Buoni propositi

L’anno che si è appena concluso se ci ha insegnato una cosa, almeno una, è il valore del tempo. Un anno intero di pandemia (perché a pensarci bene le cose sono iniziate ad andare male da gennaio, in Cina, anche se non ci riguardavano ancora) dove ogni cosa è stata misurata in giorni, settimane, mesi: le quarantene (che sono diventate flessibili contrariamente alla loro etimologia), la durata dei lockdown, i tempi della scoperta, approvazione e distribuzione di un vaccino (tutto molto veloce, e infatti si dibatte se sia stato troppo veloce); il tempo per prendere delle contromisure (troppo lento, spesso, troppo precipitoso, a volte); le date, dell’entrata in vigore del successivo DPCM, di quando ci saremmo vaccinati, simbolicamente, tutti insieme e di chi lo sta facendo da tempo; inizialmente l’attesa dell’estate, che avrebbe dovuto risolvere tutto da sola – l’illusione almeno ce l’ha data. Insomma ci ha insegnato che la cosa che il tempo risolve tutto, ecco insomma, non funziona proprio così.

Quindi piano con le aspettative sull’anno che inizia oggi.

Mo’ non è che vogliamo accollà tutto al 2021?

Una primula non fa primavera

Al di là dell’eccezionalità di quello che sta succedendo, c’è qualcosa nel modo in cui si sta affrontando la dura realtà che ha assunto contorni a dir poco grotteschi. Ora, quello che stiamo passando da marzo di quest’anno è la classica situazione da gridare correndo con le braccia alzate e lasciarsi prendere dal panico più totale; quando iniziarono a vedersi nelle notizie di cronaca i supermercati presi d’assalto dalla gente che vedeva l’apocalisse ormai imminente, veniva sì da biasimare l’esagerazione della cosa ma allo stesso tempo era un po’ questo il genere di reazione che ci aspettavamo. D’altronde eravamo mentalmente addestrati, sono quelle storie da succede-come-nei-film – o al limite come nei video del black friday negli Stati Uniti. Quindi ci stava.

Inevitabilmente il panico non poteva essere perpetuo. Ad un certo punto ci si doveva abituare. E allora mi è venuta in mente una citazione che mi sembra appropriata:

Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: “Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene.”

Dal film “L’Odio” (La Haine)

Dal momento in cui è finito l’effetto dello shock collettivo iniziale, è stato tutto un fiorire di messaggi autoincoraggianti ed autoassolutori che avevano lo scopo di infondere ottimismo. Il gesto è stato nobile, per carità; ma è proprio questo il nocciolo della questione. Il culmine di questa tendenza si è raggiunto qualche giorno fa, con l’annuncio del piano di vaccinazione italiano avente come simbolo una primula e come slogan “L’Italia rinasce con un fiore“. Tutto ciò mentre è in ballo un vaccino del quale ancora non abbiamo l’autorizzazione, l’assenza di un piano di distribuzione tangibile e un’idea attendibile su quella che potrà essere la reazione della comunità internazionale alla prima vaccinazione su scala grosso modo mondiale. Quindi non è tanto un problema dell’Italia, per intenderci, ma la usiamo come esempio.

Di tutte le questioni cruciali elencate, su cui mi sembra uno sterile esercizio di retorica dire “eh ma si poteva fare così”, c’è un solo piano, quello comunicativo, sul quale mi permetto di fare un appunto. Perché in teoria sarebbe quello più facile da far bene.

La storia della rinascita, del fiore e della politica delle buone sensazioni cozza in maniera fragorosa con la gravità del presente. Per fare una similitudine, sembra che si stia promettendo baldanzosamente di ricostruire case quando ancora c’è un terremoto in corso. Questi annunci altisonanti e questa scelta di parole e immagini fiabesche se non addirittura infantili stridono con la tetraggine delle prospettive che affronteremo nel brevissimo futuro e, si spera di no ma c’è il ragionevole dubbio, nel lungo periodo. Senza considerare che il motivo scatenante che ci ha dato tanto da pensare su cosa ricostruire, la pandemia, è ancora là, tutta in piedi. Mentre stiamo assistendo al crollo della fiducia nelle nostre istituzioni – che hanno fallito nell’assicurarci ciò che avevamo sottoscritto nel nostro contratto sociale: la sicurezza in cambio dell’obbedienza – quegli stessi uomini che dovrebbero lottare col coltello tra i denti per preservare ciò che rappresentano concepiscono una primula. Perché anche se la pandemia viene una volta ogni cento anni e nessuno era preparato ad affrontarla ciò non cambia la sostanza: è stato un fallimento. E ora si deve convincere tutti che esiste un modo per risolvere tutto. Insomma, viste le premesse, avrei trovato più opportuni dei padiglioni a forma di Rambo.

Intendiamoci, non è che dire che tutto sta andando male e peggio andrà fosse necessariamente il modo migliore di affrontare la situazione, anche se era il più onesto. Però così, così si è perso di vista il nodo della faccenda: è che dovremmo essere più “spaventati”, oggi, perché così capiremmo che serviranno soluzioni più coraggiose per andare avanti, domani. È la storia dell’umanità alla fine. Questa volta avevamo l’opportunità di gestire la paura e canalizzarla verso qualcosa di produttivo, mentre invece abbiamo creato il panico quando era inopportuno e la superficialità quando eravamo davvero in pericolo.

E le primule non aiutano a farcelo capire.

Quello nero

La notizia del quarto uomo Coltescu che nella partita di Champions tra PSG e Basaksehir ha detto quello che ha detto è già diventata troppo vecchia per parlarne ancora. Ma vorrei farlo comunque.

Ora, gli schieramenti hanno parlato e ognuno ha detto la sua. Sarebbe solo il caso che di questi episodi rimanesse qualcosa di cui far tesoro oltre la mera indicazione di ciò che era o sarebbe stato giusto fare, dire o meno.

La prima sensazione estraniante sono stati i commenti a caldo dello studio televisivo di Mediaset nel post-partita (si stava parlando della partita della Juventus). Tutti i presenti hanno disapprovato il gesto – “Considerando che il motto della UEFA è no to racism…”, “Sì, si è chiaramento riferito a Webó dicendo the black guyS” (anche se era uno, singolare, ma poi non l’ha detto in romeno?) – ma nessuno sembrava abbastanza convinto da fartelo credere davvero. D’altronde è normale: non si era ancora capito con esattezza cosa fosse successo.

Ecco qual è il problema: la fretta. Il processo, anche se instaurato per una giusta causa, è sommario e superficiale; perché sembra quasi ci si debba sbrigare a prendere una posizione prima che qualcuno veda il dubbio come un’ammissione di colpa: ma non è mica che sei …?

Il discorso è che il razzismo è una cosa grave, gravissima. E lo è altrettanto quando si accusa qualcuno di esserlo, razzista. Quindi bisogna capire bene prima di accusare qualcuno di aver fatto una cosa così grave. Come ha fatto Webò, il vice-allenatore-quello-nero, a capire (o a sentire) l’offesa di Coltescu se l’ha detta in romeno? Per me, italiano, l’assonanza con negru, in romeno, può far venire un legittimo dubbio. Ma Webò è camerunese, quindi o conosce il romeno o qualcuno del suo staff glie l’ha tradotto, magari male non essendo romeno a sua volta, scatenando l’equivoco. Coltescu si è scusato nel mentre, si è reso conto che quel modo di caratterizzare una persona poteva risultare offensivo? Ma dire “nero” è offensivo? Lo è tanto quanto dire “negro”? Distinguere una persona per i suoi tratti è offensivo sempre e comunque o è comprensibile, se magari si tratta di un meccanismo inconscio di chi vive in alcuni paesi che non sono ancora abituati alle differenze etniche (Coltescu è rumeno e la Romania non ha la stessa complessità culturale degli Stati Uniti, per dire)? Rispondere a questi quesiti, in ordine dai più banali ai più complessi, non è scontato. E infatti si dovrebbe rispondere “non lo so”. Perché per accusare qualcuno di aver violato una legge bisogna prima averla scritta; ma le leggi della morale, che spesso non si scrivono affatto, sono sfumate come la complessità umana.

Comunque, di tutto questo non importa. Nel tritacarne dell’informazione alla velocità della luce ci ricorderemo vagamente di quell’arbitro senza nome e senza volto che è stato un razzista.
Forse.

Aggiornamento del 9 marzo 2021: “La UEFA ha sospeso Coltescu per «comportamento inappropriato» e gli imporrà di seguire un «programma educativo» fino a giugno, di cui però non si conoscono i dettagli.”

I giovani devono restare a casa

Continuando la serie di rielaborazione dei dettagli di questo cupo presente, qualche tempo fa mi era capitato sotto gli occhi questo spot girato in Germania:

In sostanza il governo tedesco, per incoraggiare i giovani a trattenersi dall’uscire durante la pandemia, fa raccontare ad un anziano signore del futuro i sacrifici che fece da giovane per combattere quella cosa lì. Il momento clou:

L’unica cosa giusta da fare [era] NIENTE.

[…] Così diventammo eroi.

Ora, probabilmente c’è una sottile ironia che di questi tempi mi sfugge. E magari è anche una questione culturale, relativa al modo tedesco di affrontare le cose della vita. Però no. Proprio no.

Se vogliamo passare sopra alla retorica dei giovani scapestrati che non rispettano le regole e quindi bisogna fargli indorare la pillola – ma dovremmo proprio passarci sopra? secondo l’ultimo rapporto del Censis, in Italia, tra la fascia di età che va dai 18 ai 34 anni c’è una maggioranza dominante degli intervistati, 82.5%, che chiede pene severissime per chi non indossa la mascherina -, il grande fastidio generazionale che si prova verso i nostri cari boomer è quello di fraintendere di brutto il mondo dei giovani.

Quello che i ragazzi stanno sacrificando non è solo il “fare festa” o il “bere con gli amici” – oh come se piacesse solo ai giovani ‘sta cosa poi – ma perdersi anni, e di conseguenza ricordi, determinanti nel sentire comune che ci si trasmette di generazione in generazione: esami di maturità normali, lauree normali, primi anni di inizio percorso, di università, scuola, normali. È diverso. Perché per chi lavora gli anni si assomigliano un po’ tutti. Mentre certe tappe sono uniche. E queste sono solo le più banali, per non dire superficiali, tra le tante.

Il non fare niente in questo momento e dovercisi pure sentire eroi facendolo, svilisce ulteriormente, nella nostra gerontocratica società occidentale, questa categoria anagrafica già tanto bistrattata. Perché invece di colpire nell’orgoglio forze fresche piene di entusiasmo e volontà le confina in uno stato di apatia che già faceva capolino in tempi non sospetti. Si chiede alla fascia di età statisticamente meno soggetta a subire le complicazioni del virus di starsene con le mani in mano mentre di mani per aiutare ne servirebbero a bizzeffe.

Rielaboriamo gli anni duemila: Scrubs

Dimentichiamoci per un momento che siamo nel bel mezzo di una pandemia. Così, tanto per non deprimerci più del necessario. E ripensiamo ai bei vecchi tempi con l’aiuto della cultura popolare.

Recentemente, preso da un attacco di nostalgia e alle prese con un catalogo Netflix che piange miseria, ho rivisto per l’ennesima volta Scrubs, una serie che è andata in onda dal 2001 al 2009 (in teoria fino al 2010 ma l’ultima stagione proprio non conta).

Ecco, partiamo da un presupposto: è strano parlare o scrivere di qualcosa che piace, a meno che non si sia un fanatico fanboy, perché di solito viene più facile fare i critici che gli estimatori. Il fatto è che Scrubs era proprio una bella serie, che non è invecchiata minimamente. Diciamocelo, non ci sono grandissime sottotematiche, critiche sociali o una pungente satira politica. Eppure era talmente colma di umanità che sarebbe riduttivo considerarla una semplice sitcom.

Consideriamo il periodo storico in cui si svolge: dall’attentato alle torri gemelle alla grande crisi finanziaria, grossomodo. In quell’intervallo di tempo tra una tragedia di cui non ci si rese conto, non subito, che avrebbe cambiato il mondo a quella più astratta che effettivamente il mondo lo cambiò, tutto. E la percezione di quegli anni che trasmettono le inquadrature di questa serie è che ci si potè soffermare un po’ di più sulla vita quotidiana delle persone, brava gente che si barcamena tra i drammi dell’esistenza, senza sobbarcarsi il peso dell’attualità.

Al contrario delle serie TV di fama del periodo recente, penso a Orange is the new black – che tocca le tematiche del femminismo, del razzismo, dell’immigrazione – o a Bojack Horseman – che affronta la depressione e il distacco del mondo dello showbusiness dalla vita reale – che traggono forza proprio in virtù degli argomenti trattati, Scrubs non aveva questa incombenza; perché, sebbene in quel periodo stessero germogliando i semi dei problemi che affrontiamo oggi, ci si poteva permettere ancora il lusso di essere spensierati. In una sola occasione Scrubs affrontò un argomento del genere: era la guerra in Iraq, ma il tema della puntata era evitare che i dipendenti dell’ospedale ne parlassero in quanto, mentre tutti erano impegnati a dibattere, nessuno si stava occupando dei pazienti.

Nessuno si stava occupando dei pazienti.

Il che, tra parentesi, è quello che sta succedendo ora: si parla tanto – a vanvera – di tutto, qualsiasi cosa è politicizzabile, tanto i murales di Bansky quanto il remake di Ghostbusters coi personaggi femminili. Ma mentre tutti ne parlano, chi si sta occupando dei pazienti?

Tornando a noi, quell’episodio di Scrubs era una sorta di manifesto che gridava: è vero, non stiamo affrontando grandi temi, ma d’altronde noi stiamo raccontando il lavoro dei dottori; quindi inutile distrarsi, il loro lavoro è già difficile da solo.

Mi chiedo: che siano stati gli anni veri della fine della storia che sanciva il tanto criticato Fukuyama? Che effettivamente, per un momento così esile della storia, ci sia stato un periodo di tale tranquillità per l’occidente da permettersi il lusso di pensare solo ai drammi della vita – la malattia in questo caso, totalmente fuori dal controllo dell’uomo – senza tirare in ballo tutto ciò che non andava nel mondo che avevamo costruito?

Tant’è. Forse sta anche in questo la forza di uno show che, prima di tutto, riusciva a farti ridere di gusto. Scrubs era coerente, le sue puntate non necessariamente finivano col lieto fine. Eppure, aver scelto l’ospedale come palco dava la possibilità di ricominciare la partita ogni volta, dando allo spettatore la speranza che, questa volta, le cose sarebbero andate per il verso giusto.

Ne servirebbero di serie TV come questa, adesso.

Anzi no, in fondo basta solo rivederla.

Considerazioni sparse

È passato poco più di un anno dal mio ultimo post in cui elogiavo Claudio Marchisio che lasciava il calcio. C’è da dire che ne sono successe di cose da allora e direi non tutte dello stesso tenore in quanto a serietà.

Nell’anno in cui ne sono successe di tutte aspetto dieci mesi a scrivere sul mio blog intitolato “Riflessioni sul XXI secolo” qualcosa. Inutile dire di cosa parlerò, poi.

Mettiamola così: esasperato dal flusso di notizie, contraddittorie, assurde, spaventose, deprimenti, ho deciso di fatto di darci un taglio con l’attualità e di tenermi aggiornato il minimo sindacale per avere coscienza di cosa stesse succedendo nel mondo. Ma senza approfondire troppo, eccetto all’inizio di tutto. Allora, visto che l’esasperazione conduce allo sfogo, ora cerco di rielaborare – per me stesso e per il lettore che per caso dovesse passare da queste parti – tutto quel casino in cui siamo ancora dentro fino al collo. Non partendo in ordine cronologico ma andando a casaccio, su aspetti di episodi (che credo) siano passati troppo in secondo piano e che invece, a parer mio, meritavano una riflessione… sul XXI secolo (da bum tss).

Ma da cosa partiamo? Da una parola, latina per giunta, che mi ha colpito per forza e semplicità, molto attuale, riscoperta grazie a questo articolo da cui traggo ispirazione.

Gravitas

Cioè, chiariamoci. Non è quel latinorum abusato da ostentare nelle conversazioni di tutti i giorni che potrebbe benissimo essere evitato per il semplice fatto che esistono espressioni in lingua non morta che renderebbero esattamente la stessa idea (ad esempio mala tempora currunt, che potrebbe essere un ben più casereccio che casino!). Gravitas, invece, è un concetto di una certa ampiezza.

Attenzione, ora potrei oscillare tra definizioni ed interpretazioni. Del resto anche internet è avara di spiegazioni più esaustive; la pagina italiana di wikipedia è scarna, quella inglese più completa ma non troppo soddisfacente.

La gravitas non è la pesantezza, figurata, che trasmette una persona fin troppo seria; quella che non scherza, non ride e prende alla lettera cose e situazioni (il “ti potevi fare male” che ti dice un genitore quando gli racconti un’avventura divertente che hai passato). È la virtù che consente di affrontare determinate questioni con la serietà e la concentrazione che meritano. È la capacità di analizzare preventivamente quello che si sta per fare e per dire perché si è consapevoli che, se si dovesse sembrare ridicoli, si rischierebbe di minare la credibilità di cose, persone, istituzioni e di mettere a repentaglio il peso delle decisioni da prendere.

Questo atteggiamento, di base, vale per ogni momento della vita. Ma vale soprattutto in politica, o quantomeno veniva coltivato in particolare da quegli uomini che la facevano, nell’antica Roma. Quando Lucia Azzolina, personaggio simbolo della storia italiana recente, che sicuramente sarà una bravissima persona – dirò di più, provo anche una spontanea simpatia nei suoi confronti -, annuncia i banchi con le rotelle mi chiedo: al di là dei costi, della polemica sul fatto che gli studenti ci faranno gli autoscontri o che possano lontanamente servire a scongiurare i contagi a scuola, è mai possibile che la Ministra dell’Istruzione non si sia chiesta se la situazione che si sarebbe venuta a creare intorno non sarebbe stata, foss’anche un tantinello, ridicola? E questo ragionamento prescinde da ogni merito politico – anche se ne ha, abbiamo detto – perché, sull’essere ridicoli, dovrebbe venire il dubbio a prescindere dall’essere politici. Perché se in uno dei momenti più drammatici della storia moderna annunci i banchi con le rotelle era ovvio che sarebbe stato ridicolo, e nessuno avrebbe parlato di quanti virus quegli stessi banchi potevano schivare, se lo avessero potuto fare.

Non è che è costretta a sedersi, magari incalzata dai conduttori, ma è essa stessa che si propone e dice “VUOLE CHE MI SIEDA?

E tutto ciò non è solo una questione di lana caprina: ha anche dei risvolti politici che dovrebbero interessare a Lucia Azzolina e al suo partito. Oltre a gettare benzina sul fuoco di un dibattito aizzato da un’opposizione di piromani, sfido io a trovare sostenitori più o meno occasionali del M5S a essere solidali con una scelta del genere. Quindi qual era il vantaggio di non pensare se fosse il caso di annunciare i banchi con le rotelle (e guidarli in diretta televisiva) e correre il rischio di bruciarsi ogni briciolo di credibilità?

La conclusione diventa ovvia: delle tante virtù che mancano alla classe politica, non solo italiana, ma quantomeno occidentale degli anni venti del duemila appena malamente iniziati, è proprio la gravitas. E a questo punto mi viene da pensare che sia non tanto un atteggiamento da coltivare in itinere, ma un requisito essenziale anche per il solo pensare di voler diventare un politico.

Elogio di Claudio Marchisio

Saranno tempi eccezionali ma Claudio Marchisio, nell’epoca della post-verità, dà l’addio al calcio con una rinfrescante coerenza.

Oltre ad essere stato un calciatore con una certa eleganza, l’uomo che stava sotto la casacca era di sicuro interessante. Grande sarebbe esagerato – l’eroismo è stato un tantinello inflazionato – però nonostante avesse tutti gli elementi per essere lo stereotipo del giocatore sex symbol è riuscito a ritagliarsi, con grande pacatezza, uno spazio sociale.

Dà l’addio nello stadio della squadra che ha amato. Tanto basta per essere eccezionali, in questi tempi eccezionali. Accontentiamoci.

Greta Thunberg ha ragione, Greta Thunberg ha torto

Venerdì 27 settembre c’è stato il terzo sciopero globale per il clima. L’evento è stato cronologicamente vicino all’intervento di Greta Thunberg all’ultimo vertice sul clima dell’ONU del 23. Dopo aver visto il suo intervento ho iniziato a elaborare un pensiero che si discosta leggermente rispetto a quello dicevo – comunque con cautela – in questo mio post di marzo.

L’alta esposizione mediatica a cui è stata sottoposta Greta ha fatto sorgere un po’ di scetticismo – già avevamo parlato di quello becero dei suoi spietati oppositori – anche tra chi nel cambiamento climatico ci crede eccome. Sebbene le accuse della serie “è pilotata da qualcuno” o “tanto lo sappiamo che è di buona famiglia” siano forzate dato che non sappiamo se sia davvero stato per queste ragioni che è successo quello che è successo, di sicuro c’è l’eccezionalità di vedere una ragazza di 16 anni invitata a tutti gli eventi sul clima in un momento topico per la storia umana. Diciamocelo, la protesta che iniziò in Svezia davanti alla sua scuola è stata sicuramente unica per la sensibilità che Greta ha dimostrato così precocemente (ma è davvero così unica? c’è sempre la tendenza a considerare gli adolescenti bestie prive di ideali) ma sorprende il fatto che la notizia non sia rimasta una notizia di cronaca svedese o al limite una comparsata su qualche testata internazionale.

La mia conclusione, amara, non è che Greta sia stata strumentalizzata o teleguidata: è che – e ne sono terrorizzato – sembra che l’umanità stia consegnando le chiavi del suo futuro non tanto ad una ragazza così giovane, ma ad una sola singola persona, punto. Viviamo tempi così eccezionali che deve essere Greta a dire all’ONU che bisogna fare qualcosa per il clima, accusando quegli stessi governi – ma non i popoli, che però si omette di dire che sono altrettanto restii a cambiamenti dei loro stili di vita in senso più sostenibile – che ne fanno parte; facendo degli interventi basati sull’invettiva e sulla pietà che però non aiutano nessuno a risolvere il problema. Perché ancora una soluzione non c’è.

Insomma ci siamo riusciti. O sei con Greta e sei ambientalista o sei contro di Greta e, quindi, non lo sei.

Ho incontrato Matteo Salvini

Ho incontrato Matteo Salvini in una calda giornata di settembre.

Sono arrivato quando aveva già finito il suo discorso. Ho sentito qualche parola al microfono mentre ero ancora in macchina, mentre cercavo parcheggio lungo la strada di una città che difficilmente vede tanta polizia durante l’anno.

Entro nel locale in cui si svolge l’evento: dietro c’è un ampio giardino che di rado ho visto aperto. Mi guardo intorno: nella calca non riesco a vedere dov’è l’ex ministro dell’Interno ma inizio a notare dei volti familiari; d’altronde, ci si conosce un po’ tutti da queste parti. Mi chiedo: come dovrei giudicare la loro presenza? Oppure, come loro giudicano la mia?

Sono qui per curiosità o per dare il loro sostegno?

I presenti sono una fedele rappresentazione della situazione demografica italiana: ci sono molti anziani. Forse colpisce il fatto che ci siano diversi giovanissimi, sotto i 18 anni, che non ci si aspetta di trovare in qualsiasi cosa che riguardi la politica, men che meno in attesa di farsi fotografare col politico stesso.

Già, le fotografie. Man mano che la folla si dirada viene mostrandosi il meccanismo ben oliato che si cela dietro ai selfie con Salvini: ai lati ci sono i bodyguard, sull’esterno un assistente che mette in ordine le persone facendogli preparare il telefono. Matteo Salvini accoglie tutti con un sorriso. Cerca il contatto fisico – tocca volentieri le mani delle signore, accennando talvolta un bacio – e non disdegna pacche sulle spalle o una più virile stretta di mano agli uomini. Salvini ha una parola per tutti e tutti hanno una parola per Salvini: c’è chi gli sussurra qualcosa all’orecchio, chi lo chiama affettuosamente Matteo, chi gli rivolge una parola di incoraggiamento o che chiede quella che – non esagero – sembra una benedizione. Mettendo a fuoco la vista mi accorgo che, ai polsi, Matteo Salvini indossa due bracciali. Uno con scritto “Salvini premier” l’altro con scritto, più o meno, “Nostra signora di Lourdes”. Una signora davanti a me vorrebbe fargli una foto ma non riesce a capire come attivare la fotocamera anteriore, col risultato di fare una serie di foto a se stessa e a me che la guardo da dietro incuriosito.

A un certo punto – sono passati almeno una ventina di minuti da quando è iniziato questo rito – Salvini dice, sempre sorridendo, “Signore, me le lasciate fare un paio di telefonate?”. C’è un po’ di concitazione. Uno dei suoi collaboratori lo fa allontanare e chiama a raccolta tutti gli organizzatori. Gli fa vedere qualcosa al telefono. Mentre prende finalmente la strada della macchina alcuni ultimi fortunati riescono ad intercettarlo. “Matteo, c’è mia madre in diretta su WhatsApp, la puoi salutare?” riesce a dirgli un ragazzo che gli si pianta davanti – “Salve signora!” – risponde lui per niente turbato.

Per tutta la durata dell’evento Salvini non si mostra mai annoiato o spazientito. È come un calciatore che firma autografi – in molti gliene hanno chiesti davvero -, solo che sembra farlo in maniera più coinvolta e appassionata. Salvini si diverte a fare queste cose. E si divertono anche le persone che gli sono accanto. È uno di loro.

Bisogna ascoltare la gente, ogni tanto

“L’inciucio” – termine orribile – che sta animando la politica italiana dal dopo ferragosto è l’ennesima riprova di come lo stallo politico del nostro paese non sembri accennare a fermarsi. Il PD, più o meno esplicitamente, vede nell’alleanza col M5S un escamotage per evitare che le destre™ vincano le elezioni. Il problema sta proprio qua.

Un errore delle forze progressiste di tutto il mondo è stato quelle di considerare le destre, i populisti e le cavallette come demoni piombati all’improvviso sulla scena politica internazionale. E come sono comparsi dal nulla, si crede, nel nulla possono essere ricacciati tramite qualche rituale pagano. Questa tendenza ad identificare i leader di queste forze come la personificazione del male – e per carità di sicuro non fanno nulla per sembrare amabili – fa passare in cavalleria il fatto che siano stati eletti tramite un meccanismo nettamente democratico. Insomma, una buona parte di cittadini li sostiene.

Quando a Trump si dà del cafone, razzista, misogino, implicitamente lo si sta dicendo a tutti i suoi elettori. Tra cui indubbiamente ci saranno dei cafoni, razzisti, misogini ma ci sono anche persone che lo sono meno. Questa generalizzazione crea una distorsione dove i cittadini che soffrono di problemi reali hanno come unici interlocutori dei politici inadeguati e, dato che decidono di votarli, automaticamente diventano nemici degli altri schieramenti che invece sono buoni e comprensivi, ma non li ascoltano. E così quando qualcuno si lamenta che arrivano troppi barconi dalla Libia gli si dà del razzista; quando qualcuno dice che vorrebbe andare in pensione prima gli si dà dello sfaticato; quando qualcuno dice che il reddito di cittadinanza potrebbe aiutare gli indigenti gli si dà del parassita. Ma anche se tra di loro ci sarà sicuramente qualcuno razzista, sfaticato e parassita non si capisce perché non si debba dare una risposta rassicurante a chi semplicemente prova un po’ di timore verso l’incertezza delle cose.

Anche se le risposte date dai politici inadeguati (per non chiamarli populisti che ormai è abusato) sono inadeguate a loro volta, non significa che le esigenze dei cittadini siano stupide e prive di significato. Se non c’era nulla di cui lamentarsi perché le persone hanno smesso di votare per i politici che si sentono tanto adeguati?