, molto, qualcuno ha perso, qualcuno dice di aver vinto anche se non è vero. Ci tengo a precisare che la mia è una riflessione molto generica, che volutamente cerca di sorvolare sul fatto che delle elezioni appena passate non si è ben capito cosa fosse in palio se non ottenere più voti degli altri per fare in Europa, in Italia o nel mondo… qualcosa.

Ad ogni elezione si recita questo mantra del voto utile. I sondaggi, ormai molto attendibili, danno un’idea chiara di come finirà un’elezione. Non votare per uno dei partiti previsti come principali significa “buttare un voto“. È lapassiano dire che questa è la classica profezia che si autoavvera: se tutti votano i partiti che ci si aspetta prenderanno più voti gli altri ne otterranno di meno. Questo ragionamento si porta dietro il corollario del “votare il meno peggio“. Messi alle strette con una scelta obbligata, si sceglie per paura di quello che succederà nel caso in cui vincano loro. È un voto fatto di dubbi e ripensamenti ma che cerca il più possibile di essere razionale e giusto.

Ecco, col tempo sono arrivato alla conclusione che il voto non è una scelta esatta. Forse non vuole neanche esserlo. Il voto è “giusto” in base all’interesse dell’elettore che porta con sé al seggio una parte dell’interesse nazionale (solitamente la sua). Così, al termine di ogni elezione, gli sconfitti si chiedono meravigliati come sia possibile che gli elettori abbiamo votato per loro. Succede così spesso che sto iniziando a chiedermi se qualcuno lo domandi effettivamente agli elettori dell’altro schieramento per capirlo e pensarci su.

Concepire il voto in maniera così limitata e limitante porta ad una spiacevole conseguenza: l’appiattimento. Latitano le alternative, le proposte e si vivacchia politicamente diventando, a turno, l’opposizione – spesso legittimata dalla sola esistenza di una maggioranza. Una sola cosa le mette d’accordo: gli indecisi e gli astenuti stanno sulle scatole a tutti.

Proprio ieri sera mi sono rivisto questo bel film. Ci sono un po’ di luoghi comuni, ma ha una certa forza

Perché la politica è noiosa /1

Mi sono reso conto che nell’ultimo mio post sulla politica noiosa non mi sono sforzato più di tanto nel dare una spiegazione elaborata a questa mia forte affermazione. Pertanto, quello che ho scritto dovrebbe essere messo sotto la categoria “sfoghi”.

Ho deciso di rimediare con una piccola serie di post che prova a dare una risposta a quella riflessione (sempre sul XXI secolo, ricordiamocelo) che sapeva tanto di provocazione. In questo caso una delle questioni che sollevo è quella del complottismo.

Sono abbastanza convinto che il complottismo sia più la conseguenza che la causa della noia della politica. Ragioniamo: la democrazia liberale è lo strumento attraverso il quale il potere è stato edulcorato da una serie di pesi e contrappesi che ne hanno reso il suo esercizio limitato e controllato. La democrazia, per farla breve, richiede una certa dose di prevedibilità. Si vota ciclicamente, i partiti mantengono una struttura grossomodo immutabile e si cerca di attuare decisioni nel rispetto delle procedure e delle consuetudini del sistema politico di riferimento (che quindi difficilmente riescono a rivelarsi rivoluzionarie). Ciò crea una classe politica, ovvero un’insieme di persone che maturano una conoscenza dei meccanismi dello stato, che cerca di perpetuare se stessa. Il politico così facendo diventa il simbolo degli intrighi, di qualcuno che ce l’ha fatta non per particolari meriti umani ma perché conosce bene i suoi polli. Attenzione! Questa è una descrizione semplicistica della democrazia ma che mi aiuta a sollevare il punto della questione.

Cosa c’entra appunto questa considerazione col complottismo? Il complottismo ha diverse ragioni e molte sfaccettature, e una di queste è quella di riportare la lotta politica a una dimensione più primitiva. Semplificando, il complottismo (che trascende nel populismo) riduce molte questioni d’attualità ad una lotta tra forze oscure e potenti che ostacolano in ogni modo il benessere della gente comune, buona per definizione. Il complottista spesso invoca la rivoluzione, una sollevazione spontanea di persone che chiedono un cambiamento istantaneo, a qualsiasi costo. Questa frenesia di voler fare qualcosa, qualsiasi cosa, è frutto di quella prevedibilità noiosa che la democrazia offre. Le teorie del complotto offrono una narrazione alternativa, romantica e romanzata di una realtà complessa e intricata, e quindi molto più entusiasmante della conoscenza del diritto costituzionale, per dire.

Intendiamoci, “noia” è un attributo con una connotazione negativa. Sarebbe più meritevole nei confronti della democrazia utilizzare il termine “pazienza”, perché è questo ciò che serve per tenere insieme uno Stato composto da milioni di voci diverse. Eppure, un evidente malcontento serpeggia in questo decennio. Che la politica sia stata noiosa per colpa della sua natura o per colpa dell’incapacità di rendersi diversa dovrebbe diventare oggetto di dibattito. Di sicuro, avrei un certo timore di una civiltà annoiata.

La politica noiosa

Quando qualcuno mi interroga sull’utilità del voto non mi dilungo poi così tanto nel dare una spiegazione sulla sua importanza: di solito rispondo “votare mi fa sentire bene”. A un paio di settimane di distanza dalle elezioni del 26 maggio se qualcuno mi chiedesse per chi voterei o addirittura se dovessi andare a votare gli risponderei molto superficialmente che “non ne ho voglia”.

(Non) Lo faccio per protesta? (Non) Lo faccio perché rubano tutti? (Non) Lo faccio perché tanto non cambierebbe niente? Nah, queste sono risposte qualunquiste a cui sono sempre stato allergico. In realtà (non) lo faccio perché non sento nessuno stimolo a farlo. “Eh ma allora vuoi consegnare l’Europa/il paese/il comune ai populisti”, sì effettivamente la pensavo così fino al 2018 ma votare per evitare e non per promuovere non è che mi stimoli molto a fare una capatina al seggio. “Ma almeno vai e vota scheda bianca” a che pro, per avere la coscienza a posto?

Penso che in democrazia si dia molta importanza a chi ha votato cosa e perché (giustamente), ma troppa poca a chi non ha votato e perché. Nella casella che compare in fondo ai sondaggi, gli astenuti sono un dato che dà un abbozzo di percezione della disaffezione che i cittadini hanno verso la politica ma che difficilmente viene approfondito. Alle scorse elezioni italiane la percentuale degli astenuti è stata del 27%, che ne avrebbero fatto il secondo partito più (non) “votato”. Qualcuno si è chiesto (me compreso) quali fossero le motivazioni di queste persone?

“La politica è troppo distante dai cittadini”, “la politica non pensa all’ambiente”, “la politica non aiuta i più poveri”. In più, aggiungo io, è diventata pure noiosa.

Ecco

Notre-Dame e la paura del passato

Sono entrato nella cattedrale di Notre-Dame due volte, in coincidenza con le altrettante volte che ho visitato Parigi. L’aver familiarizzato con un luogo, seppur per poco, rende ancora più vivide le immagini che sono state trasmesse ieri dalle TV di tutto il mondo della cattedrale in fiamme.

Si è già detto tutto sul simbolo, sulle perdite, sul bisogno di ricostruire. Aggiungo, nel mio piccolo, una riflessione che non può che essere anche sul XXI secolo, sennò non ci avrei chiamato così il blog. In realtà, sorprendentemente, un giornalista del TG2 che riportava la notizia oggi all’ora di pranzo mi ha già dato uno spunto valido: parafrasando, il servizio ricordava che il nostro sconforto per quello che è successo deriva dal riconoscere la triste sorte dell’umanità, quella di essere soggetta all’imprevedibilità dell’esistenza; il fatto che Notre-Dame esista da più di 800 anni ma possa bruciare in un giorno non ci rassicura granché.

Negli ultimi anni ho riflettutto molto sul significato delle città, sia da un punto di vista tecnico/urbanistico che da un punto di vista di immagini, valori. Sappiamo che è di vitale importanza per la nostra società conservare, mi verrebbe da dire ibernare, il passato nelle sue manifestazioni più gloriose. Col tempo ho iniziato a chiedermi, perché ne abbiamo così bisogno? Tralasciamo le risposte che già sappiamo: perché esiste un “patrimonio dell’umanità” che è nostro dovere morale conservare; perché è una questione di “storia” o di “identità” degli stati; perché dobbiamo avere rispetto del passato. Ecco, a volte invece credo che la nostra società (almeno quella occidentale, almeno quella dell’ultimo secolo) abbia una sorta di timore reverenziale – se non un vero e proprio complesso d’inferiorità – verso il passato, più glorioso del presente per definizione.

È difficile spiegare questa percezione, perché di questo si tratta, senza scadere in una narrazione fin troppo romantica dei bei tempi che furono e troppo denigratoria dei tempi che sono. Quello che penso è che si sia rinunciato a costruire, a immaginare, il “bello” perché ci bastava quello che era già stato fatto dai nostri predecessori. Molte città europee, quasi tutte quelle italiane, sono rimaste sostanzialmente le stesse da secoli. Anche quando le contraddizioni tra la fruizione della città antica e quella moderna sembrano inconciliabili (vedi Roma) nessuno osa dire che il re è nudo. Ha senso questa concezione indiscutibile del passato? Ci aiuta davvero ad essere più saggi come società?

Quello che è successo ieri a Parigi ha messo in luce l’attaccamento che abbiamo verso questa idea. La prima cosa che il presidente Macron ha detto è stata “la ricostruiremo”. Con le dovute proporzioni, è successa la stessa cosa con la basilica di San Benedetto a Norcia colpita dal terremoto del 2016. Che poi, in entrambi i casi, non era la prima volta che si ricostruiva. E tante volte ancora. Forse mi sbaglio io, non è solo una questione del XXI secolo. L’umanità ha sempre avuto uno strano rapporto col passato.

Edit: c’è qualcuno che è d’accordo con me